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Recovery Plan e soluzione della crisi di governo

Federico Fubini sul Corriere della Sera di oggi ha scritto: “Il tempo passa e, mentre il sistema politico resta ripiegato su sé stesso, si perdono settimane preziose senza alcuna discussione trasparente sugli assetti essenziali del piano italiano: chi lo gestisce, a quali riforme esattamente sarà associato, sulla base di quali piani finanziari e di quali obiettivi? In Italia si dà per scontato che i bonifici da Bruxelles alla fine arrivino, ma si sorvola sui presupposti perché questo accada. Per risolvere realmente la crisi di governo – non solo nei numeri in Senato – l’intero sistema politico avrebbe bisogno di fare chiarezza su questi punti più che sulla conta dei transfughi.”

Facciamo nostre queste parole, aggiungendo che il tempo perduto non è solo quello trascorso dall’inizio di dicembre ad oggi, ma quello ben più lungo in cui il governo ha proceduto alla preparazione del piano scegliendo di coinvolgere una pluralità di stazioni appaltanti piuttosto che definire una solida governance complessiva. Forse si è pensato di poter esercitare una totale discrezionalità politica sul piano. Si è invece avviata una procedura che ha portato ad accumulare centinaia di progetti per un importo ben superiore alle risorse che l’Europa ci ha attribuito, senza disporre di alcun criterio, che non fosse la decisione politica, per scegliere fra di essi. Quando la politica - unica depositaria del piano non solo nella legittima definizione degli indirizzi generali ma anche nella concreta realizzazione dei progetti - è divenuta come era prevedibile rissosa, si è creata l’impasse in cui siamo ancora bloccati. La conseguenza è stata che fra la bozza di dicembre e quella di gennaio sono state eliminate le schede progettuali e l’intero capitolo della governance. Così l’Italia è ormai in grave ritardo.

La soluzione della crisi in atto sarà, allora, tanto più efficace quanto più lo saranno gli accordi relativi alla definizione e all'esecuzione del piano. È evidente che un effettivo sistema di governance non potrà essere diluito in un semplice meccanismo di monitoraggio dell’esecuzione dei progetti. Il punto di debolezza dell’approccio fin qui seguito è la mancanza di una valutazione degli effetti dei progetti sul tasso di crescita e sull’occupazione. Come abbiamo scritto molte volte in questi mesi, solo la definizione di una governance che comprenda la separazione fra indirizzi politici e progetti specifici di intervento, avrebbe dato al piano italiano quella credibilità che l’Europa pretende e che le condizioni del Paese impongono.

È indispensabile che la soluzione della crisi di governo si fondi sulla scelta di una governance autorevole e indipendente, cui affidare la scelta dei progetti e la loro esecuzione.

Si tratterebbe di una svolta che non solo fugherebbe i dubbi che ogni giorno di più emergono in Europa, come si vede dall’intervista rilasciata oggi al Messaggero dal presidente del Parlamento europeo Sassoli, che si aggiunge ai numerosi moniti dello stesso tenore espressi dal commissario Gentiloni. Sarebbe anche una svolta dalle significative implicazioni politiche, perché costituirebbe il terreno per quell’ampio allargamento della base del governo che tutti dicono di volere.

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