Salvini al bivio

Matteo Salvini dovrebbe riflettere a fondo sui dati emersi nei sondaggi più recenti sugli orientamenti al voto, che vedono Lega, Pd e Fdi più o meno appaiati intorno al venti per cento dei consensi. Decimale più, decimale meno.

Il leader della Lega dovrebbe ricordare che l’elettorato italiano è ormai molto mobile e che la crescita apparentemente inarrestabile di Fratelli d’Italia potrebbe continuare fino a sorpassare stabilmente il suo partito nelle intenzioni di voto. L’opposizione rende liberi – si potrebbe dire. E lui stesso qualche anno fa ha operato il miracolo di raccogliere un partito ridotto ai minimi termini da una presenza sbiadita nei governi Berlusconi, trascinandolo ad essere la prima forza politica nelle ultime elezioni europee. Il balzo dal 5 al 30 per cento, operato in poco tempo dal partito di Salvini potrebbe oggi farlo Fdi, specialmente nel momento in cui la Lega è vincolata nei suoi movimenti dal sostegno al governo.

Ormai dovrebbe essere chiaro a Salvini che per un partito che sta al governo, l’attivismo del suo leader non paga dividendi. Rischia soltanto di evidenziarne l’impotenza. In più, nel caso del governo Draghi, si tratta di un esecutivo che ha un solo protagonista ed è il presidente del Consiglio. Non c’è nessun ministro che possa ritagliarsi spazi di visibilità e consenso.

Il Pd, che ha sviluppato da molti anni una filosofia della responsabilità nazionale, può forse mantenere i propri consensi o addirittura aumentarli identificandosi con il governo. I Cinquestelle e la Lega, invece, proprio perché sono cresciuti come partiti di lotta, non possono sperare di guadagnare nulla stando nei governi, se non il fatto di poter portare avanti in silenzio le proprie battaglie.

Se tutti fossero al governo – se, cioè, fossimo veramente in una fase di unità nazionale – la sospensione della propaganda politica varrebbe per tutti. Ma una volta che i Fratelli d’Italia hanno scelto l’opposizione, essi traggono un largo dividendo da questa posizione.

In astratto, la Lega potrebbe ancora scegliere fra stare nel governo o tornare all’opposizione, ma forse è troppo tardi. Sarebbe un andare a Canossa davanti a Fdi con il rischio di regalare all’onorevole Meloni altri voti. In realtà, giusta o sbagliata che Salvini possa giudicarla retrospettivamente, la sua è una scelta irreversibile.

Quando il Psi alla fine degli anni ‘50 si orientò a partecipare al governo, sapeva di lasciare al Pci la comodità dell’opposizione e il Pci utilizzò questo vantaggio fino a diventare a metà degli anni ‘70 il maggiore partito italiano. Ma, di converso, il Psi impedì al Pci di utilizzare questo successo per arrivare alla guida del Paese.

Nel centrodestra di oggi questo chiarimento di fondo non è avvenuto. Vige ancora la regola che chi ha più voti è il leader della coalizione. Se, quindi, la Lega conferma l’alleanza con Fratelli d’Italia nelle elezioni politiche, Giorgia Meloni potrebbe diventare il leader della coalizione e poi presidente del Consiglio in caso di vittoria.

Negli ultimi giorni sembra che Salvini abbia compreso di essere finito in una strada senza uscita. Da questa consapevolezza discende l’idea di una federazione con Forza Italia che anche Berlusconi, per altri motivi, vede con favore: la federazione consentirebbe alla Lega di distanziare nuovamente Fdi e a Forza Italia di spuntare il massimo dividendo possibile in termini di futuri seggi parlamentari.

Tutti gli osservatori restano però scettici circa i risultati di questa operazione, come sempre accade quando si cerca di realizzare in politica “fusioni a freddo”.

La realtà è che Salvini farà sempre più fatica a conservare l’alleanza con la Meloni e ha davanti a sé solo un’altra strada: spiegare alla leader di Fdi che lei ha fatto un errore fatale nel restare all’opposizione mentre la Lega e Forza Italia sceglievano la responsabilità nazionale. Scaricare cioè sulla Meloni la responsabilità di aver compromesso la coalizione.

Potranno esservi alleanze nelle elezioni comunali o magari anche nelle elezioni regionali, ma al governo insieme non potranno andare, a meno che Giorgia Meloni non riconosca il proprio errore, cedendo la primogenitura a prescindere dai risultati elettorali delle singole forze del centrodestra.

In pratica, l’appoggio a Draghi dovrebbe costituire il “passaporto vaccinale” per mantenere il centrodestra così com’è. Ma il governo Draghi non è un governo qualunque: è l’esecutivo italiano più atlantista ed europeista da molto tempo a questa parte. Potrà Salvini chiedere ad altri il passaporto se ancora non ha ottenuto il suo? Potrà chiedere abiure ad altri mentre continua ad essere alleato di Orban e della Le Pen?

Questi sono i dilemmi politici davanti ai quali si trova la Lega. E i dilemmi politici hanno una loro caratteristica peculiare: non si risolvono né con la retorica, né con l’attivismo. Vanno affrontati per quello che sono. Salvini può solo completare la sua evoluzione e comunicare alla Meloni che a livello nazionale le strade della Lega e di Fratelli d’Italia sono ormai contrapposte.

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