Sulla proposta di Silvio Berlusconi

Come fa Forza Italia, che si dichiara orgogliosamente europeista, a proporre di formare un partito unico sul modello dei Repubblicani americani con due partiti di dimensioni ben più grandi della sua? Due partiti che sono schierati in Europa con forze antieuropeiste collocate all’opposizione di una Commissione europea che Forza Italia ha contribuito a eleggere e che tuttora sostiene fortemente.

E come fa Forza Italia, che dichiara orgogliosamente non solo di sostenere, ma anzi di avere contribuito a fare nascere il governo Draghi, a proporre una fusione con un partito come quello di Giorgia Meloni che si colloca all’opposizione del governo Draghi?

Queste sono le domande, piuttosto ovvie, che l’intervento Silvio Berlusconi sul Giornale di ieri solleva. In realtà - e Berlusconi non può che essere il primo a saperlo - non vi è alcuna possibilità che la sua proposta possa andare in porto. Non per le resistenze della Meloni a sciogliersi in un partito di cui non sarebbe necessariamente la leader; o di Salvini, che non ha ancora deciso se trarre dalla scelta di sostenere il Governo Draghi la conclusione di cominciare un percorso che lo condurrebbe – sotto la guida di Giorgetti – nelle file del PPE.

La ragione per cui il disegno proposto da Berlusconi non può andare avanti è perché sarebbe Forza Italia a rinunziare alla sua identità qualora i due altri possibili interlocutori accettassero di avviare un cammino comune. E che interesse avrebbe Berlusconi, che dal giorno in cui cominciò a fare politica non ha mai sottovalutato il problema della collocazione europea del suo partito, ad abbandonare nel momento in cui questa linea lo ha riportato in maggioranza?

Dunque la sua uscita non può che costituire la prima mossa di un percorso politico più complesso.

Alcuni giornali hanno ipotizzato che l’iniziativa di Berlusconi abbia soltanto un intento tattico collegato con le ormai imminenti elezioni del Presidente della Repubblica. Infatti presentando al voto uno schieramento abbastanza compatto, Forza Italia sarebbe in condizioni, se non di portare al Quirinale un candidato di propria scelta, di costringere il PD a scegliere un candidato sul quale possa confluire il consenso di Forza Italia che trascinerebbe con sé gli altri due, o che di loro potrebbe fare a meno.

Questo è certamente possibile. Ma ci deve essere qualcosa di più. Secondo noi Berlusconi prepara il terreno per uno strappo deciso del centrodestra all’indomani di un risultato che si dimostrasse non esaltante delle elezioni amministrative di ottobre (il centrodestra per dichiararsi vittorioso dovrebbe riuscire a conquistare certamente Roma, ma non solo. Servirebbe anche Napoli o Torino per dire che le elezioni hanno confermato i successi del centrodestra di questi anni). Ma questo oggi appare un obiettivo piuttosto lontano e all’indomani delle elezioni presidenziali Berlusconi potrebbe riproporre la scelta di schieramento europeo come questione discriminante. A quel punto Salvini si troverebbe in serio imbarazzo e la Meloni sarebbe costretta a chiamarsi fuori.

Craxi, la cui esperienza politica è quella che più ha influenzato Berlusconi, non ruppe mai con il PCI sul piano delle elezioni locali, ma non aprì mai alcuno spiraglio per una partecipazione del PCI a un governo, sapendo che questo avrebbe significato il ridimensionamento del PSI.

Dunque c’è, o potrebbe esservi, un serio progetto politico di cui questa di Berlusconi costituisce solo la mossa di apertura. Giorgia Meloni può sognare la Presidenza del Consiglio. Anche Salvini può continuare a sognarla. Ma Berlusconi sa che per lui e per il suo partito l’alleanza con gli altri due partiti della destra significherebbe poco più o poco meno che essere il CCD degli anni Duemila. Mentre, se domani fosse il demiurgo di una continuazione dell’esperienza di Draghi non solo fino al 2023 ma anche oltre quella data, questa sarebbe una posizione politica molto forte, che sbaraglierebbe le ambizioni della Meloni e metterebbe in continuo imbarazzo Salvini.

Naturalmente, serve che il PD ed anche i 5 Stelle capiscano questo disegno e lo favoriscano. Questo implica una legge elettorale sostanzialmente proporzionale. E poiché ne hanno bisogno anche i 5 Stelle, non appare impossibile. Così si comporrebbe finalmente un buon mosaico. Non nascerebbe il partito Repubblicano americano… ma lo stesso Berlusconi, che non amava affatto Trump, sa benissimo che quella fase – che per lui fu quella della Presidenza di George Bush – è scomparsa dalla politica americana. Tanto meglio così.

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