Attenti alle fibrillazioni

In Italia si voterà tra circa un anno per l’elezione del nuovo Parlamento e le forze politiche stanno cominciando a cercare la posizione più utile in vista di una scadenza così importante. Ma se in circostanze “normali” si poteva temere che questo “attivismo” potesse coinvolgere il governo e indebolirlo fino al portarlo alla crisi – se ne era avuto qualche segno prima dello scoppio della guerra in Ucraina - oggi nessun osservatore interno ed internazionale pensa che l’attuale esecutivo possa essere sostituito prima di quella data.


La ragione essenziale è che le questioni internazionali sono di una gravità assoluta e Mario Draghi è l’unico leader italiano in grado di far percepire l’Italia come partner affidabile in sede europea e atlantica: un alleato che può concorrere su un piano di parità alle decisioni da prendere e che al contempo, nel definire la linea comune dei paesi europei e occidentali, faccia valere le preoccupazioni e gli interessi dell’Italia.


Ricordiamo, en passant, che da poco si sono svolte le elezioni presidenziali e che, contro una corrente di pensiero molto vasta e autorevole, Il Commento Politico ha subito sostenuto che vi fosse un’unica soluzione: la riconferma senza esitazioni sia del Presidente della Repubblica, sia del Presidente del Consiglio. Oggi lo ricordiamo perché non sapremmo nemmeno immaginare in che condizioni sarebbe il paese se, scoppiata la guerra in Europa, al posto di Draghi avessimo un premier privo della forza personale di guidare una maggioranza, come l’attuale, troppo ampia per essere unita.


Dunque il governo Draghi va fino alla fine della legislatura, anche perché indebolire il premier implicherebbe che qualcuno in questa fase possa sentirsi così forte (e presuntuoso) di presentarsi all’opinione pubblica come suo plausibile sostituto. Non ci sembra che nessuno voglia correre questo rischio, al punto che l’unico leader dell’opposizione, l’onorevole Meloni, sembra nella sostanza puntellare il governo ogni giorno di più.


Vediamo però il rischio che, pur senza mirare a una crisi di governo, vi possano essere divaricazioni incontrollabili delle posizioni dei partiti. È chiaro che quando si aprono crisi come quella che stiamo vivendo, in ogni paese democratico, soprattutto in quelli che hanno elezioni politiche in vista, si verificano distinguo tra i partiti su singoli problemi ed è naturale che ciò accada anche da noi, stante la nostra dipendenza energetica dalla Russia che si riflette sui bilanci di famiglie e imprese.

Ciò che non deve accadere è che queste divaricazioni intacchino la credibilità del governo perché gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Germania e la Francia hanno il diritto di sapere con certezza da che parte stiamo. Se c’è Draghi a Palazzo Chigi lo sanno.


La domanda è se questa prudenza albergherà nei cuori di tutti i leader anche quando le elezioni saranno più prossime e decisioni oggi prese a rate dovranno trovare una complessiva sanzione formale nella manovra di bilancio d’autunno. Sarà allora confermata la scelta di aumentare fino al due per cento le spese militari? E saranno definite per legge le restrizioni alla vita dei cittadini, oggi solo adombrate, ma che saranno necessarie per rendere efficaci le sanzioni decise per costringere la Russia a più miti consigli?


Il nostro timore è che qualcuno speri che questa grave crisi si risolva in fretta, potendo in tal modo riprendere l’agibilità politica di fare promesse senza senso.

Ovviamente anche noi vorremmo che si tornasse nel più breve tempo possibile alla situazione che c’era prima dell’invasione dell’Ucraina, ma temiamo che ciò non accadrà.


Vediamo che il comportamento di leader come Conte e Salvini, cui competono forti responsabilità circa la tenuta e l’efficacia dell’azione di governo, comincia a rivelare un nervosismo che li può portare fuori strada.


Non vogliamo pensare che ciò possa dipendere dalle minacce, neppur tanto velate, che la diplomazia russa sta cominciando fare nei confronti di dirigenti politici italiani, soprattutto di quelli che in altri tempi hanno intrattenuto relazioni più che amichevoli con il regime di Putin.


Pensiamo, invece, che questi dérapage possano derivare dall’ illusione di potersi presentare alle elezioni con maggiori chances se decidessero, come in altre occasioni hanno fatto, di lisciare il pelo all’elettorato piuttosto che contribuire alla complessiva credibilità del paese.


Sarebbe da parte loro una posizione doppiamente errata. Da un lato, perché non è di questi ammiccamenti strumentalmente pacifisti e terzaforzisti che il paese ha bisogno. Né ora, né purtroppo nell’immediato futuro. D’altro canto, perché l’opinione pubblica sta dimostrando di non apprezzare incertezze quando realizza che l’Italia si trova di fronte a problemi veramente gravi e seri. Lo si è visto durante la pandemia, con le vaccinazioni, il green pass e le altre sgradevoli misure che è stato necessario adottare e che la stragrande maggioranza dei cittadini ha accolto con disciplina e favore.


Questo è il momento di individuare punti di accordo e di contatto con le altre forze di governo. Quando scoppiano le guerre, spesso si formano gabinetti di unità nazionale. Noi, per le circostanze della nostra vita politica recente, abbiamo un gabinetto di unità nazionale. In un certo senso siamo stati fortunati. Sarebbe bene che i partiti si rendessero pienamente conto di ciò che questo implica e significa.


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