Il tandem Macron-Borne piace ai francesi

Lettera da Parigi


Nel clima funestato dagli oscuri presagi provenienti dall’Est e dal Sud dell’Europa, cominciano a dissiparsi le prime incertezze che avevano pervaso la scena politica e si attenuano le profezie più catastrofiste sul vicolo cieco in cui il risultato inatteso delle legislative e la balcanizzazione (relativa) della rappresentanza parlamentare avevano costretto il funzionamento della democrazia francese.

L’Assemblea Nazionale – sottoposta in queste torride settimane estive ad una sessione di particolare intensità – rimane, è vero, sotto i riflettori mediatici, mentre tutti i commentatori ne scrutano ogni minimo sussulto e continuano impietosamente a stigmatizzare gli eccessi verbali e le esibizioni muscolari della multicolore opposizione mélenchoniana, cui fa eco la speculare vociferazione, più sistematica e più composta, della destra estrema.


Stretti nella morsa delle due ali, populista e sovranista, l’Esecutivo e la maggioranza relativa, tuttavia, sono riusciti a muovere alcuni, convincenti primi passi nell’attuazione del programma, raccogliendo, almeno per il momento, qualche crescente consenso sul paziente e tenace ricorso al metodo (qui sinora inesplorato) del dialogo e del compromesso. Soprattutto nell’opinione pubblica, si registra una certa soddisfazione per lo spostamento dell’asse decisionale dal ruolo monopolistico dell’Eliseo ad una dialettica sia in aula che nei conciliaboli inter-partitici: tanto da far rilevare, nei sondaggi un lieve rialzo della popolarità del Presidente e soprattutto della Prima Ministra Élisabeth Borne: ai due si guarda ormai come a un tandem paritario, salutandone l’intesa e la sincronia operativa.


Sul piano della sostanza, riassorbito con successo (grazie alla determinante mediazione del Senato a maggioranza gollista) il primo smacco subito dal disegno di legge di proroga delle misure anti-covid, sono stati nel frattempo adottati i provvedimenti di urgenza in materia di tutela del potere d’acquisto ed il pacchetto di misure correttive del bilancio 2022, fra cui risalta il finanziamento della nazionalizzazione di EDF, il colosso energetico in gravi difficoltà, specie sui progetti nucleari in corso.


La pervasiva e rumorosa mobilitazione della Nupes si è rivelata del tutto sterile quanto a cedimenti e a concessioni sostanziali, tanto sull’impianto complessivo delle misure governative, quanto su quello delle improbabili alternative sbandierate; persino l’emendamento proposto per l’introduzione di una tassazione straordinaria dei super-profitti speculativi in campo energetico ed alimentare, che pure aveva inizialmente suscitato qualche cauta apertura nel campo moderato, è stato respinto, anche se di stretta misura.


Si guarda oramai all’autunno, che i non sopiti venti di guerra, la minaccia energetica ed ambientale, gli scricchiolii nell’architettura europea introdotti, ancora una volta, dal rischio-Italia (qui insistentemente rappresentato con toni di preoccupato rammarico), potrebbero infiammare di nuove, imperscrutabili sfide. Prima fra tutte, quella di sempre possibili disordini popolari che i sanculotti della Nupes - sinora frustrati dagli scarsi esiti del loro incessante movimentismo parlamentare - sembrano (e neppur troppo velatamente) intenzionati ad innescare, quando in calendario sarà la volta di scelte più controverse, come quelle della legge di bilancio e dell’avvio di alcune prime riforme (dalle pensioni alla modifica delle indennità di disoccupazione e del reddito di sostegno).


Anche in questa prospettiva, l’Esecutivo e, dietro le quinte, Macron, sembrano volersi dare il tempo necessario per la riflessione e la concertazione, lasciando maturare, nel corso almeno del mese di settembre, le prove generali di dialogo sotterraneamente in atto con l’opposizione, specie quella neo-gollista, ma anche con alcune componenti del cartello delle sinistre (socialiste e verdi). In autunno sono infatti previste importanti scadenze congressuali per il Partito Socialista e gli ecologisti, mentre si va mettendo in moto l’iter per la designazione del nuovo leader de “les Républicains”. Senza contare il nuovo assetto dirigenziale del Rassemblement National, con l’avvicendamento di vertice fra Le Pen, che intende dedicarsi a tempo pieno al suo ruolo di Capo Gruppo ed un nuovo Presidente del Partito, carica per cui rivaleggiano il giovanissimo astro nascente Bardella e il più stagionato Alliot, accomunati dagli imprescindibili legami familiari con il clan Le Pen.


Per ora, il teatrino della Nupes occupa non poco i media; a fronte del consueto bisogno di attirare con ogni mezzo la distratta noncuranza dei vacanzieri agostani, imperversa la melensa polemica sulla correttezza dei comportamenti e del vestiario in Parlamento. Ci si sofferma persino sulla folkloristica reazione inscenata dalle deputate-suffragette della France Insoumise che si sono fatte riprendere all’ingresso in aula munite di vistosi cravattoni annodati su succinti camicioni estivi, per rispondere con veementi accuse di “machismo” e di antifemminismo recondito all’esplicito invito del conservatore Eric Ciotti di reintrodurre l’obbligo della cravatta per i parlamentari. Il clamore e la stessa eterogeneità degli interventi in Aula alla lunga sembra non convincere la pubblica opinione; ma la costanza (e la pazienza) della maggioranza presidenziale è messa alla prova anche da alcune prime esplicite differenziazioni al suo interno con, in particolare, la componente Horizons, che fa capo a Philippe e che non sembra intenzionata a farsi trascurare, ogni qualvolta sono in gioco interessi rilevanti per la sua prioritaria attenzione alla capillare presenza del nuovo movimento sui territori ed alla guida degli enti locali.


Macron continua ad essere fedele a se stesso ed irrobustisce, in primo luogo, il peso del suo ruolo istituzionale, riservando tempo e spazio ragguardevole alle prerogative riservategli in via quasi esclusiva dalla Costituzione, in particolare la diplomazia. Ma i segnali, più che subliminali, che invia nel contempo a destra (sostenendo apertamente l’iniziativa congiunta dei Ministri dell’Interno e della Giustizia per una stretta securitaria in materia soprattutto di espulsioni di stranieri irregolari) e a sinistra (con iniziative miranti a valorizzare l’azione sui diritti civili e contro le discriminazioni, come le solenni manifestazioni commemorative delle vittime dell’antisemitismo di Vichy), assecondano l’azione del Governo e consolidano il ruolo di Borne, non più (come nell’accezione un po’ spregiativa del passato) di principale collaboratrice del Capo dello Stato ma come autentico pilastro politico paritario dell’Esecutivo.


Proprio in questi giorni, il Presidente è impegnato in un periplo africano che, dopo il Camerun, lo condurrà in Benin e in Guinea Bissau: e fin dalla prima tappa a Yaoundé, Macron ha enunciato la triplice finalità della sua missione: proseguire nella tessitura di un dialogo operativo fra l’Europa e il Continente Africano e assicurare al tempo stesso tutto il peso della collaborazione francese alla lotta antiterrorista e anti-islamica nel Sahel e dintorni. Ma, a riprova che la presenza del Presidente francese in territorio africano intende assumere, anche plasticamente, una funzione di contraltare rispetto alla parallela visita di Lavrov, i termini più inequivocabili e coraggiosamente espliciti Macron li va rivolgendo alla Russia e a Putin, additando impietosamente il Cremlino – ad un uditorio non si sa quanto recettivo – come animato da evidenti finalità imperialistiche di stampo neo-coloniale e ribadendone senza mezzi termini l’esclusiva responsabilità della destabilizzazione bellica e della crisi alimentare (e non solo) che affligge l’Africa e compromette il suo futuro.


Il Presidente francese è tornato, insomma, anche nell’immaginario collettivo, ad incarnare l’avversario numero uno dello Zar del Cremlino, consolidando in tal modo – in una fase tanto precaria e rischiosa per l’Europa, quale è l’attuale – la sua fede indefettibile nel campo della ragione ed il suo perdurante impegno per la costruzione europea. Non a caso, una stampa solitamente ripiegata sulle vicende nazionali, ha seguito con allarmata attenzione la vicenda italiana, definendo, con un’unanimità inusuale, l’uscita di scena di Mario Draghi, dopo quella di Boris Johnson, come una “aubaine” per Mosca, vale a dire un’insperata manna piovuta dal cielo a beneficio di Putin e dei suoi disegni.


l’Abate Galiani

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