Trump fra guai giudiziari e nuova ipotesi Casa Bianca

A quasi un anno dal voto che ha portato Joe Biden alla Casa Bianca, sono già molti a chiedersi se Trump, ora nella villa di Miami che fu residenza invernale di una “grande dame” di Washington, resterà a lungo in Florida. La questione di una possibile candidatura dell’ex Presidente nel 2024 è infatti oggetto di molte supposizioni.

Le condizioni e i mezzi non mancherebbero: il controllo di the Donald su quello che fu il Partito Repubblicano è attualmente fuori discussione; a parte qualche insofferenza tra alcuni politici del Grand Old Party (GOP), Trump rappresenta, per i suoi, un motivo di ottimismo in una realtà che considerano ormai lontana dal mito e dal sogno americano. Potrebbe perciò facilmente ricevere ed accettare una nuova investitura come candidato per il 2024.

È evidente che Trump stia già flirtando con l’idea di una nuova avventura elettorale. Se si candidasse, e l’umore del pubblico fosse ancora quello di oggi, avrebbe buone possibilità di strappare una vittoria. Otterrebbe così anche il ritorno del GOP al controllo del Congresso, che si aggiungerebbe a quello già in suo possesso della Corte Suprema e di un gran numero di governi degli Stati (più di quelli in mano al partito Democratico). Riafferrato il potere con l’affermazione di Trump, i Repubblicani tornerebbero alla guida del paese, orientandolo verso un futuro che rischia di perdere di vista i valori del progresso e della democrazia, con conseguenze su scala globale.

Lo scontro politico dei prossimi mesi si svolgerà sullo sfondo di questi temi. Ma c’è intanto una una questione fondamentale da dirimere: è passato quasi un anno, e non è chiaro quale sarà il seguito giudiziario di tutte le infrazioni, le irregolarità, i reati imputati a Trump e ai suoi nel corso del quadriennio. Non più coperto dall'immunità presidenziale, l’ex-Presidente è vulnerabile per ciascuna delle accuse che gli sono state rivolte durante la sua permanenza al governo, compresa la più grave, cioè l’incitazione alla rivolta in gennaio per impedire l’insediamento del suo rivale. Ce ne sarebbe abbastanza per una dura condanna, e invece - nonostante le indagini proseguano e nuovi testimoni si aggiungano alla lista - non c’è ancora stata la formalizzazione dei capi d’accusa. Potrebbe essere dovuto dalla difficoltà politica di iniziare un procedimento penale contro quello che si annuncia come il più formidabile candidato dell’opposizione e c’è anche chi sospetta che ci sia la volontà calcolata di far esplodere il caso più vicino alla data delle elezioni a medio termine, quando il danno per Trump sarebbe maggiore.

Processare un ex-Capo dello Stato non è cosa da intraprendere alla leggera.

Rinunciare alla via giudiziaria sarebbe grave e incompatibile con l’immagine di sé che nutre la democrazia americana; d’altra parte, fare il processo a quattro anni di governo sarebbe dilaniante. Sed tertium datur: esclusa la pretesa di punire reati non accertati o colpe incerte, dovrebbe essere possibile colpire con durezza il reato centrale, cioè il tradimento disinvolto della Costituzione, quale emerge da ciò che si sa e da ciò che continua ad affiorare sulle turbolente giornate da novembre a gennaio. Censurare per via giudiziaria Trump sarebbe un bene anche per i Repubblicani: non si deve negare alla metà degli americani che sostengono il GOP di continuare a difendere le proprie idee considerando per tempo una scelta diversa da quella rappresentata da Trump.

In un sistema bipolare, il confronto e talvolta la fusione possono condurre a un sostegno più ampio e a un vantaggio condiviso; con l’ingombrante presenza di Trump sulla scena politica, questa possibilità non esiste. Quanto prima la sua sorte sarà decisa, tanto prima gli elettori americani avranno la possibilità di contribuire a scelte mature, nello spirito della loro democrazia.

Dopo le turbolenze degli anni trascorsi, l’America deve ora riaffermare la forza della legge e il diritto di ogni partito a proporre visioni contrastanti del futuro e, in caso di vittoria, ad attuare cambiamenti anche radicali dell’azione dello Stato. Ma a nessuno deve essere concesso di usare il potere per sovvertire le regole sulle quali la nazione stessa è fondata. Non è possibile in una stessa nazione tollerare l’asimmetria tra chi propone una società democratica e chi auspica invece una tinteggiata di autoritarismo; la storia europea mostra che il prezzo da pagare potrebbe essere la rinuncia alla democrazia stessa.

È in corso in questi mesi una campagna alimentata da politici Repubblicani in vari Stati dell’Unione, che mira a fabbricare sotto gli occhi di tutti un congegno elettorale diretto a escludere dal voto i gruppi demografici statisticamente più favorevoli al partito avverso: in alcuni Stati il controllo Repubblicano delle legislature rende questo possibile. La base del partito, spaventata dall’idea di una deriva a sinistra per il sostegno delle fasce più giovani della popolazione ai Democratici, tace e acconsente. Questa pratica sarebbe passibile di ricorso presso gli organi giudiziari e in altri tempi sarebbe stata sottoposta allo scrutinio delle Corti. Si tratta di una appariscente truffa elettorale, che una porzione significativa dell’élite politica del paese sembra impegnata a sostenere.

L’attuale leadership Repubblicana, ubriaca di Trump e in parte ormai radicata nella destra radicale, non è più quella di Eisenhower, Reagan, o Bush - e nemmeno quella di Nixon. Una vittoria di questo GOP consacrerebbe per il futuro una politica basata sulle furbizie, invece che sulla contesa di idee.


Franklin



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