I doveri della politica

È tempo che in Italia la politica batta un colpo, forte e chiaro.

Nessuno si nasconde che la crisi che ha investito il Paese sia di ardua soluzione. L’epidemia ha colpito tutto il mondo ed è difficile anche decidere quando e come riaprire le frontiere di un’Europa che oggi sembra nuovamente l’area meno a rischio di nuovi contagi autoctoni. A ciò va aggiunto che la fisionomia dei Paesi più sviluppati non è più quella del secolo scorso in cui la società era divisa in poche grandi categorie: apparati pubblici, industria, agricoltura, servizi. Oggi la parcellizzazione accentuata del mondo del lavoro e della produzione di reddito rende indispensabile intervenire con strumenti molteplici, se si vuole sostenere la ripresa di tutte le categorie.

Tuttavia, mentre tutto ciò è indubbio, altrettanto certo è che in un’altra occasione – e cioè all’indomani della seconda guerra mondiale - l’Italia è riuscita non solo a risollevarsi dalle proprie macerie ma a dare vita a quello straordinario miracolo economico di cui ancora oggi, nonostante tutto, si sentono i benefici effetti.

Mark Twain diceva: “La storia non si ripete, ma qualche volta fa rima”. Ed in effetti, tra oggi e allora ci sono molte assonanze: una crisi economica senza precedenti, la possibilità di usufruire di imponenti misure anticicliche provenienti da Paesi alleati (ieri il Piano Marshall americano, oggi il Recovery Fund europeo), le divisioni tra i partiti in ordine alla collocazione internazionale del Paese (ieri la scelta per l’Alleanza Atlantica, oggi la scelta europeista) e alle politiche economiche da adottare (gran parte della Confindustria fu incerta e tiepida rispetto alla prospettiva della liberalizzazione degli scambi).

La politica, allora, fece scelte che fortunatamente si rivelarono giuste e lungimiranti. Oggi, invece, cerca di sottrarsi a questa responsabilità. Il modo più obliquo e pericoloso è quello di proporre l’introduzione di miracolistiche riforme il cui effetto, pur se ben concepite ed attuate, non potrebbe che rivelarsi incompatibile con l’urgenza dei problemi: la riforma delle istituzioni, la riforma degli apparati burocratici, la riforma della giustizia, la riforma del codice degli appalti, la semplificazione amministrativa, il rilancio della ricerca e dell’istruzione. Chi più ne ha, ne metta.

Andò così nel 1948? No. Eppure l’Italia era in larga parte distrutta, nel suo apparato produttivo e nelle infrastrutture. La sua burocrazia era ancora quella del regime fascista. La sua legge elettorale era completamente proporzionale e alimentava un bicameralismo pressoché perfetto. L’analfabetismo era ampiamente diffuso. Poteva, però, contare su una classe politica all’altezza dei tempi e cioè capace di costituire una maggioranza coesa che si confrontava con una opposizione che, pur legata all’Unione Sovietica, non scatenò la piazza nemmeno in occasione dell’attentato a Togliatti.

Oggi avremmo bisogno di una classe politica di tal fatta. Che non scarichi su altri le proprie responsabilità e faccia poche, importanti scelte. In primo luogo quella di parlare chiaro al Paese. Questa crisi durerà a lungo e del resto nemmeno l’altra fu breve: tra il Piano Marshall e il simbolo del boom italiano - la messa su strada della Fiat 600 - passarono sette, difficili, anni.

Assistiamo a rinvii di decisioni cruciali nel timore che le prossime elezioni regionali spostino qualche equilibrio locale, mentre sarebbe necessario che un governo sorretto da una maggioranza politica degna di questo aggettivo trovi la forza di dire agli italiani che la ricreazione è finita e che una nazione con un risparmio privato superiore al debito pubblico non è un Paese risparmiatore ma un Paese in cui ogni categoria - nessuna esclusa - ha attinto al bilancio pubblico non appena ha potuto.

Siamo convinti che gli italiani capirebbero. Il governo si è fatto giustamente vanto di aver trattato l’epidemia con trasparenza. È vero: non sono stati taciuti i numeri, verosimili, dei contagi e dei decessi e nemmeno le incertezze sull’approccio ad un virus sconosciuto. Il Paese ha risposto in modo adulto.

Adesso è necessaria altrettanta trasparenza nel descrivere il percorso che si vuole intraprendere e le scelte di fondo di ciascun partito, in particolare di quelli di questa maggioranza ancora troppo politicamente nebulosa.

Chi governa deve anteporre gli interessi dell’Italia a quelli delle proprie fortune politiche. Può farlo scegliendo terapie urgenti, coraggiose e realistiche. O facendo scegliere agli elettori.

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