Eliseo, una corsa a tre fra le polemiche

Lettera da Parigi


Tutti i riflettori mediatici francesi appaiono puntati ossessivamente sull’incubo pandemico. Se ne distolgono di tanto in tanto a beneficio della politica, per cercare di far luce attorno alle tribolazioni della destra ed alla corsa, essenzialmente a tre, che ha per traguardo il 10 aprile, primo giorno del voto per le presidenziali, e quindi la qualificazione per il successivo secondo turno.


Si parla esplicitamente di una vera e propria “primaria” in seconda battuta dei conservatori, fra Le Pen, Zemmour e la candidata neo-gollista Valérie Pécresse. Per parte sua, quest’ultima stenta a dissociarsi – forgiando una propria linea autonoma, ancorata alla tradizione moderata del Partito – dai temi identitari, patriottardi e securitari sciorinati dai suoi rivali, che è costretta ad inseguire in nome di una comune parola d’ordine: “fare le scarpe” al Presidente uscente.


Faccio volutamente ricorso a questa espressione colloquiale per evocare il diffuso, spesso volgare tenore delle tante battutacce che fioriscono di ora in ora (ivi comprese quelle di impronta scatologica artatamente usate dal Presidente contro i non vaccinati) sulle labbra di tutti i partecipanti alla campagna, e che formano oggetto di uggiose dispute semantiche da parte dei commentatori, con la partecipazione di sociologi, psicologi e linguisti. Si discetta per esempio a iosa sull’uso delle tante declinazioni - fin dal Medio Evo e persino nella raffinatezza della Corte settecentesca - della celebre imprecazione del generale Cambronne a Waterloo, mentre si discute a lungo dell’opportunità (o dell’ipocrisia) di una più misurata castigatezza del linguaggio politico e giornalistico.


Una desolante constatazione sembra imporsi ogni giorno di più: la nefasta influenza del populismo ha pervaso ormai il dibattito politico persino in questa società così ricca di cultura politica e vocata alla dialettica anche aspra, ma fondata sul lume del raziocinio, fra idee e tesi contrapposte.


È come se finisse per imporsi, anche nella patria di Cartesio, di Voltaire, di Tocqueville e della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo, una sorta di invasivo “trumpismo” in salsa francese, alimentato in pari misura dalla scansione del verbo tossico dei social media, dalla frustrata nostalgia della grandeur, da una crescente disaffezione alla politica, da un’esasperata difesa dell’interesse particolare di ciascuno, contrapposto a quello comune della solidarietà e della responsabilità; in barba al motto liberté, égalité, (e soprattutto) fraternité.


Su tutto plana la centrale questione identitaria, in nome della quale continuano ad aprirsi (salvo a cadere subito nel dimenticatoio) virulente polemiche incomprensibili, almeno nelle argomentazioni speciose di cui sono intessute, agli occhi degli osservatori stranieri.


Dopo quella della bandiera europea all’Arco di Trionfo e della ricollocazione di una statua di S. Michele sulla piazzetta di un piccolo borgo della cattolicissima Vandea (reclamata con gran chiasso da Zemmour a caccia di voti di elettori cristiani tradizionalisti), la più recente (ed altrettanto sorprendente) è stata innescata dalla veneranda Segretaria Perpetua dell’“Académie Française”, Hélène Carrère d’Encausse (madre del più noto Emmanuel). La storica, abitualmente adusa a moderazione e cortesia di modi, è violentemente insorta contro le nuove disposizioni in materia di documenti ufficiali, lamentando che nella carta di identità francese saranno introdotte alcune menzioni anche in lingua inglese per renderla rapidamente intellegibile all’estero: ne ha intimato pubblicamente l’immediata soppressione ed il ritorno al “tutto solo in francese”, pena un ricorso legale contro l’esecutivo per palese incostituzionalità!


Al di là di questi aneddoti, il tratto comune all’iniziativa delle opposizioni sembra essere quello di liberarsi del giogo paralizzante della questione sanitaria, per cercare di riesumare almeno un simulacro di agenda politica e programmatica: e se due veterani della vita pubblica come Le Pen e Mélenchon, sembrano riuscirvi almeno in parte, i meno sperimentati, Zemmour e Pécresse in particolare, vanno inanellando una serie di passi falsi che si ripercuotono a loro sfavore nei sondaggi.


Zemmour ha cercato di compensare con la conquista del sostegno del controverso Guillaume Peltier, espulso contestualmente dai Les Républicains di cui era stato effimero Vice Presidente, la “sceneggiata” in Vandea a fianco di altri ex- esponenti del neo-gollismo, de Villiers e Buisson, screditati entrambi per la loro fama di voltagabbana, di militanti sovranisti e antieuropei e di inclinazioni neppur troppo velatamente antisemite.

Pécresse, dal canto suo, dopo la brutale dichiarazione sul “karcher” (la sistola a pressione invocata a suo tempo da Sarkozy per una radicale pulizia della “racaille” – la gentaglia – delle periferie) ha messo in scena una bizzarra conferenza stampa programmatica, durante la quale ha pronunciato un’invettiva livorosa contro Macron, letta da una traccia scandita con studiata solennità. Sul podio, Pécresse era letteralmente attorniata da una guardia ravvicinata composta dai suoi antichi oppositori e guidata dal Presidente del Senato, il navigato manovriero Gerard Larcher. Svettava al suo fianco l’ex rivale Ciotti, che – alla stregua quasi di un “commissario politico” – non la molla di un centimetro in tutte le sue apparizioni pubbliche. Tanto che si parla oramai di un “ciottisation” del programma gollista, sempre più ispirato all’agenda del radicalismo di destra.

La débacle parlamentare subita dai Les Republicains, con la frammentazione in tre tronconi del loro voto sul “pass vaccinale” contro la consegna unitaria (e favorevole) reclamata da Pécresse, sembra confermare la mancanza di coesione del partito. Ma, ancor più, mostra l’immagine di un’aspirante alla Presidenza sprovvista della personalità e della tempra necessarie; soprattutto dilaniata fra l’esigenza di riconquistare, da una parte, i consensi degli elettori neo-gollisti affascinati da Zemmour e dall’altra quelli della base moderata e borghese, sedotta da Emmanuel Macron.


Il Presidente, dal canto suo, prosegue per la sua strada con apparente serenità, venata da qualche “sortita” più muscolare, come la cruda stigmatizzazione del rifiuto del vaccino. La severità del suo giudizio, confermato in termini meno corrivi nel corso della conferenza stampa con Ursula von der Leyen, ha tuttavia disperso in poche ore il coro di indignazione intonato da molti contro la sua invettiva, giudicata divisiva. Ha così guadagnato punti nei sondaggi e incassato l’approvazione dell’Assemblée Nationale sul pass vaccinale.


Il mosaico del programma del Presidente, non ancora ufficialmente candidato, va precisandosi attorno ad un progetto per il Paese che rassomiglia molto al completamento necessario del disegno riformatore lanciato nel 2017: riuscire a trasformare profondamente la società francese, a cominciare dalla definitiva rottamazione della politica politicienne. La riconferma di Macron segnerebbe la conclusione dell’era del confronto esclusivo fra destra e sinistra ed imporrebbe un processo di revisione tanto agli ormai agonizzanti progressisti “vecchia maniera”, quanto agli eredi del gollismo: con una finestra dischiusa al superamento dell’ostracismo per la parte meno indigesta del radicalismo conservatore, come lascia intravedere – occorre riconoscerlo – la strategia di dédiabolisation seguita da Marine Le Pen.


Gli ostacoli sono ancora molti: dall’incognita della pandemia, con la scommessa di garantirne il contenimento senza paralizzare nuovamente il Paese. Sino a quella della conquista di settori ancora “grigi” dell’elettorato e del potenziale astensionismo: dagli strati popolari corteggiati da Marine Le Pen, alle giovani generazioni divise fra le rassicurazioni del piano per l’economia e l’occupazione e la tentazione della protesta e di nuove forme di odio di classe, dagli esiti più difficilmente prevedibili.


Certo è che la strada prescelta dal Presidente verso una sua possibile riconferma differisce da ogni precedente storico, in particolare da quella del richiamo alla riconciliazione nazionale adottata pubblicamente da Mitterrand in veste di vecchio “padre della Patria” al termine del primo settennato. E rassomiglia assai più alla sfida un po’ temeraria lanciata nel 2016 da un giovane “outsider” che, pur privo oggi del corredo di una coabitazione con l’opposizione mai mancato in passato in caso di ricandidatura, tenta ancora una volta di chiamare a raccolta progressisti e moderati indistintamente, con “la mente che ragiona a destra ed il cuore che batte a sinistra.”


l'Abate Galiani

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