Un bipartito a quattro voci

Lettera da Washington


Siamo abituati a invidiare un po’ il sistema bipartitico americano, modellato su quello inglese, che dalla guerra di secessione in poi ha governato il paese senza crisi estreme. Simboleggia oggi una democrazia capace di rinnovarsi, tollerando una successione di leader molto differenti.

In partenza, non era la scelta dei fondatori: molti avrebbero preferito che i partiti non ci fossero affatto, e che la democrazia americana si sviluppasse in un dialogo senza intermediari, ma non è andata così. Anzi, la prima apparizione dei partiti fu proprio la contesa tra il partito di chi li voleva e quello di chi li escludeva.

Ora, con l’esperienza di un paio di secoli, l’attrazione del bipartitismo americano deriva dal fatto che è concepito per fornire in seguito alle elezioni un chiaro vincitore, e tende ad affiancarlo ad una maggioranza congressuale che gli permette di avviare l’opera di governo. Entrambe queste caratteristiche sono conseguenza del sistema elettorale maggioritario, pressoché universale, con alla sua cuspide l’elezione del Presidente attraverso il collegio elettorale. È un sistema collaudato; è anche un sistema rigido, che poggia sulla continuità e perciò spesso premia - all’interno dei partiti - l’ortodossia, e non ricompensa sempre chi vince il voto popolare. Mentre il partito si rivolge al proprio elettorato proiettando la propria immagine storica, sta al leader, per competere, attirare un popolo più ampio di quello già acquisito. Interviene qui la potenza del carisma personale a pesare sulla bilancia.

Nella storia, il sistema ha funzionato senza grandi scossoni. Non che in America manchino i partiti (una sommaria ricerca ne rivela dozzine), ma normalmente non hanno proiezione al di fuori di una piccola cerchia, geografica o ideologica che sia, il che limita il loro impatto oltre il livello congressuale. L’esperienza mostra che l’apparizione su scala nazionale di un terzo partito ha il prevedibile risultato di togliere voti a uno o entrambi i partiti tradizionali, senza raccoglierne abbastanza da vincere a sua volta, ma qualche volta abbastanza da spostare l’ago della bilancia. Se si considera che la condotta delle consultazioni elettorali è largamente attribuita dalla Costituzione ai singoli stati, l’insieme tende a favorire ancor più chi ha già il potere, e rende difficile creare delle maggioranze alternative. Finché le elezioni seguiranno il sistema maggioritario, anziché proporzionale, le prospettive di permanenza del sistema pluripartitico sembrano stabili.

Ma se il sistema poggia sulla stabilità, cosa succede invece quando si presenta un movimento politico che dilaga in modo imprevedibile, al punto di uscire dal controllo del partito che lo ha incubato?


S’ode a destra uno squillo di Trump


Il partito Repubblicano oggi ospita ancora i resti della sua corrente tradizionale, ma i numeri non sono a suo favore e non incoraggiano a pensare a un ritorno al partito conservatore (ma non oscurantista) dei suoi tempi migliori. Restano in piedi pochi rappresentanti di quella filosofia, riflettendo l’erosione di decenni. Trump ha impersonato una corrente radicale, erede di Reagan più che di Nixon, ed ha assicurato al partito un gruppo importante di nuovi voti.

Oggi Trump si è autoesiliato, ed è assediato dai suoi problemi giudiziari che sono seri, ma - nuovo piccolo Napoleone all’Isola d’Elba - trama la riconquista. Secondo i sondaggi la sua base nel partito Repubblicano è ancora solida, e - dato che poggia sulla fede anziché sulla ragione - si deve pensare che resisterà all’erosione della figura dell’ex-Presidente. Il Grand Old Party (GOP) lo ha implicitamente riconosciuto, rifiutando di condannare Trump anche dopo l’orrenda storia dei suoi ultimi mesi a Washington; non c’è per ora un rivale apertamente aspirante alla guida del partito, e Trump si guarda bene dal favorire candidature. Una futura possibile erede, l’ex Governatore della North Carolina Nikki Haley, ambiziosa e capace, si è vista negare una visita a Mar a Lago che avrebbe potuto dare l’impressione di una investitura.

Il rifiuto di condannare l’ex Presidente non è solo un atto di viltà, è una scelta di realpolitik. Il GOP è strutturalmente minoritario nelle elezioni nazionali e può ancora vincere grazie ai miracoli del collegio elettorale, ma non senza nuovi voti per compensare l’erosione demografica del suo bacino di attrazione, essenzialmente bianco e conservatore. Negli anni ’70 poté strappare ai Democratici i voti (bianchi) del Sud, resi disponibili dalla decisione di Johnson di lanciare il processo di emancipazione, e fece eleggere a valanga Nixon e Reagan; ma oggi non basta più. Johnson dal canto suo era consapevole del prezzo che avrebbe pagato. Non era un morbido idealista; la sua era presumibilmente anche una scommessa a lungo termine, fondata sulla aspettativa di una crescita numerica della popolazione di colore, di cui, per acquisirne il consenso, bisognava facilitare la partecipazione politica. Oggi il Sud ospita il 55% della popolazione Afroamericana; nell’intero paese, i cittadini che si dichiarano nel censimento “Bianchi non Ispanici”, cioè non latinoamericani, sono già in minoranza in sei stati, e lo saranno ovunque tra un paio di decenni. Sotto i 10 anni di età, lo sono fin d’ora. E in novembre sono stati questi i voti, i voti seminati da Johnson, che hanno portato Joe Biden alla Casa Bianca e i Democratici alla maggioranza nel Senato.

Al tempo stesso, aver ospitato dal 1968 i cosiddetti “Dixiecrats”, eredi della secessione, avvelena il partito Repubblicano, che fu quello stesso di Lincoln. Il GOP ancor oggi tollera infatti nel suo seno i nostalgici della Confederazione, perché solo l’ondata dei loro voti ha consentito di portarlo ripetutamente alla Casa Bianca e di contare nel paese ancora sessant’anni dopo la decisione di Johnson. È questo il contraltare della fulminea ascesa politica di Trump; questa ha dato voce a un ampio serbatoio di cittadini frustrati e disattesi, parte di un consistente movimento populista, che si somma ai tradizionali sostenitori e che Trump cavalca agilmente. Il conservatorismo moderato di cui sono ancora campioni Romney e pochi altri non basta a sostituire questi voti.

Per contrastare il peso della demografia su scala nazionale, i dirigenti “storici” dei Repubblicani dovrebbero trovare la ricetta per mettere da parte l’ex Presidente senza perdere l’elettorato che lui ha mobilitato, il che appare difficile. Trump ha intanto cominciato a usare sporadicamente la parola “movimento”, per indicare sé stesso e i suoi seguaci; ma entrambe le fazioni hanno da ultimo necessità di compattare il GOP. Trump non concederà la vittoria ad altri, nemmeno all’interno del partito. Ne manterrà il controllo, o tenterà l’avventura del “terzo partito”. Questo illustra il tormento dei dirigenti parlamentari nelle scorse settimane.


A sinistra risponde uno squillo … anzi due


Le elezioni di novembre non hanno evidenziato una dicotomia solo in seno al partito Repubblicano. Biden è stato votato in modo decisivo dalle donne di colore. Il colpo è riuscito perché, oltre a questi voti, il partito è stato capace di vendemmiare il voto anti - Trump assieme ai voti (e l’attivismo) di una generazione di cinquant’anni più giovane del candidato, accettando l’apporto di un’ala radicale sinora prudentemente trascurata, che ha da poco portato alcuni suoi esponenti al Congresso. Anche i Democratici hanno subito uno slittamento generazionale dopo gli anni dei Clinton e di Obama, e la nuova demografia del partito fa sì che ora si debba rivolgere a un orizzonte più vasto, trovando una inaspettata forza nella sinistra; è un fenomeno che segna una evoluzione storica. La parola “socialista” che non si sentiva dagli anni ’20 non è più dovunque nel paese un anatema senza riscatto: il segnale lo hanno dato i giovani, insorti già quattro anni fa a sostegno di Sanders e della Warren, e di colpo non spaventa più tanto come prima. I paesi scandinavi sono citati spesso, e si dibattono ora anche temi che dai tempi del “New Deal” erano tabù, e che definiremmo di classe o di casta, attorno ai concetti di “uguaglianza” e “solidarietà”, fino a ieri considerati alieni alla società americana; concetti che infatti calzano meglio nella rivoluzione francese che non in quella americana.

La matrice ideologica dell’apparato tradizionale del partito non collima facilmente con quella più radicale rappresentata dalla giovane sinistra, anche quando esprime le stesse priorità. In queste prime settimane peraltro l’impressione è che questa corrente, che non è ancora numerosa ma è vocale e molto mediatica, si stia mostrando disciplinata, seguendo lo scenario previsto ed evitando contrasti con la cautela di Biden.

Oggi il controllo del partito, a differenza del GOP, è ancora saldamente in mano alla tradizione. Ma l’apparizione di giovani politici carismatici, contrapposti alla presenza rispettabile ma non trascinatrice della generazione Biden, fa intravedere i contorni di una dialettica interna. È una forza nuova, e potrà riflettersi sull’orientamento del governo man mano che ci si avvicinerà alle elezioni di medio termine, l’anno venturo a novembre. Le elezioni congressuali sono sempre una buona arena per saggiare il popolo su idee e progetti che innovano sulla tradizione del partito.


Franklin

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