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Un treno da Pechino

L’Europa non è un luogo dove tutti viaggiano alla stessa velocità. I Paesi del nord sono generalmente più ricchi di quelli mediterranei ed anche all’interno dei singoli stati sono presenti storici dualismi: non solo da noi dove è sempre acuta la “questione meridionale”, ma nella stessa Germania, dove i ritardi dell’antica Ddr rispetto all’ex Germania Ovest sono lungi dall’essere colmati.

L’Unione europea ha apprestato diversi strumenti di intervento per appianare gradualmente queste disparità ed ogni passo avanti dovrebbe essere salutato con soddisfazione.

Oggi per andare da Budapest a Belgrado ci vogliono otto ore e i treni percorrono i 350 chilometri della tratta ad una velocità che spesso non supera i 40 chilometri all’ora. Una nuova e moderna ferrovia in costruzione unirà tra cinque anni le due capitali in tre ore ed è previsto che i binari non si fermino in Serbia: meta ultima Atene.

Un successo europeo? Assolutamente no. L’opera, in sé necessaria, è finanziata dalla Cina e a lavori ultimati si unirà ai porti greci, già proprietà di Pechino. La Russia ha dato il suo benestare all’operazione.

Nel frattempo le stelle sono state e stanno a guardare: quelle europee, che hanno costretto la Grecia a svendere le infrastrutture strategiche; e quelle americane, che, troppo preoccupate della concorrenza dei Paesi europei più avanzati, hanno lasciato briglia sciolta agli ex satelliti dell’URSS anche al fine di rallentare, se non impedire, un ulteriore processo di integrazione dell’Unione.

Una vecchia canzone di Bruno Lauzi diceva: “Arrivano i cinesi, arrivano volando, si piazzano in salotto e non se ne vanno più; arrivano i cinesi, arrivano nuotando, dice Ruggero Orlando che domani sono qui…”.

Ecco, sono arrivati: per via dei timori dei nostri “Paesi frugali” e per merito dei neocons di turno impegnati a contrastare una potenziale e temibile Europa carolingia.

È troppo tardi per invertire la rotta? No. Basterebbe tornare alla vera solidarietà europea ed atlantica.

A casa nostra, confinando all’irrilevanza gli indigeni ambasciatori interessati di Orban, Putin e Xi.

L’anno delle elezioni americane è sempre un periodo cruciale: l’uso dell’argomento “pandemia cinese” come clava elettorale sembra uscito di scena a Washington ora che anche i democratici puntano il dito contro la concorrenza di Pechino. È lecito sperare che questa nuova unità si riverberi in una rinnovata consapevolezza di tutta l’America su chi siano veramente gli alleati da questa parte dell’Atlantico.

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