Squadra che vince non si cambia

Ieri, 30 aprile, Mario Draghi ha formalmente chiuso i primi due dossier che aveva sul tavolo: il piano per il Recovery è stato inviato a Bruxelles e per la prima volta cinquecentomila italiani sono stati vaccinati in un giorno.

Tutto questo è avvenuto in un contesto internazionale di diffuso consenso per il governo. I grandi giornali americani e britannici tessono le lodi del Presidente del Consiglio, la Francia rinnega, anche per rilevanti ragioni di politica interna, la dottrina Mitterrand sull’accoglimento dei terroristi italiani fuoriusciti, con ciò rimarcando un rapporto con il nostro Paese rinnovato su basi di ampia fiducia.

Peraltro, anche all’interno la maggioranza procede, di fatto, in modo compatto. Perfino Matteo Salvini, borbottando, si dissocia dalla mozione di sfiducia presentata da Fratelli d’Italia contro il “rosso” ministro della Sanità, Roberto Speranza.

Va tutto bene, dunque? Non ci sentiamo di dirlo. E non perché i risultati ottenuti dal governo siano poco rilevanti, ma perché c’è una contraddizione evidente fra il tempo indispensabile perché i nodi intricati che sono stretti intorno alle speranze del Paese di uscire dalle secche di una crisi infinita possano davvero essere sciolti e il desiderio dei partiti di ritornare protagonisti a pieno titolo della vita italiana.

È chiaro che, affinché l’Italia esca dalla crisi, servono molti anni di duro lavoro per dipanare i nodi politici, istituzionali, amministrativi, finanziari aggrovigliatisi per decenni. È evidente la necessità di continuità, determinazione ed ampiezza temporale dell’azione di governo.

Il Commento Politico, alla nascita del nuovo esecutivo, ha subito sottolineato che, per consentire al Paese la rinascita che tutti dicono di volere, sarebbe necessario dare a Mario Draghi un tempo non inferiore a quello che ebbe Cavour per unire l’Italia e a De Gasperi per risollevarla dalla guerra: non meno di cinque anni.

Constatiamo oggi, con soddisfazione, che a conclusioni analoghe sono pervenuti, pur se con accenti diversi e con maggiore comprensibile cautela, i più autorevoli ed equilibrati osservatori italiani: da Stefano Folli a Massimo Franco; da Marcello Sorgi a Lina Palmerini e a Mario Ajello. Negli editoriali dei direttori dei principali quotidiani sono riecheggiate in questi mesi suggestioni analoghe a quanto abbiamo sostenuto. Scrive oggi Enrico Cisnetto, nella sua newsletter settimanale, che il nostro Recovery potrà essere o meno il volano per far rimbalzare con duratura efficacia il nostro Pil solo se una stabile e lunga azione di governo ne accompagnerà e controllerà l’esecuzione, facilitandone il successo con l’approvazione di riforme – amministrative, processuali, fiscali – che necessitano di tempi non brevi di approvazione e poi di funzionamento.

Oltretutto, vi è da dire che il Recovery è importante ma non sarà sufficiente. Al Paese occorrono risorse doppie o triple di quelle già ponderose negoziate in Europa. Sono risorse che potranno arrivare solo se l’Italia consoliderà il proprio standing in sede europea ed internazionale. In sede europea perché occorrerà sfruttare fino in fondo il nuovo clima politico che caratterizza l’attuale legislatura dell’Unione, rendendo permanente e non una tantum l’approccio espansivo e solidale che sta alla base del Recovery. L’Europa ha avuto fiducia in noi ma la manterrà finché avrà interlocutori italiani della caratura di Draghi. Stesso discorso vale per il più ampio contesto internazionale. Per noi è vitale che parte del risparmio internazionale scelga il nostro Paese. Lo farà se le riforme promesse, che sono quelle da cui dipende la redditività degli investimenti che si ritengono opportuni, saranno garantite da governi la cui parola è affidabile.

Ma mentre questa è la percezione degli osservatori più attenti, come è anche quella delle cancellerie internazionali, non c’è dubbio che nella politica e nel Parlamento c’è sofferenza per il governo Draghi, che viene sentito come un limite imposto dall’esterno alla loro libertà di movimento. Questa contraddizione è emersa chiaramente dal dibattito parlamentare sul Recovery Fund in cui il Parlamento ha semplicemente rivendicato un diritto alla compartecipazione alle decisioni dell’esecutivo che echeggiano il malessere interno al governo sulla cabina di regia. Insomma, i partiti temono di non essere i decisori e vogliono essere in grado di distribuire loro i fondi.

Questo è il problema che sentiamo nell’aria: una impazienza dei partiti politici per non essere protagonisti e una voglia di tornare al più presto ad esserlo.

Ma qui c’è la necessità di parlare chiaro. Bisogna dire senza mezzi termini che l’avvento di Mario Draghi non è il risultato di un complotto ordito contro la politica italiana (e poi da chi?). Esso è figlio della crisi dei partiti e nei partiti, testimoniata dalle vicende dell’intera legislatura nata nel 2018 che ha visto succedersi due coalizioni profondamente diverse fra loro che hanno diviso profondamente il Paese. Tutto questo è stato detto chiaramente dal Presidente della Repubblica durante la recente crisi di governo. E non è contestabile. L’esecutivo Draghi deve affrontare i problemi del Paese e lo sta facendo. Ma deve anche dare tempo ai partiti di superare la loro crisi. Questo i partiti fanno molta fatica a riconoscere.

La destra non è una coalizione di governo. Se in passato avrebbe potuto esserlo non sappiamo. Sappiamo che oggi non lo è. Non ha una politica estera comune, non ha una politica europea comune visto che due dei tre partiti che la compongono sono, a Bruxelles, all’opposizione della Commissione, mentre Forza Italia è parte di quella maggioranza. Non ha una politica economica condivisa, salvo la ripetizione dello slogan della riduzione delle tasse. Ma, soprattutto, non ha una posizione politica comune: se la avesse non sarebbe divisa sul sostegno al governo Draghi. Su questi nodi non si vede alcun tentativo di riflessione. Può la destra aspirare a guidare il Paese in queste condizioni?

Ma a sinistra la situazione è analoga. Pur dopo un anno passato in una coalizione di governo, PD e i Cinque Stelle hanno difficoltà a stabilire un’alleanza sulle elezioni comunali e sono alle prese con problemi interni ed esterni di ogni genere. Anch’essi hanno bisogno di tempo per definire assetti interni ed alleanze.

Dunque c’è una crisi politica irrisolta sottostante al governo Draghi. L’Italia ha la fortuna di poter contare su una squadra formidabile al comando costituita dal tandem Mattarella-Draghi. È una squadra capace, consapevole e la cui autorevolezza è fuori discussione, qui da noi e all’estero. Non va cambiata. Vorremmo essere chiari su un punto: in ciò che proponiamo come indispensabile non c’è alcuna propensione allo scavalcamento della politica da parte di presunti tecnici o ottimati. C’è solo la realistica valutazione del grado di difficoltà della scalata cui tutto il Paese deve (e pensiamo voglia) essere chiamato a partecipare, e del tempo necessario ai partiti per tornare a poter esercitare il compito di guida.

Per ora le forze politiche si affannano nel cercare di superarsi nella gara a chi è il più tenace sostenitore del governo e a chi più riconosce al Capo dello Stato la correttezza e l’efficacia delle scelte fatte durante il suo settennato.

Vedremo se alle parole ed alla propaganda seguiranno comportamenti conseguenti.

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