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Draghi, se non ora quando?

  • Il Commento Politico
  • 14 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Ieri a Lovanio, dove ha ricevuto il dottorato honoris causa dall’Università Cattolica, Mario Draghi ha detto che l’ordine internazionale è defunto e che i Paesi che vogliono salvarsi devono procedere al più presto per formare una federazione. C’è in questa affermazione, a noi pare, una contraddizione.

Infatti, nelle sue analisi del tutto condivisibili nel merito, Draghi sembra rivolgersi a una ipotetica classe dirigente europea che potrebbe e dovrebbe reagire prendendo l’iniziativa di fare ripartire il processo federativo fra i Paesi pronti a farlo. Gli altri, sembra dire Draghi, si accorgeranno ben presto che dentro la federazione si vive, mentre fuori si muore, e procederanno di conseguenza. Nello stesso tempo, Draghi riconosce che questa classe dirigente esisterebbe solo in un’Europa che si fosse federata.

Ma Draghi fa parte della classe dirigente europea. Chi è stato presidente della BCE e presidente del Consiglio di uno dei Paesi dell’Unione Europea è, per definizione, parte della classe dirigente. A chi si rivolge se non a sé stesso? Chi incita a un’azione se non lui stesso che ha occupato ruoli elevatissimi nell’Unione Europea? Perché se dal suo discorso e dal suo invito all’impegno escludesse sé stesso, il discorso perderebbe ogni interesse. Sarebbe come nella favola antica in cui qualcuno grida “Al lupo”, senza rendersi conto che il rischio è la saturazione della comunicazione di un allarme.

Inoltre l’analisi stessa di Draghi, che sostiene che oggi nella sua attuale configurazione l’Europa non potrebbe, neppure se volesse, dare una risposta efficace all’attacco che subisce, impone di approfondire il modo in cui si potrebbe e si dovrebbe uscire dall’impasse. Evidentemente, come avvenne per l’euro, deve essere un gruppo di Paesi membri a prendere l’iniziativa di fare un passo in avanti, avviando una cooperazione politica che gli attuali strumenti dell’Unione non consentono. Dunque, per sbloccare l’impasse dell’Europa bisogna che qualcosa avvenga in uno o più Paesi europei. Cioè sono gli Stati nazionali la chiave del problema: se uno o più di loro si muove, l’Europa può ripartire, altrimenti le parole sono vane.

E qui viene il punto. Draghi non può certo pensare che sia l’Italia nella sua configurazione politica attuale a raccogliere il suo appello. L’on. Meloni non può trasformarsi di colpo in un novello De Gasperi: non glielo consente la sua storia; non glielo consente il suo pensiero. Lo ha ammesso con rara onestà quando ha detto di condividere largamente le opinioni espresse dal vicepresidente americano Vance, nel febbraio scorso durante la Conferenza per la Sicurezza di Monaco. Dunque dall’Italia non può venire né una spinta, né un’adesione all’idea di un’Europa federale. Perché possa mettersi su questa lunghezza d’onda, deve cambiare la sua maggioranza e il suo governo. Chi può farlo meglio di Draghi? A chi si rivolge il suo appello alla classe dirigente europea, quando si prenda in considerazione l’Italia, se non in primis a lui stesso?

Per parte nostra, noi diciamo che, se Draghi decidesse di scendere in campo nelle prossime elezioni politiche, lo sosterremmo con tutte le nostre forze. Abbiamo anche la convinzione che una larga parte dell’elettorato italiano, compresi molti che non vanno più a votare, darebbe il suo consenso al “partito di Mario Draghi”. Noi siamo convinti che le prossime elezioni avranno per l’Italia la stessa importanza epocale che ebbero le elezioni del  1948. La scelta sarà fra chi sta con e per l’Europa e chi è contro. Draghi darebbe un senso chiaro e netto a questa scelta. Incarnerebbe la politica che tante volte ha sollecitato. Noi pensiamo, o forse solo speriamo, che il discorso di Lovanio voglia dire che si appresta a scendere in campo.

Se non ora quando?

 

Giorgio La Malfa


3 febbraio 2026

 

1 commento


Aurelio Vita
Aurelio Vita
5 ore fa

On. Giorgio La Malfa vi ringrazio di quello che avete scritto. Forse rientro nel P.R.I.


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