Governo Draghi e nuovi equilibri politici. 3) La Lega

Da molto tempo tutti i sondaggi sono concordi nel fotografare una situazione che vede il centro-destra ampiamente in vantaggio e la Lega saldamente primo partito della coalizione. Il calo dei consensi di Salvini dalle elezioni europee ad oggi è stato ampiamente compensato dalla crescita di Fratelli d’Italia e da una certa ripresa di Forza Italia. Nel complesso (con Toti ed altri minori) il centro-destra sfiora il 50 per cento ed al suo interno il partito di Salvini distanzia di 5-6 punti Fratelli d’Italia e di 15 Forza Italia.

Questo quadro non sembra aver risentito della diversa collocazione assunta dai diversi partiti nei confronti del governo Draghi. Nessuno infatti pensa che essi potrebbero non presentarsi insieme nelle prossime elezioni amministrative delle grandi città.

Per contro, l’altra metà del campo di gioco è ancora in cerca di una fisionomia.

L’ascesa di Conte - certa, ma tortuosa - al vertice dei Cinquestelle, la nuova segreteria Letta nel Pd e la nascita del Comitato Cottarelli come primo passo per una convergenza delle forze liberal-democratiche, rivelano la consapevolezza di un ritardo ma non hanno ancora prodotto una formula capace di rendersi pienamente competitiva.

Ciò nonostante, è difficile dire che tutti i giochi siano fatti.

Quasi paradossalmente il centro-destra sembra avere il proprio tallone d’Achille proprio nella Lega e cioè nella componente indicata costantemente come la più forte. Molti si chiedono se essa - ed in particolare il suo leader - sarà in grado di esercitare in modo convincente quella funzione di guida che fin qui i numeri le attribuiscono.

Il primo banco di prova sarà ovviamente costituito dalle elezioni nelle grandi città. Il difficile lavorio che caratterizza il centro-sinistra nell’individuazione di candidati sindaci sembra permeare anche il centro-destra. Con la differenza che mentre per i primi, tali difficoltà si giustificano con la tuttora non esplicita volontà di convergenza, altrettanto non può dirsi per un centro-destra dove nessun partito immagina strade diverse dallo stare insieme. Dov’è allora il problema?

Dopo la tornata amministrativa ci sarà poi l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica prevista a marzo del prossimo anno. Il centro-destra ha un suo candidato, oltre alla ipotesi Berlusconi che appare più un omaggio a fasti del passato e una suggestione utile a rinforzare il collante dell’alleanza?

Certo Salvini può sempre rifugiarsi sul nome di Mario Draghi: sarebbe una candidatura difficile da respingere per il centro-sinistra e che aprirebbe la strada a quelle elezioni anticipate che tutti i partiti del centro-destra reclamano da tempo nella convinzione di una facile affermazione. Ma è proprio sicuro che il nocciolo duro dell’elettorato leghista del nord (imprenditori, partite iva, libere professioni) auspichi questo? Interrompere il lavoro di Draghi dopo solo un anno e cioè dopo il tempo appena sufficiente a, come oggi si dice, “mettere a terra” i problemi?

In recenti articoli del Commento Politico abbiamo sottolineato le difficoltà di Salvini ad assumere lo standing internazionale ed europeo all’altezza dei tempi. Il suo incondizionato favore per Trump e le sue liaisons russe non facilitano rapporti sereni di un suo possibile governo con la nuova amministrazione americana.

Altrettanto può dirsi circa la sua collocazione in Europa. Non sembra infatti prevalere la linea Giorgetti di avvicinamento ai popolari europei ed il leader della Lega appare solo incerto se abbandonare Marie Le Pen per costituire un nuovo gruppo con Orban o confluire nei conservatori guidati da Giorgia Meloni. I ceti produttivi del Paese saranno disposti ad investire su un potenziale aumento dell’isolamento internazionale dell’Italia? In particolare sapendo che il Recovery è un programma europeo pluriennale soggetto a verifiche per ogni sua tranche?

Si tratta di questioni cruciali cui sarà difficile sfuggire ed a cui Salvini e la Lega devono cercare rimedio. Non è detto che, dopo il rientro dell’Italia nel contesto internazionale operato autorevolmente da Mario Draghi, l’elettore italiano sia disponibile ad un dietro front che potrebbe avere le caratteristiche di un vero e proprio salto nel buio. I consensi di Salvini e di Giorgia Meloni sono cresciuti quando l’Europa appariva come la matrigna cattiva e Trump poteva incoraggiarne con successo la dissoluzione.

Ci ha molto colpito un recente articolo di Augusto Minzolini sul Giornale, relativo ai movimenti al centro del panorama politico. Minzolini è un acuto osservatore del complessivo quadro italiano ed è ben addentro alle segrete cose del centro-destra. Ebbene, nel descrivere i tentativi di convergenza tra le forze liberal-democratiche, pur sottolineandone le difficoltà (partiti personali, convulsioni di Più Europa e via dicendo) non si poteva non notare una certa attenzione nei confronti di questa nuova iniziativa. Come a prevedere la necessità da parte del centro-destra di assicurarsi una copertura sul centro tale da rendere più digeribile la coalizione all’interno e fuori dei confini nazionali.

Se così fosse, significherebbe che in molti ambienti sta sorgendo la preoccupazione che la coalizione guidata da Salvini possa non avere ancora l’autorevolezza di guidare in tempi brevi ed efficacemente il Paese.

Tutto ciò dovrebbe imporrebbe al leader della Lega una riflessione profonda e tale da mettere in campo comportamenti e proposte ben diverse dal recente passato, a riprova che il suo sostegno alla impostazione di politica estera, europea ed economica del governo Draghi non è strumentale e destinato a durare l’espace d’un matin.

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