False scorciatoie

Il Commento Politico non può lamentare che il governo non legga le cose che da mesi andiamo scrivendo a proposito della impostazione del Piano italiano di utilizzo del Next Generation Eu. Abbiamo l’impressione che la presidenza del Consiglio e i ministeri dell’Economia e degli Affari Europei sappiano ormai che vale la pena di seguire i nostri interventi, non solo perché abbiamo sviluppato fin dal primo giorno un filo di ragionamento, che può essere condiviso o respinto, ma costituisce in ogni caso una ipotesi precisa, ma anche perché sanno che non rappresentiamo interessi di parte. Ci sforziamo, attribuendo a questo dossier un’importanza vitale per il futuro del nostro Paese, di contribuire alla migliore impostazione del progetto.

L’aspetto centrale della nostra proposta, che verrà riesposta nei prossimi giorni in un volume della Biblioteca Grilli della Fondazione Ugo La Malfa, è l’idea che, a uno strumento speciale immaginato dall’Unione europea debba corrispondere uno strumento altrettanto speciale, costruito per l’occasione dall’Italia avendo presenti le migliori esperienze italiane del dopoguerra.

Inizialmente, questa nostra convinzione non ha trovato alcuna udienza da parte dell’esecutivo, che non ha dedicato alcuna attenzione alla questione della struttura necessaria per impostare e realizzare il Piano, ma si è concentrato sui suoi contenuti: ha convocato gli Stati Generali dell’economia, ha chiesto all’ing. Colao delle idee; ha invitato le Amministrazioni centrali dello Stato a elaborare delle proposte, dichiarando che era stata ormai individuata una struttura nel CIAE per selezionare i progetti da includere nel Piano. È’ ovvio che se questa impostazione non fosse stata poi abbandonata, oggi il Piano ci sarebbe.

Invece, evidentemente, è intervenuta una riflessione più approfondita. Qualche settimana fa il presidente del Consiglio, in un colloquio con il presidente della Confindustria, Bonomi, ha accennato alla necessità di predisporre uno strumento legislativo. Alcune settimane dopo lo strumento legislativo si è materializzato in un articolo della legge di Bilancio, ora all’esame delle Camere, che introduce la nozione di monitoraggio sull’esecuzione dei progetti da parte del MEF.

Certo si è trattato di un primo passo in avanti nella direzione che avevamo auspicato di definire il quadro delle procedure, la cornice entro la quale collocare (e valutare) i singoli progetti che avrebbe dovuto far parte del Piano. La proposta del governo non aveva suscitato inizialmente alcun commento da parte né della stampa, né del mondo politico o accademico. Se ne era preso atto.

Ma all’indomani della presentazione dell’articolo della legge di bilancio, in una lettera pubblicata con grande evidenza sul Corriere della Sera, Giorgio La Malfa ha fatto osservare che era una scelta quantomeno incompleta quella di definire per legge le fasi a valle relative al monitoraggio sulla realizzazione dei progetti, senza avere delineato il quadro giuridico delle fasi a monte dell’esecuzione delle opere. Dove era stabilito chi aveva titolo a presentare dei progetti, chi li avrebbe valutati, con quali criteri obiettivi sarebbe stata fatta la valutazione e come e dove si sarebbe proceduto all’assemblaggio finale del Piano.

Anche queste considerazioni devono essere state lette attentamente in seno al governo se, pochi giorni dopo, si è letto dell’intendimento da parte dell’esecutivo di procedere a una seconda proposta legislativa da includere nella legge di bilancio con la quale regolare la fase a monte.

Su questo punto sono apparse varie indiscrezioni o anticipazioni di stampa: si è letto di sei “grandi” manager per gestire i sei grandi capitoli del Piano e di una forza di 300 funzionari per la realizzazione del Piano. Ma, soprattutto, si è letto di varie riunioni del governo e della maggioranza per mettere a punto questo testo che avrebbe avuto la forma di un emendamento alla legge di bilancio ora all’esame delle Camere con tempi ormai strettissimi rispetto alla necessità di approvare il bilancio entro il 31 dicembre.

Mercoledì, però, il ministro Amendola ha corretto, o è sembrato correggere, quelle anticipazioni. In una breve, ma corposa risposta a interrogazioni parlamentari, ha dichiarato che il governo era orientato a predisporre un testo legislativo. Ora, il ministro Amendola sa il significato delle parole, specialmente se dette nella sede del Parlamento. Formalmente anche un emendamento è un testo legislativo, ma ci siamo detti che era un buon annuncio: un testo legislativo darebbe modo di discutere tutto con calma, senza doverci poi tornare su. Non possiamo fare con il Next generation Eu quello che si fa con i dcpm sulla pandemia o per i decreti Ristori. Dobbiamo fissare una linea possibilmente definitiva e comunicarla a un’Europa che – ciò risulta – è preoccupata dei ritardi italiani.

Oggi invece leggiamo sul Sole 24 Ore, che è generalmente bene informato, che è tornata a farsi avanti l’idea di un emendamento nella legge di bilancio. Allora diciamo chiaramente che definire tutte le procedure del Next Generation Eu con un ulteriore emendamento alla legge di bilancio configura di fatto un colpo di mano ai danni del Parlamento (ma forse – a voler essere sospettosi – anche ai danni di una parte del governo e della maggioranza), perché sappiamo che la scarsità dei tempi porterà a fare votare al Parlamento la fiducia su un emendamento unico di centinaia di pagine in cui il governo si riserva il diritto di scrivere e riscrivere quello che vuole. Non è neppure detto che una Commissione di uno dei due rami riuscirà a pervenire a un testo votato in Commissione che potrebbe essere fatto proprio dal governo.

In sostanza, con la fiducia si trasforma la legge di bilancio in una specie di decreto-legge con parti già conosciute ed altre che il Parlamento, la stessa maggioranza e certamente l’opinione pubblica conoscerà quando non sarà più possibile cambiare i testi.

Diciamo con chiarezza che un governo che ha ritardato sei mesi a capire che non poteva procedere senza indicare le regole di formazione, definizione ed esecuzione del piano di utilizzazione dei fondi europei da parte dell’Italia, non può con un colpo di mano stabilire quello che gli pare. Non c’è una giustificazione di tempi per una procedura così arbitraria e non c’è una giustificazione nell’introdurre nella legge di bilancio norme che sono di natura ordinamentale.

Il governo non metta in difficoltà tutti coloro che sono coinvolti in questa faccenda, ma non corrivi ad essa.

Come abbiamo già scritto, la sede e il tempo giusto per portare avanti questa discussione è il Parlamento all’indomani della fine della sessione di bilancio: l’inizio di gennaio.

Questa è la via maestra.


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