Periscopio

Riaprono le scuole…

Non siamo più liberi di esprimerci, siamo silenziosi, non abbiamo più la possibilità di confrontarci con gli amici e i compagni di classe, non possiamo confidarci e nemmeno più abbracciarci”. Così Cecilia M., diciassettenne romana a pochi giorni dalla ripresa della scuola in presenza. Frequenta il Liceo Visconti, il più antico liceo classico della capitale. In realtà dall’inizio dell’anno scolastico ha frequentato solo per due mesi, il resto delle lezioni, interrogazioni e compiti l’ha svolto in DAD. “Sono, siamo impauriti perché non sappiamo come e quanto questa situazione andrà avanti, non mi ero mai confrontata così da vicino con la morte e i numeri che ogni giorno sento seguendo i telegiornali mi hanno cambiata: ora so che devo vivere giorno per giorno, senza rinunciare a nulla di ciò che il giorno successivo mi può portare, prima consideravo la morte lontana, come un evento naturale della vita, ora vedo che può colpire chiunque e non ci puoi fare niente, non puoi neanche avere qualcuno accanto”.

La sua voce pacata e il suo pensiero analitico non riescono a nascondere quel senso di disagio e di impotenza che condivide con i suoi coetanei. “Siamo come interrotti” dice, usando lo stesso aggettivo di una breve serie televisiva in onda su Sky per far luce su quella fascia di età dimenticata che si sente presa in giro da strumenti inutili – vedi i banchi con le ruote - che la politica ha cercato di far passare come soluzioni al bisogno di garantire la sicurezza nelle classi. “ Vado in autobus o in metropolitana per raggiungere la scuola e vedo un sacco di gente che per starnutire o tossire o telefonare si abbassa la mascherina, e poi ci sono quelli che dopo più di un anno ancora la tengono sotto il naso, tutti cercano qualcuno a cui dare una colpa, ma intanto il rischio rimane identico a quello di prima”.

Dal tono e dal tremolio della voce si intuisce quel senso di ribellione e di impotenza. Le chiedo come giudica l’esperienza della DAD. “Noi siamo i cosiddetti nativi digitali e molti professori - non tutti sono supertecnologici - non si fidano di noi e quindi si sentono autorizzati a farci studiare il doppio, e questo ci stressa ancora di più. Hai visto quella ragazza che il prof ha fatto bendare? Beh, di metodi per copiare volendo ne conosciamo tanti ma non è questo il problema; le ore di DAD sono stressanti, molto più che tre interrogazioni in una mattinata se intervallate da momenti di pausa e di confronto/scambio con i tuoi compagni. Questo lo hanno capito solo una piccola parte dei professori. Ho letto e so anche di miei coetanei che sono finiti in ospedale per problemi relativi all’alimentazione o per depressione, siamo come “al buio” e non riusciamo a guardare avanti. Quando potrò fare un viaggio? Volevo andare a New York per il MUNER, una simulazione di una riunione dei delegati delle Nazioni Unite… era il mio sogno. Ora è impossibile pensare di festeggiare anche il fatidico diciottesimo compleanno”.

Le chiedo come trascorre il tempo libero dallo studio: “Si sono aperti altri orizzonti, ognuno di noi ha provato a inventarsi qualcosa, io seguo i podcast sulla storia di Alessandro Barbero o le serie dedicate alla storia contemporanea in pillole su Netflix, uso molto i social tipo Instagram o Tik Tok e sono contenta di quello che sta facendo Greta Thunberg che è diventata un simbolo mediatico, hai visto che ha donato 100 mila euro per i vaccini da dare ai paesi poveri? Ora utilizziamo borracce invece delle bottigliette di plastica, spengo la luce prima di uscire da una stanza, dobbiamo cambiare tutti”.

Ecco discutiamo sui vaccini e l’immunità di gregge e Cecilia torna con la mente allo scorso settembre: “Ci siamo illusi che tutto fosse quasi finito, ora ho paura che queste riaperture siano frettolose e quasi rischiose”.

“Provo un senso di malinconia e forse tristezza, è difficile descrivere questo periodo con degli aggettivi, io cerco sempre di essere positiva e spero che si possa tornare alla normalità prima possibile. Il mio futuro lo vedo diverso da come lo immaginavo prima, sono cambiate molte cose… dovremmo essere molto più preparati attraverso l’uso dei vari dispositivi, aprire nuovi orizzonti linguistici, aprirci a nuove conoscenze, nuove possibilità…”. Le chiedo, Cecilia cos’è per te la paura?: “Ciò che non riusciamo a conoscere a fondo o che non abbiamo la capacità di dominare, di controllare, o ciò che vediamo come nocivo per noi stessi o per i nostri cari”.

La nostra chiacchierata termina con un abbraccio virtuale e mai come in questo momento vorrei che fosse reale.


Danila Bonito

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