Operazione “Ombre Rosse” nel segno di una nuova idea d’Europa

Lettera da Parigi


L’Operazione « Ombre Rosse », culminata mercoledì scorso a Parigi alle prime luci dell’alba con l’arresto di sette dei dieci latitanti più ricercati nella storia recente della cooperazione giudiziaria fra le «sorelle latine» è ancora in itinere. Se ne sono nel frattempo costituiti altri due, mentre è già in corso la fase giudiziaria propedeutica all’esame, presso la Corte d’Appello di Parigi, delle richieste di estradizione italiane. Ai potenziali estradandi viene concesso un regime domiciliare vigilato con obbligo di sorveglianza di pubblica sicurezza e divieto di “espatrio”, che suscita già qualche prima polemica.

Circolano intanto fiumi di parole, profferite o scritte, che sarebbe per parte mia immodesto accrescere con pleonastiche considerazioni. Mi limito per ora ad osservare come, dal vostro lato delle Alpi, esse appaiono ispirate, anche quando esprimono punti di vista differenziati fuori dal coro, a meritoria sobrietà e asciuttezza. Altrettanto misurata appare la reazione di soddisfazione, velata di melanconia e di rimpianto, dei familiari delle vittime: uno stato d’animo commosso e rattenuto che non sembra lasciare spazio a tentazioni di vendetta o di ritorsione e che anzi, in alcuni casi come quello davvero esemplare dei familiari del Commissario Calabresi, è permeato da commendevoli e commoventi venature di « humana pietas ».

Siamo quindi ben lontani da quelle che ricorrono, invece, in alcuni commenti francesi e che fanno talvolta stato di un presunto spirito di rivalsa umana e politica dell’Italia.

Nell’Esagono – e nella capitale, la città dei Lumi – tende per ora a prevalere una cifra di attonito stupore, frammisto di incredulità e di qualche virulento attacco frontale, rivolto in particolare all’Esecutivo ed alla persona del Presidente Macron. Si tratta per lo più delle vociferazioni che gli avvocati difensori dei potenziali estradandi hanno immediatamente fatto circolare sui media e che si sostanziano nell’ormai abusato ricorso a proclami tribunizi e a una certa distorsione della verità: anche quella dei fatti accertati e consacrati in sentenze definitive dei nostri Tribunali ed avverati dalle confessioni e dalle rivelazioni di molti degli interessati, qui in Francia o in Patria. Sul fronte della politica, primeggia come di consueto l’immancabile Jean Luc Mélenchon, che non perde occasione per incarnare il ruolo di “capo” morale della sinistra radicale.

Il 21 aprile, nell’antivigilia del « blitz » dell’antiterrorismo (quello francese e quello italiano congiunti), il quotidiano Le Monde, suscitando sospetti sulla tempistica dell’iniziativa, aveva ospitato un inatteso appello in « zona Cesarini » a firma di qualche decina di personalità, nominalmente a presidio della « dottrina Mitterrand » ma in sostanza a preventiva difesa dei diritti – e con essi degli interessi – dei latitanti. Se il formato e i tempi dell’appello avevano rinfocolato la annosa polemica franco-italiana in materia, non aveva certamente destato sorpresa la scelta della tribuna su cui era comparsa. Le Monde, infatti, nell’arco di questo mezzo secolo si è più volte unito, dando loro spazio e sostegno, alle voci più apertamente contrarie alla composizione di una controversia giudiziaria, divenuta nel tempo l’epitome di una sindrome di incomunicabilità fra la Francia e l’Italia.

In questa linea di condotta, in cui affondano le loro radici le stesse reazioni di sdegno quasi pavloviane a tutela dei ricercati, emerse nuovamente in questi giorni, come l’appello di un gruppo di intellettuali fra cui l’attrice Valeria Bruni Tedeschi su Libération, ha prevalso - a mio modo di vedere - un autentico meccanismo di « disinformazione », abilmente orchestrata, in crescendo nel corso degli anni, o forse più banalmente una sorta di diniego o peggio di ripudio – colposo o doloso – di ogni meditato approfondimento sulla vicenda degli anni di piombo in Italia. Un atteggiamento cui non è estranea, in linea più generale, la tendenza consolidata a non prestare una adeguata attenzione da questa angolazione alle vicissitudini della moderna democrazia italiana (nelle loro sfaccettature e complessità, qui considerate bizantine), dando invece per acquisita, malgré tout, la solidità di una amicizia secolare e la fedele adesione ai vincoli di reciproca cooperazione e di alleanza.

Solo alcuni specialisti si sono dedicati all’analisi storica e politica di quegli anni bui, esprimendo valutazioni imparziali. Non a caso Marc Lazar, coordinatore qualche anno fa di un’importante analisi di « Sciences-Po » sull’argomento, ha voluto esprimere nei giorni scorsi un monito agli « intellettuali » francesi, ricordando loro l’esigenza di anteporre ad ogni sbrigativa presa di posizione, la maturazione di una più compiuta e meditata conoscenza storica e politica della realtà italiana contemporanea.

Nell’era della « narrazione » semplificata e dei social media, si è vieppiù consolidata l’aura di leggenda epico-romantica grossolanamente conferita alla vicenda dei terroristi italiani, letta da molti « francesi che...sbagliano » più come una romanzata saga di ideologi libertari che come la tragica lacerazione del tessuto della nostra giovane democrazia e della stessa società civile, con il suo corredo cruento di lutti, di sangue e di devastazioni. Nella stessa semantica dei rari commenti riservati dalla stampa transalpina sul tema, ammetteva qualche giorno fa il Figaro, era tacitamente bandito il ricorso stesso a vocaboli come « stragi terroristiche », vittime, assassini, mentre i travagli che percorrevano il nostro Paese rimanevano spesso sconosciuti, come i tormenti di un ormai incanutito ma ancora pugnace Francesco Cossiga o grandi pagine televisive come quella di Sergio Zavoli alla ricerca di ogni possibile accertamento della verità.

Se il carente approfondimento della conoscenza reciproca – ampiamente corrisposto anche da parte nostra – è trasversale, una responsabilità del tutto peculiare va fatta però risalire, va detto senza infingimenti, soprattutto alla « Gauche » francese. Questa, a sua volta, è stata non di rado fuorviata da quella che noi chiameremmo la corrente « radical chic » e che qui si definisce, con eguale leggerezza ed eloquente eleganza la « gauche-caviar ». Non inganni, tuttavia, questa denominazione salottiera, ché non sempre se ne può desumere una vera similitudine con le paragonabili realtà nostrane. Nella cornice del sistema di alternanza politico-istituzionale sostanzialmente bi-partitico, corredato dall’unanime ostracismo del Fronte Nazionale, l’influenza dell’intellighenzia si è allargata, creando quasi, al di sopra delle distinzioni ideologiche e della differenziazione politica, una linea di pensiero unico «politically correct». E questo, in seno ad una società ancora fortemente elitista, munita di una classe dirigente saldamente radicata nella grande borghesia, naturalmente predisposta, in virtù della sua grande storia e della sua altrettanto grande cultura, a riconoscere posizioni di primazia e di privilegio a chi eccelle nelle arti e nella letteratura. Tornando al nostro argomento, questa osservazione sembra chiarire le ragioni di un ascolto acritico, talvolta opportunistico, prestato « con l’orecchio sinistro » da Presidenti sostanzialmente conservatori come Chirac e, più recentemente Sarkozy, attenti alle teorie dei « salotti buoni » della cultura e al « verbo » degli intellettuali . Indicazioni che risultarono determinanti per l’adozione di scelte anche epocali, come il repentino avvio dell’avventura guerresca in Libia nel 2011 o, in tema di cooperazione giudiziaria, l’inatteso (ed imbarazzante) voltafaccia dello stesso Sarkozy sulla consegna alle autorità italiane della BR Petrella, a decreto di estradizione già controfirmato in anticipo dalla sua Guardasigilli e cestinato dopo una notte di ripensamenti in famiglia.

Una parola aggiuntiva va spesa attorno alla « dottrina Mitterrand », in nome della quale si è consolidato il duraturo soggiorno protetto di alcune centinaia di latitanti italiani in territorio francese. Enunciata in termini fermi ed inequivoci nel 1985 a conclusione di un incontro ufficiale all’Eliseo con Bettino Craxi – e quindi munita del « crisma » di una intesa bilaterale – questa tradizione « orale » ha lasciato pian piano la stura ad interpretazioni controverse o di parte. Il tono e le parole usate da Mitterrand nella prima « versione » erano lapidari e adamantini: « Coloro che meritano l’estradizione dovranno temere in futuro » - scandì quel giorno il Presidente socialista alla presenza del suo « amato-odiato » sodàle italiano - « non li risparmieremo... », avendo premesso che la protezione francese non si sarebbe estesa a chi si era macchiato di delitti di sangue e non avesse espressamente ripudiato il terrorismo. Pian piano, dopo che il Presidente, di lì a due mesi, ebbe ripreso la sua enunciazione di fronte alla Lega dei Diritti dell’uomo, omettendone (casualmente o di proposito? ...) le condizionalità più stringenti, maturarono interpretazioni molto più estensive e si permise che la formulazione originaria cadesse in « desuetudine ». Si lasciò (forse artatamente, con quella abilità manovriera che è valsa a Mitterrand l’appellativo di moderno Macchiavelli) la dottrina in balia di un controverso utilizzo mediatico nei confronti di una pubblica opinione sostanzialmente indifferente o disinformata e con una Magistratura sempre più consapevole che ogni suo avanzamento nella pur fruttuosa cooperazione con quella italiana sarebbe, prima o poi, inciampato nel « veto » dell’Eliseo. Una linea che è poi stata seguita con pochissime eccezioni, sino alla « rottura » operata da Macron.

È indubbiamente al giovane Presidente francese, grazie al « nuovo corso » italiano impresso al nostro Paese dal Capo dello Stato e dal Presidente del Consiglio, che si deve questa svolta epocale in una delle più lunghe e complesse controversie bilaterali degli ultimi cinquant’anni..

Anzitutto va sottolineata la significativa differenza di approccio nel metodo stavolta seguito. Invece di un avvio in sordina delle defatiganti esercitazioni di diplomazia « riservata », si è stavolta pragmaticamente privilegiata la via di una preliminare intesa di Vertice tra i due Paesi. Per l’enunciazione datane, praticamente in contemporanea a Roma e a Parigi e per l’assunzione di « paternità » rivendicata con significative dichiarazioni ufficiali dal Presidente Macron e dal Presidente Draghi, questo risultato si iscrive già come un primo, importante giro di boa nel cammino ancora lungo ed intricato che dovrebbe condurre alla composizione della controversia (di buon auspicio, malgrado tutto, appaiono l’impegno comune formalmente ribadito da entrambi i Paesi e il lavoro preparatorio già effettuato con la selezione di dieci specifiche domande di estradizione).

Mi permetto di avanzare l’ipotesi che, a questo risultato, abbia recato un apporto determinante la « moralsuasion » del Capo dello Stato italiano, nei confronti del quale – come è noto a Parigi – Macron nutre un apprezzamento vivissimo ed una fiducia oserei dire quasi filiale, come non manca di sottolineare la Première Dame con la passione che la anima, insieme al consorte, per l’Italia e la sua cultura.

Sotto questi favorevoli auspici, l’intesa intellettuale, personale e politica con il nostro Presidente del Consiglio e le loro strette ed intense consultazioni, hanno fatto il resto.

La « firma autografa » di Macron sull’intesa, sottolineata dallo stesso comunicato ufficiale dell’Eliseo di giovedì scorso (che attribuisce la decisione assunta al Capo dello Stato in persona) si inserisce a pieno titolo nell’interpretazione che Macron ha impresso alla sua stessa Presidenza, dalla sua scesa in campo sino alle prime, ancora riservate, aperture all’idea di chiedere ai Francesi di confermarlo per un secondo mandato. In primo piano fra i suoi obiettivi c’è, infatti, la graduale trasformazione e modernizzazione della Repubblica e della società francese, con uno sguardo sempre attento alla Storia, Magistra Vitae, che deve costantemente venir riletta e « rimessa a fuoco », poiché, sempre nell’insegnamento ciceroniano, non è solo « memoria vitae », ma anche « lux veritatis ». Un compito cui Macron si è dedicato in questi anni avventurandosi con coraggio su terreni ancora inesplorati, o considerati intoccabili, come la realtà del passato coloniale e la guerra d’Algeria, o – proprio in questi giorni – la figura di Napoleone, suscitando talvolta polemiche, ma sempre nel riconoscimento di un tenace ed illuminato lavoro « memoriale » al servizio di idee autenticamente innovative e in qualche modo fuori dal pensiero dominante. Come dimostra anche l’avvio della riforma dell’Ena, che più che uno sterile scontro di opinioni va alimentando un costruttivo dibattito.

Infine, la stella polare che sembra guidare Macron – pur nelle difficoltà e negli ostacoli – rimane quella della « nuova idea d’Europa »: è proprio all’insegna della sua visione europea che ha voluto collocare la ripresa di una cooperazione giudiziaria efficace con l’Italia, soprattutto in un campo così prioritario come la lotta comune al terrorismo: non a caso, come precisa il già citato comunicato dell’Eliseo, con i « valori condivisi », viene messo in evidenza il non rinviabile obiettivo della creazione di uno spazio di giustizia europeo. « Vaste programme », avrebbe detto anche stavolta il Generale, ma nel quale la dinamica di una concertata azione comune di Roma e di Parigi, così ben avviata dall’Eliseo e da Palazzo Chigi, è destinata a svolgere un ruolo di primo piano. Auguriamoci solo che, nella procellosa traversata dei prossimi mesi ed anni, potremo ancora contare sui loro attuali « inquilini »!


l’Abate Galiani


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