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Next generation EU, il tempo sta finendo

Romano Prodi sul Messaggero e Federico Fubini sul Corriere della Sera scrivono che i grandi assenti in questo momento sono gli investimenti pubblici che dovrebbero integrare le politiche di semplice “ristoro” dei redditi delle categorie che più subiscono le conseguenze delle restrizioni economiche imposte dalla pandemia. Come i nostri lettori sanno, è un tema che ha costituito un leit motiv del Commento Politico fin dal suo avvio a metà del mese di maggio e soprattutto dopo che, nel mese di luglio, l’Unione europea ha deciso di varare il Next Generation EU. È del tutto evidente che, senza l’inserimento di una spesa pubblica aggiuntiva per investimenti, l’unico effetto degli interventi di emergenza sarà il recupero parziale del terreno perso quest’anno. La speranza di innestare un ciclo economico favorevole, come quello che si avviò fra la fine degli anni Quaranta e il decennio Cinquanta e Sessanta del Novecento per effetto degli aiuti americani e in particolare del piano Marshall, è legato a un massiccio programma di spese che consenta al Paese e ai suoi imprenditori di ritrovare fiducia nel futuro.

Invece, di questo programma a medio termine non si sa nulla. O, meglio, si intuisce e si deduce che non è pronto. Se così non fosse, se ne saprebbe di più e si potrebbe cominciare a realizzarlo anticipando la spesa e recuperandola quando partirà il Next Generation EU. Detto questo per il presente, e cioè che ad oggi non esiste un programma di investimenti dello Stato italiano, le possibilità sono due: che non stia avvenendo nulla e che il governo attenda, non sappiamo cosa; che invece il governo stia lavorando sul programma, ma abbia scelto la via della segretezza e stia preparando il progetto italiano di investimenti del Next Generation EU in assoluto riserbo.

Nel suo articolo, Fubini non esclude che quest’ultimo possa essere il caso, ma osserva che un programma di rilancio ha bisogno di una condivisione più ampia e critica la scelta della segretezza preferita dall'esecutivo. Pur sapendo che Fubini è un giornalista molto scrupoloso che controlla attentamente ciò che scrive, noi tendiamo a pensare che in realtà il governo stia facendo molto poco. O quantomeno che si illuda, lavorando in silenzio, di guadagnare tempo. Quando l’Europa sarà pronta a partire e il governo sarà pronto a rivelare il lavoro fatto in silenzio in queste settimane, scoprirà che i partiti di maggioranza vorranno avere, come è comprensibile, una voce in capitolo nella scelta dei progetti e non saranno disposti ad accettare per buone le scelte del presidente del Consiglio, anche perché esse non saranno confortate da criteri obiettivi stabiliti in anticipo, come gli avevamo suggerito di fare. Saranno scelte politiche e, come tali, non verranno lasciate al solo presidente del Consiglio.

Ma vi sarà un’altra levata di scudi accanto a quella dei partiti della maggioranza: proverrà dai diversi livelli istituzionali che pretenderanno di avere una voce in capitolo, anche perché i progetti di investimento hanno la caratteristica di riferirsi a uno specifico territorio e quindi possono avvantaggiare o penalizzare, a seconda di come si guardi la cosa, una regione o una provincia o una città. Il governo dovrà ricominciare da capo e cercare di convincere tutti i suoi interlocutori. E si perderà tempo essenziale.

Abbiamo sostenuto fin dall’inizio che bisognava partire non dai progetti (se no il documento di Colao non sarebbe stato messo nel cassetto dopo avervi investito mesi di lavoro), ma dalle strutture: si doveva definire, prima di scegliere i singoli programmi o i singoli investimenti, la sede istituzionale in cui centralizzare le scelte e le decisioni sul piano, bisognava indicare chi dovesse selezionare i progetti, i parametri in base ai quali valutarli, quale fosse il quadro coerente in cui collocarli, chi dovesse curarne la tempestiva realizzazione.

Nulla di tutto questo è stato predisposto e questo farà sì che servirà ancora più tempo per definire il piano italiano. È vero che la pandemia in Europa e le discussioni sul Next Generation EU fra i Paesi membri e fra la Commissione e il Parlamento europeo stanno ritardando la partenza del piano. Questo ci dà più tempo. Ma è un peccato non cominciare subito a investire o addirittura rischiare di non essere pronti quando l’Europa sarà pronta.

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