Aprile, dolce dormire

La nascita del governo guidato da Mario Draghi ha dato uno scossone al quadro politico emerso dalle elezioni del 4 marzo del 2018: un quadro politico che aveva esaurito tutte le sue potenzialità di esprimere maggioranze parlamentari ordinarie ma da cui non era scaturita la rassegnazione del Parlamento ad essere sciolto per essere sostituito da nuove Camere composte da un terzo in meno di componenti.

Tutti i partiti hanno avuto un sussulto: Grillo ha proposto Conte come nuovo leader dei Cinquestelle; il Pd ha cambiato segretario; la Lega ha deciso in pochi giorni di entrare in un esecutivo di chiara vocazione europeista; Fratelli d’Italia ha scelto l’opposizione con il dichiarato obiettivo di aprire una aperta competizione con la Lega per la leadership del centro-destra, accettando il rischio di spaccare un’alleanza potenzialmente vincente.

Tuttavia, passati due mesi, il panorama politico sembra essere tornato in quella forma di finta catalessi che si realizza quando tutte le tattiche e le strategie si fondono in un’unica immagine, quella del surplace, mentre i toni delle dichiarazioni politiche sembrano guardare come sempre più al potenziale consenso degli elettori che alla soluzione dei problemi del Paese.

Conte attende che qualcuno al suo posto risolva i problemi dei Cinquestelle; Letta attende che Conte faccia un qualche passo; il centro-destra aspetta che il campo avversario si dia una fisionomia prima di scegliere i propri candidati a guidare le grandi città del Paese e nello stesso tempo prova a logorare il ministro della Sanità.

A soffrire di questo stato di cose è ovviamente il governo, che deve prendere una serie di decisioni importanti, ma subisce un calo di popolarità che alla lunga non potrà non pesare sulla sua operatività. Il governo ha bisogno di lavorare con calma a una serie di problemi. Sul fronte dell’epidemia le difficoltà della campagna vaccinale causate sia dalle scarsità di dosi, sia dagli stop and go delle autorità sanitarie, non consentono di sapere quando il Paese potrà raggiungere se non l’immunità di gregge, perlomeno una condizione in cui il numero dei contagi si sia ridotto al punto da poter adottare politiche di tracciamento.

Nel frattempo i partiti vanno scompostamente all’assalto contro le chiusure, da un parte riflettendo il malessere delle categorie del terziario più colpite, dall’altra sollecitandone la protesta con atteggiamenti corrivi. Pesa ovviamente l’avvicinarsi delle elezioni comunali, ma se non si pone un limite allo stare con un piede nel governo e l’altro all’opposizione il problema diviene ingestibile. Allo stesso modo, sullo specifico terreno della lotta alla pandemia, troppi si stanno collocando sul piano inclinato di sconsiderate riaperture estive che così diverranno inevitabili. Non tanto perché giustificate da una campagna vaccinale sufficiente, ma perché sarà venuto meno il consenso dei favorevoli alla cautela. Ai cittadini e alle imprese maggiormente colpiti dalle chiusure, la cui esasperazione, pur comprensibile, non ha però fin qui coinciso con l’opinione della maggioranza dei cittadini, si aggiungeranno le famiglie e le categorie che non vorranno rinunciare né a seguire negli stadi il calcio internazionale, né soprattutto alle vacanze dopo mesi di stress: dalla Sicilia, dove si è rifugiato, Mick Jagger lancia il suo Eazy Sleazy lamentando la noia del lockdown.

Sul piano economico, il progetto del governo per il Recovery sarà sicuramente approvato in sede europea, ma ciò non scioglierà in nessuna sede i sospetti sull’effettiva capacità del Paese di poterlo poi effettivamente rispettare negli anni a seguire.

Mario Draghi, nel suo discorso di insediamento, ha detto con chiarezza ciò che serve all’Italia: superare l’emergenza sì, ma soprattutto tagliare i nodi che bloccano il Paese già da prima del Covid e che si chiamano rapporto Stato-Regioni, burocrazia, processo civile, fisco, investimenti.

Si tratta di questioni complesse, che prevedono scelte non solo coraggiose ma anche bisognose di molti anni per essere portate a compimento.

Ci domandiamo se i partiti – e soprattutto i loro leaders – che hanno votato la fiducia al governo abbiano o meno la consapevolezza che ciò implica necessariamente comportamenti e dichiarazioni conseguenti. Si rendono che conto che fuori dal governo Draghi c’è l’abisso finanziario? Hanno consapevolezza del fatto che per altri due o tre mesi il Presidente della Repubblica può ancora esercitare il potere di scioglimento delle Camere? Se dovessero in questi giorni continuare a dare l’impressione di non averla, qualcuno potrebbe essere costretto a ricordarglielo.


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