Eliseo, una scelta per l'Europa


Lettera da Parigi


Non sono più soltanto gli sguardi degli abituali opinionisti francesi, ma quelli del mondo intero a volgersi con ansia all’incognita di domenica prossima e all’esito di un’elezione presidenziale gravida di epocali conseguenze per la Francia e per l’Europa. Ma anche per il destino – che riguarda tutti noi – delle nostre società e delle loro istituzioni democratiche, ancora una volta esposte all’onda d’urto del populismo sovranista ed identitario.


Siamo tutti con il fiato sospeso, né valgono a rassicurarci del tutto le rilevazioni delle intenzioni di voto, che segnano, fin dall’inizio della campagna del secondo turno, una costante dinamica ascensionale a favore del Presidente uscente: Macron è accreditato di un margine di vantaggio che, secondo alcuni istituti, supera oramai il 10%, mentre il grande dibattito televisivo di mercoledì sera lo confermerebbe come il favorito per il 59% dei telespettatori.


Lo “spauracchio” principale rimane quello dell’astensione, specie nella zona grigia dei giovani e dei contestatori delusi della estroflessione dalla scena politica della sinistra verde e genericamente protestataria che ancora recalcitra rispetto alla consegna di fare sbarramento all’ultra destra (ribadita ieri nei consueti modi pilateschi da Mélenchon) e preferisce rifugiarsi in una pericolosa neutralità. E questo in nome di una generica “cifra” populista che ormai pervade le aspirazioni confusamente plebiscitarie dell’anti-macronismo oltranzista (gilets gialli, neo-sessantottini universitari, ambientalisti di battaglia) avanzate verso una non meglio definita democrazia diretta, sganciate dalle ideologie e dalla razionale mediazione dei partiti e dei corpi intermedi. Quelle stesse modalità perseguite all’altro estremo e non senza una punta di opportunismo elettoralistico proprio dall’ultradestra, in un unanimismo acritico di pura marca populista.


Plana, insomma, lo spettro di scenari relativamente recenti in cui il sonno tranquillo favorito da rassicuranti sondaggi, si era trasformato all’alba nell’incubo dell’inattesa elezione di Trump negli Stati Uniti o del divorzio del Regno Unito dall’Unione Europea.


Ciò che inoltre sorprende è la prudente benevolenza che i media continuano a riservare allo scontro frontale tra i due contendenti, invocando una artificiosa equidistanza ed omettendo di rilevare che la posta in gioco il 24 aprile non è l’avvicendamento fisiologico di una personalità politica alla guida dello Stato, ma un vero e proprio cambiamento di “regime” che l’annunciata rivoluzione lepenista implicherebbe tanto nell’Esagono che per le relazioni della Francia con l'Europa e con il resto del mondo.


Eppure, i giorni ormai trascorsi dal primo turno ad oggi hanno fatto pienamente luce sugli autentici obiettivi postulati dal programma di Marine Le Pen, con l’implicito arretramento da tutte quelle artificiose manovre di banalizzazione del perdurante nocciolo duro ultraconservatore del Rassemblement National: dalle forzature (se non autentiche violazioni) della Costituzione del 1958 per imporre il “volere del popolo” in materia di immigrazione (con l’impraticabile divieto del velo islamico per le strade), sino alle smascherate intenzioni di una Frexit che ritorna dalla finestra di impossibili denunce dei Trattati, dopo essere stata accantonata nel 2017, a fronte del dichiarato favore maggioritario per l’Euro.


Incalzata dagli stessi sondaggi e ormai “scoperta” sulla sua destra dalla esclusione di Zemmour che le faceva da parafulmine sulle istanze più radicali e identitarie (comprese quelle antiamericane ed antieuropee), Marine è tornata ostentatamente quella di sempre. Il Re (o meglio la Regina) è nudo/a. Eppure, la destra gollista residuale, ed i media sembrano sorvolare. Non così Emmanuel Macron, che in un inatteso formato del faccia a faccia televisivo di mercoledì sera, si è mostrato più “offensivo” di quanto si attendeva ed ha contestato, punto per punto, le falle del programma dell’ultra-destra proprio sul piano della sua legittimità costituzionale; senza dimenticare naturalmente quelle di tipo socio-economico e ambientale.


Non è mancato naturalmente il riferimento all’attualità internazionale ed ai trascorsi legami della candidata con il Cremlino: di fronte ad una smarrita Le Pen, Macron le ha ricordato che mentre lui parla con Putin da Capo di Stato, lei gli si rivolge potenzialmente come al …“banchiere” che ha finanziato la sua campagna e il suo movimento.


Se la prestazione mediatica di Marine Le Pen (pur leggermente migliore di quella catastrofica del 2017) è stata generalmente commentata con accenti negativi, quando non apertamente critici, non si è mancato al contempo di far rilevare, quasi a non voler ammettere la pur evidente diversità di statura, di carisma e di preparazione del Presidente candidato, che ancora una volta Macron non ha saputo esimersi (fino al… “body language”) da quella albagìa aggressiva che gli viene rinfacciata da molti e che gli è valsa la nomea del Presidente dei ricchi e dell’élite.


Non ci resta che attendere – stavolta con maggiore trepidazione che in passato – e sperare che i teleschermi, domenica sera alle 20, non dischiudano la raffigurazione grafica di un volto che potrebbe incarnare il più radicale mutamento a venire per i nostri sistemi democratici e le nostre società.


In ogni caso, l’era che si apre in Francia a partire da maggio è gravida di altre incognite, legate al rinnovo dell’Assemblea Nazionale ed alla imprescindibile formazione di una maggioranza presidenziale, se le condizioni così contrastate della vita politica, le loro ipotizzabili ripercussioni, anche violente, per le piazze e per le campagne, la frattura profonda fra i ceti sociali e le generazioni, l’inarrestabile liquefazione della politica tradizionale, lo permetteranno. Fra le promesse ribadite ancora una volta da Macron in caso di riconferma, quella di dedicarsi ad una vera riforma istituzionale sembra oggi la più necessaria ed incalzante.


l’Abate Galiani

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