J Street, la via per Gerusalemme

Lettera da Washington


Il governo Trump ha dato una spinta al tradizionale rapporto di confidenza tra Washington e Tel Aviv, uscendo dal riserbo dei mediatori e rinunciando a bilanciare le mosse di questa lunga partita tra gli ex-abitanti sfrattati e i nuovi-antichi proprietari. Il meglio della spiritualità umana, ed il peggio della aggressività umana, si incontrano e tuttora si affrontano in questi territori.

Senza entrare nel pozzo infinito di questa vicenda, i principali ingredienti odierni sono abbastanza visibili: Hamas controlla Gaza, Iran controlla Hamas, Netanyahu combatte entrambi e Israele è ovviamente un alleato strategico degli Stati Uniti. Naturalmente, Israele è anche il maggior beneficiario di aiuti americani dalla sua fondazione in poi. Dal 2008 si tratta praticamente solo di assistenza militare, che comunque vale il 4% dell’intero bilancio USA della difesa. I rapporti tecnologici tra i due paesi sono intensissimi e lo sviluppo e la sperimentazione congiunta di nuove generazioni di armamenti vanno di pari passo. Politicamente, questo rapporto gode di un vasto sostegno nell’opinione pubblica americana, che si riflette nella facilità con cui il Congresso approva, anzi spesso incoraggia, questi flussi. Anche se l’opinione pubblica qui preferirebbe nell’insieme meno coinvolgimento, il sostegno per Israele è radicato nella mente degli americani, specialmente tra i numerosi e influenti cristiani evangelici, e va ben oltre i rinnovi degli stanziamenti. In America, l’80% dei Protestanti Evangelici ritiene che la terra della Palestina sia stata donata da Dio agli Ebrei, più ancora di quanto credono gli Ebrei stessi.

È facile, insomma, concludere che l’America in un quadro strategico globale tifa compatta per Israele; ma non è tutto qui, e gli sviluppi sono un susseguirsi di incidenti in cui far collimare strategia e democrazia è delicato. L’America tiferebbe, infatti, ancora di più per la fine del lungo, sanguinoso conflitto, e lo ha mostrato con encomiabile diligenza: non c’è stato un presidente a Washington che non abbia cercato in qualche modo di mettere ordine tra le parti in causa. Anche perché nessuna potenza strategica ama essere coinvolta da sviluppi di cui non ha il controllo.

Da settant’anni la sequenza di fasi alterne di diplomazia/conflitto non ha mai saputo creare la massa critica per una pace che si estendesse stabilmente alla regione, e simultaneamente offrisse un orizzonte accettabile a entrambi i lati della contesa. Gaza è rimasta in un limbo, finendo nella sfera di Hamas, mentre senza opposizione proseguiva la colonizzazione del West Bank. Su questo sfondo, Trump ha ulteriormente cambiato l’equilibrio esistente. La sua amministrazione ha fatto concessioni a Netanyahu e ha prodotto il riconoscimento di Israele da parte di quattro stati a maggioranza musulmana. Per Washington, cambiare ora posizione significherebbe pagare una seconda volta il prezzo politico di quelle decisioni, e non è neanche interesse degli Stati Uniti creare l’impressione che la diplomazia della nazione sia soggetta a venti e maree. Questa mano è stata giocata.

Nuova mano allora, ma i protagonisti sono sempre quelli. Sulla scena c’è Israele e c’è la Palestina, ed è una asimmetria. Israele è uno stato militarmente potente, che teme per la propria esistenza; per la propria esistenza temono anche i palestinesi di Gaza e del resto del paese, che vedono però sempre più eroso lo spazio che erano riusciti a salvare dalle guerre trascorse. Dai giorni di speranza, quando a Camp David si intravedeva un tenue spiraglio, è conseguito poi un ruolo più distaccato dell’Egitto, mentre la difficoltà dell’Autorità Palestinese di guadagnare l‘investitura della popolazione di cui porta il nome ha lasciato spazio a Gaza alla parallela ascesa di Hamas e dell’influenza iraniana.

Questo è un fattore di complicazione. L’America di Biden percepisce uno sbilanciamento che nuoce al segmento palestinese della popolazione, e dà segno di volerlo correggere. Non va neppure dimenticato che a Washington, in Congresso, siede ora per la prima volta nei ranghi Democratici un deputato di origine palestinese, Rashida Tlaib: con Ilhan Omar, che è nata in Somalia e poi naturalizzata, è una delle prime due donne di religione musulmana elette in Congresso, ed entrambe hanno assunto una elevata visibilità nell’attuale precario equilibrio politico. Biden non rinuncerà certo per questo al suo ruolo di principale alleato di Israele, ma non può permettersi di perdere voti in parlamento. Su un altro fronte, è impegnato con Teheran in un difficile esercizio diplomatico, non dimentichiamolo, che ha per oggetto la sicurezza nucleare della regione e punta a ricostruire quegli stessi accordi che Trump aveva denunciato.

Non deve sorprendere quindi che il nuovo Segretario di Stato Antony Blinken sia impegnato in un fulmineo giro delle capitali necessarie a verificare le condizioni per un dialogo: tra cui Cairo e Amman. Per Washington, la difficoltà di ridurre o riorientare l’influenza di Teheran sull’agenda negoziale palestinese, mentre si tratta contemporaneamente l’equilibrio nucleare, potrebbe consigliare di cercare dei punti di consenso sul tema con una diversa potenza regionale, matura ed affidabile, con cui non vi sia un casus belli, come storicamente è stato il caso con l’Egitto di Sadat. L’esistenza di uno stato tutore stabile e non a sua volta centro di maggiori preoccupazioni gioverebbe ai palestinesi. Se vi potrà essere un accordo in cui l’esistenza stessa di Israele non sia più messa in dubbio dagli avversari, il ruolo che potrebbe essere assunto dagli egiziani può essere prezioso. Del resto vi sono segni che anche in questo particolare “round” Il Cairo abbia già esercitato positivamente la sua influenza al momento di assicurare l’armistizio a Gaza.

Un armistizio può essere certamente un fattore positivo, ma può essere anche solo una piccola effimera cosa; oppure può trasformarsi in una pseudo-pace duratura, come è stato il caso in Corea. Ma qualunque sia l’etichetta, una soluzione durevole necessita di un equilibrio accettato da entrambi i contendenti, ed ecco apparire nel linguaggio diplomatico americano il concetto di equità, un requisito che applicato ai palestinesi sa di nuovo.

Questi non sono segni di logorio nel sostegno americano a Israele. In realtà esiste qui un movimento d’opinione che dal 2007 rappresenta una voce di cautela e di moderazione. Nato proprio tra le file della comunità ebraica, questo movimento è noto come “J Street” - nome di una immaginaria via di Washington - ed è un “Political Action Committee”, cioè una lobby della comunità ebraica che raccoglie gli americani pro-Israele convinti che le vittorie militari non potranno mai essere la via della pace. Favoriscono, invece, una soluzione negoziata da cui possa scaturire per Israele un futuro di matura democrazia, aperta ad entrambe le etnie, in armonia - sottolineano - con i valori stessi adottati dalla nazione di Israele. Il loro motto è “diplomacy first”, e contano circa 200.000 sostenitori tra i 7 milioni di ebrei americani. C’è poi un altro movimento che propone una Federazione quasi svizzera, con 30 cantoni largamente autonomi sotto la legge di Israele, eccetto per le relazioni estere e la sicurezza, esteso sull’intero territorio esclusa Gaza, che avrebbe uno status particolare: se fosse inclusa, il predominio demografico ebreo in Israele sarebbe probabilmente compromesso.

Il linguaggio di Blinken durante questo giro-lampo sembra riprendere molto di quanto J Street sta chiedendo: dignità, uguaglianza di diritti, sostegno e legittimazione della Palestinian Authority come interlocutore politico (eclissando il ruolo di Hamas e cercando un ancoraggio tra i tradizionali sostenitori della Palestina al di fuori di Teheran), forse per giungere ad una soluzione in cui i due popoli siano sovrani di sé, in una forma che metta in comune e non in contrasto le abilità degli uni e degli altri.

Il Segretario di Stato americano ha tutte le qualità per farsi portavoce di un nuovo tentativo di rompere il cerchio vizioso che predomina in questa terra, che ha solo il torto di essere santa per troppi popoli; non si può fare a meno di augurargli successo.


Franklin

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