I giorni difficili del semipresidenzialismo francese


Lettera da Parigi


In attesa che si completino gli ultimi adempimenti per la formazione del nuovo Gabinetto (probabilmente un governo minoritario Borne 2, con un ampio rimaneggiamento e la nomina di alcuni nuovi Ministri), la scena politica e mediatica è dominata in questi giorni dalle vicende del Legislativo e del Giudiziario, alcune delle quali rivestono carattere del tutto eccezionale. Si impone all’attenzione l’apertura di un possibile contrasto fra governo e magistratura dopo il rifiuto dei giudici di Parigi alla richiesta dell'Italia di estradizione di dieci terroristi e brigatisti italiani. E dopo la pronta risposta di Macron che, ieri in conferenza stampa, ha ipotizzato un ricorso contro il parere della Chambre d'Instruction. Giorni difficili, dunque, per il semipresidenzialismo francese ancora scosso dal risultato del secondo turno delle elezioni legislative.


Mentre continuano i resoconti febbrili delle ipotesi di alleanze e di coalizioni, cui si è qui poco abituati, vanno svolgendosi le rituali procedure preliminari per assicurare la piena operatività al Parlamento. A cominciare dalla elezione al secondo scrutinio che ha condotto alla proclamazione alla Presidenza della candidata di Ensemble, Yael Braun Pivet, la prima donna nella storia ad essere eletta al “perchoir”.


Anche se l’implacabile logica dei numeri ha evidenziato nell’emiciclo l’esiguità della maggioranza presidenziale, l’ascesa di Braun Pivet alla terza carica dello Stato si è tradotta in un punto a favore del Presidente e della coalizione che lo sostiene. Macronista della prima ora, proveniente da una breve esperienza giovanile nel Partito Socialista, stimata Presidente della Commissione Affari Istituzionali nella precedente legislatura, si dice che non fosse la prima scelta del Presidente, ma che egli si sia indotto a privilegiare la indicazione quasi unanime dei gruppi Ensemble in vista di una candidatura condivisa e a conferma del solenne impegno da lui assunto per il futuro di “governare e legiferare” in modo nuovo. Il mandato della nuova Presidente si rivela, infatti, particolarmente complesso in una fase in cui dai meccanismi quasi automatici dell’approvazione a maggioranza assoluta, i provvedimenti dovranno essere sottoposti alle maggioranze a geometria variabile che si configureranno di volta in volta in seno all’Assemblea.


Braun Pivet, del resto, sembra incarnare tutti i requisiti propri alla visione della società francese del terzo millennio che ispira fin dall’inizio il progetto di Macron: progressista moderata, saldamente ancorata ai valori dell’europeismo e dell’universalismo, giurista sperimentata, e proveniente da una storia personale che ha voluto evocare, con rattenuto pudore e fra gli applausi, nel discorso di insediamento: un padre slavo di origini ebraiche, medaglia della Resistenza, una madre orfana allevata dall’Assistenza Pubblica, una famiglia realizzata e quattro figli in età scolare. Un personaggio insomma predestinato ad allargare il consenso dei parlamentari al di là dei rigidi confini dei gruppi ed a valersi di simpatie già consolidate oltre a quelle della “lobby” femminile in politica, mai così robusta come in questa congiuntura.


Via via si concludono anche le procedure per il perfezionamento di tutti gli snodi principali per il pieno funzionamento della Camera Bassa, dalle cinque vice-presidenze fino ai questori, con designazioni agevolmente raggiunte secondo la tradizionale ripartizione fra maggioranza ed opposizione, malgrado le vociferazioni contestatarie suggerite da Mélenchon ai suoi. Al movimentismo della Nupes – che ha lasciato perplessi anche molti dei suoi aderenti – ha fatto da contraltare, nelle parole come nei fatti, una Marine Le Pen sempre più olimpica e pacata, nella costante rivendicazione del suo ruolo di responsabile di una opposizione costruttiva e democratica.


Non si sa, del resto, quanto Mélenchon – che non è neppure deputato – potrà continuare ad incarnare la figura del capopopolo ad oltranza, trasferendo persino nelle istituzioni i suoi dissacranti proclami. Il verbo dell’anziano populista continua a beneficiare di una sorta di attonito favore mediatico, propiziato dalla risonanza ottenuta grazie alla sua maestria nel manovrare, oltre i raduni di piazza, anche la rete internet. Per ora, ha segnato un significativo punto a suo favore, conquistando per un suo luogotenente l’ambita presidenza della Commissione finanze.


Fallito invece il tentativo di istituire un gruppo parlamentare unitario, si sedimentano le differenze e talvolta le divaricazioni che contraddistinguono nella sostanza i suoi sodali comunisti, verdi e socialisti, molti dei quali provvisti di una solida cultura parlamentare a differenza di tutti (o quasi) gli “insoumis”. La prossima sfida (anche per un ulteriore “tagliando” della compattezza della Nupes ) è quella del voto di fiducia, previsto dopo le imminenti comunicazioni programmatiche del Governo. Un voto che, conforme alla costituzione gollista, la Prima Ministra Borne può schivare nel suo tentativo di avviare, fin da subito, proposte intese a conseguire maggioranze variabili attorno a specifici provvedimenti e sui quali potrebbero, caso per caso, mobilitarsi esponenti della destra gollista o della sinistra moderata. Mélenchon alza la posta, con interpretazioni forzate del dettato costituzionale e minaccia di ricorrere, in alternativa, fin dai primi giorni ad una mozione di sfiducia (qui definita di “censura”) che non lascerebbe scelta al Governo ma che sembra fin d’ora incontrare ostacoli insormontabili per l’orientamento non unanime delle opposizioni e per il ricorso probabile ad astensioni e desistenze, secondo una tecnica parlamentare malgrado tutto ben radicata anche nelle tradizioni della Quinta Repubblica.


Mentre proseguono, in Transatlantico ed in esclusivi ritrovi parigini, i conciliaboli confidenziali propri alla dialettica parlamentare, ha fatto una prorompente apparizione sul proscenio anche il potere giudiziario, chiamato in causa nel suo complesso dall’opinione pubblica e dai commentatori in occasione della conclusione del processo del secolo, quello agli attentatori islamici del novembre 2015 e dei terroristi sopravvissuti alla strage del Bataclan. Forse per le condanne esemplari (fra le quali alcuni ergastoli senza possibili sconti di pena) ma anche per le modalità del tutto anomale simili a quelle dei nostri maxi-processi di mafia, per la sobria e pacata conduzione delle udienze e l’esaustivo e liberatorio inanellarsi delle testimonianze dei parenti delle vittime e dei superstiti, il bilancio complessivo di una operazione senza precedenti nella storia recente del Paese si è tradotto in un sostanziale successo per la Magistratura e per l’Ordine Giudiziario in genere. E questo in un momento in cui non godono né di popolarità diffusa né di consensi maggioritari per le responsabilità loro attribuite, a torto o a ragione, in solido con l’Esecutivo e con ampie fasce della classe politica. Con rifermento in particolare alla controversa e lacunosa politica dell’immigrazione e alle gravi e crescenti crepe nella strategia dell’integrazione degli stranieri.


Senza cedere a tentazioni complottiste, non può non rilevarsi infine che la Corte d’Appello di Parigi non poteva scegliere momento più favorevole per l’inatteso “blitz” che ha oramai relegato nell’oblio, temiamo per sempre, il coraggioso ed illuminato tentativo di chiudere la trista pagina delle estradizioni verso l’Italia dei dieci terroristi riparatisi in Francia sotto l’usbergo delle controverse e per lo più fallaci interpretazioni della cosiddetta “dottrina Mitterrand”. Le motivazioni ci diranno di più: è indubbio però che la rapidità della decisione e la genericità di alcuni degli spunti sostanziali cui i giudici hanno fatto ricorso, confermano – assieme all’assoluto silenzio stampa sull’accaduto – una sorta di archiviazione sbrigativa del pur generoso tentativo di chiarificazione intrapreso dal Presidente Macron e dal Guardasigilli (proprio nel momento forse più critico della loro relazione con la Magistratura) per chiudere, d’intesa con i Presidenti Mattarella e Draghi, la più bruciante delle lacerazioni nel rapporto franco-italiano; e questo in uno spirito novatore, proprio alla costruttiva elaborazione della nuova idea di Europa.


Si direbbe quasi che in questa vicenda la giustizia francese si sia ispirata al generale De Gaulle e alla sua peculiare concezione del rapporto fra le due sorelle latine, secondo cui l’Italia è la cadetta e la Francia la primogenita. E però è vero che una secolare amicizia continua a sopravvivere malgrado la perdurante insufficienza – imputabile a entrambe – di una approfondita, mutua conoscenza riferita in particolare alla storia recente delle nostre società, delle loro diversità e delle rispettive, legittime sensibilità.


l’Abate Galiani


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