Le stazioni appaltanti del Recovery Plan

Il Sole 24 Ore di stamane informa che la Fondazione Astrid ha presentato uno studio redatto da un gruppo di esperti coordinato dal capo del dipartimento immobili della Banca d’Italia, Luigi Donato, sulle modalità attuative del PNRR. Lo studio sostiene che per il successo del piano è indispensabile ridurre drasticamente il numero delle stazioni appaltanti e creare una cabina di regia che possa procedere alla definizione degli appalti con procedure semplificate.

Ovviamente ci riserviamo di esaminare a fondo il testo del documento, ma ci sembrano proposte largamente condivisibili che riprendono in larga misura le linee del progetto presentato nel dicembre scorso dalla Fondazione Ugo La Malfa nel volume “Next Generation EU. Proposta per il piano italiano.”

Come i lettori del Commento Politico sanno, questo foglio ha seguito con particolare attenzione la questione del piano europeo di sostegno che ha preso il nome di Next Generation EU e del modo in cui l’Italia avrebbe dovuto organizzare la preparazione e la realizzazione del proprio progetto di utilizzazione di questi fondi. In particolare, abbiamo posto fin dall’inizio sia la questione del numero delle stazioni appaltanti, sia quella della cabina di regia che oggi Astrid solleva. In particolare, c’è un nostro articolo dell’11 giugno scorso intitolato “Dieci, cento, mille stazioni appaltanti” nel quale sostenevamo che, se non si fosse ridotto drasticamente il numero delle stazioni appaltanti, il piano non avrebbe funzionato. Aggiungevamo che la strada che il governo allora in carica si proponeva di seguire - introdurre norme di semplificazione e di accelerazione delle procedure senza affrontare il problema del numero delle stazioni appaltanti - era sbagliata e destinata al fallimento. La posizione di Astrid nel suo documento conferma in pieno quella valutazione.

Quanto alla cabina di regia, sostenevamo che la via maestra era quella di riprendere l’esperienza del governo De Gasperi che, per l’impiego dei fondi provenienti dalla Banca mondiale, aveva istituito la Cassa per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno cui aveva affidato il compito di progettare gli interventi e di appaltare i progetti di realizzazione degli investimenti.

Quelle nostre proposte non ricevettero alcun riscontro dal governo Conte, non vennero fatte proprie da alcuno nel dibattito politico, né vennero riprese in sede tecnica. Per mesi l’attenzione dedicata alla questione di come organizzare il piano italiano è stata assolutamente nulla. A dicembre, l’Assonime proponeva di non modificare il numero delle stazioni appaltanti, ma di migliorarne il funzionamento affidando a dei nuclei di funzionari e di consulenti il compito di assistere le stazioni appaltanti nel loro lavoro. In un confronto fra Assonime e Fondazione Ugo La Malfa svoltosi all’inizio dell’anno si discusse di questi temi, mentre il governo continuava a non prendere in esame la questione concreta del funzionamento del piano. Preoccupazioni analoghe alle nostre emersero in uno studio dei professori Marcello Messori e Marco Buti, ugualmente lasciato cadere dal governo.

Insomma, sugli aspetti organizzativi del piano italiano si è perso un anno. Il governo Draghi ha ricevuto in eredità un complesso di progetti redatti senza un criterio ordinatore e nessuno schema organizzativo. Ha dovuto in qualche modo cercare di migliorare le proposte avendo poche settimane prima della scadenza fissata dalla Commissione Europea per la presentazione dei piani nazionali, ma non ha avuto il tempo di definire le procedure attuative.

Nel dire ciò che andrebbe fatto oggi per organizzare efficacemente la spesa dei fondi, il documento di Astrid conferma che è stato perso molto tempo. Il Commento Politico e la Fondazione Ugo La Malfa hanno avanzato tempestivamente le proprie proposte lo scorso giugno. Non sappiamo se sia ancora possibile immaginare un ente per la realizzazione del piano e una stazione di appalto unica, ma, se fosse possibile, consiglieremmo vivamente al governo Draghi di esplorare questa strada.

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