• La segnalazione

Dopo aver buttato via l’estate affrontiamo l’autunno nudi per colpa degli “indecisi a tutto”...

Nella newsletter di Terza Repubblica, Enrico Cisnetto ripropone le ragioni per un voto NO nell'imminente referendum costituzionale. Poiché si tratta di argomentazioni che Il Commento Politico condivide in toto, lo ripubblichiamo integralmente. Notiamo che il fronte del NO alla riforma costituzionale si va ampliando giorno dopo giorno: le ragioni specificamente costituzionali si sommano alle ragioni politiche. A tal punto che appare sempre più difficile per il PD e per la Lega, i due partiti che hanno subito dai 5 Stelle il ricatto di un voto favorevole come condizione per costituire un governo, non tener conto del fatto che il loro SÌ sarebbe un sostegno indebito e ingiustificato a un populismo di cui l'Italia dà prova di volersi liberare.

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DOPO AVER BUTTATO VIA L’ESTATE AFFRONTIAMO L’AUTUNNO NUDI PER COLPA DEGLI “INDECISI A TUTTO”. MA IL REFERENDUM È L’OCCASIONE PER MANDARLI A CASA


di Enrico Cisnetto

Avrebbe dovuto essere diversa, l’estate che ci stiamo lasciando alle spalle, e invece è stata l’ennesima occasione sprecata. Un paese serio, dopo il lungo lockdown e di fronte ad una crisi economica senza precedenti, si sarebbe rimboccato le maniche e, rinunciando alle ferie se necessario, avrebbe lavorato alla propria ricostruzione. A tutti i livelli. A cominciare dalla classe politica, cui spetta(va) il compito di pianificare la ripresa. Da quella spicciola, ma fondamentale, in cui occorrono impegno e buonsenso – dalla riapertura delle scuole alla programmazione della circolazione dei mezzi pubblici – a quella strategica, che riguarda le diverse opzioni con cui coniugare la messa in moto della ripresa economica alla soluzione strutturale degli annosi problemi del sistema Italia. In particolare, una volta incassata la disponibilità europea a farci attingere alle risorse del Recovery Fund, sarebbe stato nostro interesse primario predisporre immediatamente un piano di investimenti da presentare a Bruxelles. Un piano che focalizzasse per bene i nostri obiettivi e nello stesso tempo convincesse l’Europa che l’Italia, per dirla con Draghi, finalmente faceva “debito buono” anziché il solito “debito cattivo”. E, invece, niente. Latitanza totale, silenzio assordante. Rotto solo dai soliti latrati polemici degli “indecisi a tutto”, emessi o su questioncelle di nessun conto o su questioni importanti affrontate con assoluta povertà di contenuto e linguaggio.

Sul piano delle riforme economiche e dei progetti di ripresa, non si è andati al di là della solita corsa all’ennesimo bonus. E questo nonostante i disastrosi risultati ottenuti da quelli già varati, come dimostra il caso del “bonus vacanze”. Al 31 agosto, e quindi quasi alla fine della stagione turistica, neppure un decimo dei 5 milioni di italiani che il governo aveva ipotizzato fossero la platea, ne ha usufruito, facendo spendere appena 200 milioni dei 2,4 miliardi stanziati (l’8%). Sul fronte sanitario, siamo passati da un eccesso all’altro: troppa rigidità durante il lockdown, che poteva essere evitato per tutto il territorio nazionale in modo uniforme se si fossero circoscritte le “aree focolaio”; eccessiva tolleranza e lassismo negli ultimi tre mesi, creando così le condizioni perché in autunno ci venga propinato un “lockdown mascherato”, stessi effetti (o quasi) ma senza prendersi la responsabilità formale della chiusura generalizzata, di fronte alla quale ci sarebbe un’insurrezione. Il tutto senza aver attinto ai fondi europei immediatamente disponibili, quelli del MES, per il persistere di un rifiuto tanto idiota quanto ideologico. Risorse riservate alla sanità che avrebbero potuto consentirci sia di predisporre un piano “anti Covid di ritorno”, sia di rimettere in piedi il sistema sanitario, ammodernandolo (specie sul piano tecnologico) e rendendone omogenea la qualità su tutto il territorio nazionale. Si calcola che occorrerebbero circa 70 miliardi per questi obiettivi. Sarebbero soldi sacrosantemente ben spesi, che farebbero bene tanto alla nostra salute fisica quanto economica (si creerebbero tanti posti di lavoro). E invece siamo ancora lì a sfogliare la margherita del Mes. E ad attendere che il governo spieghi, a noi e all’Europa, come intende usare le risorse del Recovery. Che essendo concesse a “stato avanzamento riforme”, potrebbero anche non arrivare mai.

La scuola, verosimilmente, sarà il banco (è il caso di dirlo) di prova di come sarà affrontato l’autunno più difficile della nostra storia repubblicana. E da cui dipenderà l’indirizzo che prenderà l’economia, oggi di fronte al bivio tra una ripresa, magari anche parziale ma comunque incoraggiante, e una stagnazione sui livelli in cui è precipitata nel primo semestre dell’anno, se non addirittura con una ulteriore caduta. Molto dipenderà dal Covid e da come lo si saprà affrontare, ma anche dal grado di consapevolezza circa la condizione strutturale della nostra economia, e dunque dalle risposte che sapremo mettere in campo. Fin qui la logica è stata prevalentemente “risarcitoria” – bonus, a debito, usati per rimborsare e compensare chi ha subito danni diretti e indiretti dalla pandemia – e in minor misura di “incentivazione”, in gran parte verso consumi specifici. Cui si è accompagnata una politica di “tutela” sul piano del lavoro e del welfare, con il nefasto duo “blocco dei licenziamenti e CIG per tutti” (se ne pagheranno presto le conseguenze) e la riconferma delle scelte scellerate del recente passato (quota 100 e reddito di cittadinanza).

La logica della politica – di chi sta al governo nel fare, e di chi sta all’opposizione nel pretendere – è, ancora una volta, quella di tentare di assicurare il reddito a tutti. Invece, della vera cosa di cui avremmo davvero bisogno, gli investimenti, nemmeno l’ombra. Tanto che suona irritante la cantilena di apprezzamenti alle parole di Draghi, che stridono con la reiterata scelta di fare spesa pubblica corrente improduttiva a scapito degli investimenti in conto capitale, comportamento che è la causa dell’essere noi, da anni e a prescindere dal Covid, l’ultima ruota del carro europeo. Perseverare nell’errore è davvero imperdonabile, ma questa è la minestra che passa il convento oggi.

È lo stesso convento che ci propina una inutile quanto maldestra riforma costituzionale, di nessuna rilevanza strategica, tanto più se confrontata con le sfide terribili che abbiamo di fronte: il taglio del numero dei parlamentari. Sia chiaro, quella riduzione in sé non è – o meglio, non sarebbe – né un obbrobrio né un delitto. Il confronto con le esperienze degli altri paesi democratici – il rapporto tra numero dei parlamentari in relazione al numero degli abitanti – offre ragioni sia a chi ritiene che sia opportuno ridurre sia a chi vuole mantenere, e persino a chi volesse aumentare la quantità dei deputati e dei senatori italiani. Dunque il problema non è il taglio, ancorché sia inaccettabile che la riforma che lo ha realizzato non preveda una contemporanea sistemazione degli effetti negativi che esso procura (collegi elettorali da ridisegnare, sistema di voto da cambiare, regolamenti parlamentari da riscrivere, ruolo delle due Camere da ridefinire), affidati a generiche quanto non affidabili promesse di futuri interventi legislativi. E che siano promesse al vento lo dimostra il fatto che gli stessi proponenti del “taglio alla casta”, pur avendo solennemente giurato che avrebbero completato l’opera con una riforma del sistema elettorale con tanto di ridefinizione della mappa dei collegi e dei regolamenti parlamentari, da farsi prima del referendum, in un anno non abbiano concluso assolutamente nulla. E poi, se una riforma di rango costituzionale abbisogna di una legge ordinaria per risultare di senso compiuto, ma ne rimane orfana, contro di essa milita non solo il fatto che non sia stata colpevolmente completata, ma anche e soprattutto che risulti lampante che quella riforma costituzionale sia squilibrata e velenosa.

No, il vero terreno su cui si misura se un sistema politico-istituzionale sia efficiente, non è la quantità ma la qualità degli eletti. Cui va aggiunta la qualità delle modalità di loro selezione e nomina, così come dei meccanismi di funzionamento delle istituzioni medesime. Dunque, cambiare il numero senza intervenire sul resto è solo becera demagogia. Ne è accettabile il ragionamento – che credo prevalga nell’animo di chi ha intenzione di votare Sì – secondo cui visto che gli attuali parlamentari sono dei dilettanti allo sbaraglio (vero) inseriti in istituzioni fatiscenti (vero), allora tanto vale togliercene un terzo dai piedi, e pazienza se il risparmio annuale sarebbe soltanto dello 0,007% del bilancio dello Stato, più efficacemente tradotto nel costo di una tazzina di caffè all’anno a testa. Assecondando questa scorciatoia, metteremmo una pietra tombale sopra ogni altro intervento riformatore capace di incidere sulla qualità della nostra democrazia.

Insomma, è evidente che dietro questa smania solo apparentemente innocua di voler ridurre il personale politico non c’è un’idea di riforma dello Stato che una, ma soltanto una visione meschina della politica e una volontà punitiva nei confronti della democrazia rappresentativa che si vorrebbe sostituire con qualche piattaforma digitale e una spruzzata di blockchain, trasformando i parlamentari in soldatini con vincolo di mandato (che la Costituzione nega!) e di obbedienza al volere di chi la piattaforma controlla e manovra, con tanto di contratto e penali.

Per tutti questi motivi occorre impegnarsi a partecipare al referendum del 20 e 21 settembre votando NO. Ma c’è una ragione ancora più importante, che spiega perché questa porcata antiparlamentare vada bocciata. Si tratta di una ragione politica, che ha tre importantissime valenze: cogliere questa come l’occasione per a) dare una spallata al populismo, alle forze che tali si sono apertamente dichiarate; b) per dare una salutare svegliata a quelle, come il Pd e Forza Italia, che per ragioni di convenienza politica (presunta, peraltro) si sono supinamente piegate alle logiche del populismo; c) per dare voce all’Italia del fare che è stanca e preoccupata di essere nelle mani di scappati di casa senza né arte né parte, e che vorrebbe trovare nel menù dell’offerta politica una forza nuova, moderna e innovativa ma nello stesso tempo rappresentativa delle grandi culture politiche europee. Quel “partito che non c’è”, che in questa sede stiamo evocando da tanto (troppo) tempo. Ecco perché il referendum è fondamentale: potrebbe finalmente cambiare il corso della politica italiana, sconfiggendo un virus non meno terribile del Covid, quello della sfiducia.

So che circolano scoraggianti sondaggi che indicano un basso numero di votanti e un risultato finale scontato a favore del Sì. Ma so anche che il clima è cambiato nelle ultime settimane, come dimostrano i tanti mal di pancia dentro il Pd, Forza Italia e persino nella Lega, e che sta crescendo significativamente nel paese la consapevolezza che quella del 20 e 21 settembre è un’occasione imperdibile per sconfiggere il populismo e il dilettantismo politico, collocato tanto nella maggioranza come nell’opposizione. E poi c’è un precedente che conforta: la vittoria dei riformisti nel referendum abrogativo del 9 e 10 giugno 1985, in cui la maggioranza degli italiani confermò la normativa che aveva disposto il taglio della scala mobile, pur infliggendo alle loro buste paga un taglio della contingenza di 3 punti. Allora i pronostici furono rovesciati, perché escludere che non accada anche questa volta? E comunque, è bene dire fin d’ora che chi vota NO ha due risultati su tre a disposizione. Perché se anche il voto contrario non dovesse prevalere, ma fosse quantitativamente significativo – diciamo dal 15% a salire in termini assoluti, intorno al 40% dei votanti in termini relativi – si tratterebbe comunque di un risultato politicamente rilevante, capace di archiviare questa maledetta stagione politica. Se i NO saranno tanti – anche se malauguratamente non dovessero prevalere – segnalerebbero l’esistenza di un’Italia diversa da quella che ha consegnato se stessa, in una delle ore più buie della sua storia, ad un manipolo di buoni a nulla. E quella sarebbe la base elettorale del “partito che non c’è” da cui partire per cambiare verso al legno storto della nostra politica.

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