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Calcio d'estate

Il calcio riprende a metà giugno. Il 20 giugno la Serie A. La Coppa Italia addirittura la settimana precedente.

Alcuni ritengono che questa decisione possa essere un’efficace medicina contro il “male di vivere” che affligge il popolo italiano appena riemerso dalle paludi della “quarantena”, invocandone una visione “libera” non riservata agli abbonati dei servizi a pagamento.

Si ricomincia, dunque, ma non proprio come prima. Niente pubblico sugli spalti, niente strette di mano con gli avversari ad inizio partita, niente assembramenti attorno all’arbitro per protestare e niente abbracci tra i compagni di squadra dopo un goal o a fine gara.

Che fare, invece, con gli “abbracci” meno affettuosi, che difensori e attaccanti si scambiano in occasione di un calcio da fermo? Come impedire le marcature a uomo, i calciatori compatti in barriera, o tutti quegli altri episodi che caratterizzano le regole di uno sport “di contatto” come il calcio?

Soluzione non c’è, evidentemente, se non quella di assicurarsi, attraverso controlli continui, che nessuno degli atleti in campo sia infetto dal virus e sia fronte di potenziale contagio per gli altri. Senonché, i giocatori non vivono in un ambiente sterile, perché entrano in contatto con altri soggetti (come ad esempio i propri familiari), che non hanno la possibilità di sottoporsi a controlli altrettanto frequenti. E comunque i tempi tecnici per accertare la positività al virus sono difficilmente controllabili. La soluzione adottata dal protocollo del Comitato Tecnico Scientifico con il contributo della Federazione presta, pertanto, il fianco a numerose perplessità.

Non che all’estero lo scenario sia differente. Sui campi della Bundesliga, abbiamo visto i rigidissimi accorgimenti adottati per evitare che i calciatori “in panchina” sedessero l’uno accanto all’altro, mentre i loro compagni “titolari” erano uno a ridosso dell’altro, in barriera, per opporsi al calcio di punizione avversario.

Il calcio, riparte così anche in Italia perché restare fermi, come ad esempio hanno scelto di fare in Francia e in Olanda, comporterebbe un danno di circa 500 milioni di euro che metterebbe a repentaglio la sopravvivenza dell’intero sistema. Danno in parte già attuale o quanto meno concreto, se è vero che Sky, in assenza di nuovo “prodotto” da trasmettere sulle proprie reti, si è rifiutata di pagare l’ultima rata del corrispettivo previsto in favore dei club a fronte della licenza dei diritti del campionato di Serie A.

Ma cosa succederà laddove venga accertata la positività al COVID-19 di uno o più giocatori?

Sarebbe a quel punto sufficiente mettere in quarantena tutta la squadra, come prevede il protocollo sanitario, oppure sarebbe opportuno effettuare una sorta di “moviola ai tempi del COVID-19” per analizzare, secondo per secondo, con quali avversari Cristiano Ronaldo è entrato in contatto, a meno di 2 metri, in occasione delle partite?

Con tutto ciò che ne consegue, in termini di responsabilità, per il personale medico - sanitario al seguito delle squadre che infatti attraverso le proprie associazioni di categoria, ha già fatto sentire la propria voce per lamentare l’assenza di chiarezza in ordine alle proprie responsabilità professionali in caso di contagio.

Occorre, infatti, rammentare che alcune analisi effettuate sui soggetti che hanno contratto il COVID-19 hanno dimostrato danni di natura permanente alla capacità polmonare. Cosa succede, e chi ne è responsabile, se un calciatore professionista lautamente retribuito – e per il trasferimento del quale la società di appartenenza ha versato un cospicuo importo – subisce una menomazione permanente alle proprie capacità respiratorie e, conseguentemente, alle proprie capacità calcistiche? Chi si fa carico del danno?

Tanti i punti interrogativi. Come ad esempio quelli relativi al fatto che la stagione sportiva, a dispetto della tradizionale chiusura al 30 giugno, durerà inevitabilmente fino a estate inoltrata. Cosa fare, quindi, con i contratti tra club e calciatori in scadenza alla data del 30 giugno? E con i nuovi contratti, già depositati, che dovevano entrare in vigore dal primo luglio?

Già in aprile la FIFA, la massima istituzione calcistica mondiale, ha pubblicato delle linee guida, non aventi tuttavia valore vincolante per le singole Federazioni nazionali, suggerendo di fare ampio ricorso, per disciplinare la situazione di straordinaria emergenza venutasi a creare, al principio di buona fede. Con riferimento al problema del mutato termine dei campionati, ad esempio, la FIFA ha suggerito di considerare i contratti automaticamente estesi sino al (nuovo) termine della stagione sportiva, dovendosi ritenere che le parti, a dispetto dell’indicato termine del 30 giugno, intendessero far riferimento al termine della stagione sportiva. Idem per i nuovi contratti, decorrenti dall’inizio della stagione successiva.

Altro interrogativo di grande rilevanza è quello relativo alle retribuzioni dei calciatori per il periodo di forzata inattività. Nessun accordo di matrice collettiva è stato stipulato e soltanto pochissimi club professionistici hanno disciplinato la materia con i propri tesserati.

Ulteriore e ultima questione è quella dei calendari internazionali. E’ noto che il programma degli eventi calcistici ufficiali è già fittissimo ed è compito della FIFA, con cadenza periodica, contemperare le esigenze di calendario delle singole competizioni nazionali con quelle delle competizioni internazionali per club e per squadre nazionali. Nel mutato scenario internazionale, il forzato stop delle competizioni per 3-4 mesi non può che causare stravolgimenti alla programmazione delle competizioni. La prima conseguenza, in ordine cronologico, è stato il differimento degli Europei di calcio, inizialmente programmati a cavallo di giugno e luglio 2020 ed attualmente in calendario per gli stessi mesi dell’anno prossimo.

L’aver mantenuto inalterato il format delle competizioni nazionali proseguendo con il calendario “all’italiana” comporta immancabilmente un sovraffollamento per la prossima stagione sportiva e la conseguente esigenza di mutarne sensibilmente l’ordinaria e consueta conformazione.

Insomma, gli interrogativi sono tanti e, dato il carattere del tutto unico e imprevedibile della situazione, di risposte efficaci o soddisfacenti per tutti non ce ne sono.

Parrebbe già tanto se il mondo del calcio professionistico fosse in grado di mettere da parte l’interesse particolare per volgere lo sguardo ad interessi di sistema di medio-lungo periodo.

Un improvviso contagio che, a ridosso di una delicata posizione di classifica, imponesse un nuovo lockdown generale è ipotesi che non deve nemmeno essere presa in considerazione.

Come si dice in questi casi? “Sono cose che su un campo di calcio non vorremmo vedere”.

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