• Il Commento Politico

Una risposta ancora incompleta

Due giorni fa Federico Fubini ha dato conto sul Corriere della Sera di un saggio scritto da Marco Buti e Marcello Messori nel quale si delinea quale dovrebbe essere l’impostazione del piano italiano di utilizzo dei fondi europei del Next Generation Eu. Ieri sempre sulle colonne del Corriere è apparsa la risposta del Ministro dell’Economia per fugare le preoccupazioni dei due studiosi. Nel disegno di legge di bilancio è stata infatti inserita una norma che, secondo il governo, risponde pienamente alle esigenze prospettate dai due economisti. Si tratta dell’articolo 183 del progetto di bilancio. Se si legge la nuova norma si vedrà, tuttavia, che essa può rispondere solo a una parte, e nemmeno la più importante, delle osservazioni fatte da Buti e Messori, quelle che riguardano la realizzazione tempestiva dei progetti inclusi nel piano. L’articolo, infatti, descrive le procedure con le quali il Ministero dell’Economia e in particolare la Ragioneria generale dello Stato seguirà “l’attuazione” del piano, cioè l’utilizzazione dei fondi da parte degli enti o organismi cui sono stati assegnati, curando anche che non vi siano ritardi nella realizzazione dei progetti nei tempi stabiliti. Si potrebbe discutere dell’efficacia di questo tipo di controlli, ma il punto più rilevante non è questo. Infatti ora dovremmo poter disporre di una norma che regola le procedure di attuazione del piano. Ma che cosa sappiamo della definizione del piano e dell’assegnazione dei fondi il cui utilizzo verrà poi seguito dalla Ragioneria dello Stato? Non dovrebbe esservi una corrispondente normativa che indichi chi ha il titolo per presentare i progetti, quali devono essere le caratteristiche dei progetti per essere ammessi alla valutazione e, soprattutto, da chi e dove verrà fatto un esame per decidere se quel progetto presentato meriti o meno il finanziamento a valere sui fondi del piano italiano?

Che si debba provvedere a regolare a questa che sarà la parte più importante dell’azione del governo si deduce dal fatto che, nelle linee direttive del piano presentato in Parlamento dal ministro degli Affari europei all’inizio di ottobre, si prevede che i progetti devono contribuire a elevare – a raddoppiare – il tasso di sviluppo dell’economia italiana e insieme ad aumentare i livelli dell’occupazione. Si tratta di obiettivi non necessariamente coincidenti (possono esservi progetti che aumentano l’occupazione ma non il reddito, e viceversa). Vorremmo capire da chi, come, con quali strumenti, in quali tempi i progetti saranno sottoposti a una valutazione.

Non sono domande nuove. Le abbiamo rivolte più volte da queste pagine al governo negli scorsi mesi. Ma fino ad oggi non esisteva un quadro giuridico preciso per il piano. Ora il quadro giuridico è stato fornito parzialmente. Riguarda la parte per così dire a valle, cioè l’esecuzione dei progetti. Ma vi deve essere una parte a monte. E poiché è da lì che deriverà l’efficacia del piano, questa questione non può non essere affrontata.

Comprendiamo che questo è un punto particolarmente delicato sia sul piano politico dei rapporti interni al governo e alla sua maggioranza, sia dei rapporti fra le istituzioni e quindi è legittima la cautela del governo. Ma prima o poi il problema dell’efficacia del piano italiano è destinato ad emergere, se per tempo non saranno stati definiti in modo adeguato i rapporti tra amministrazioni centrali, regionali e soprattutto locali, molte delle quali andranno al voto durante il prossimo anno.

Poiché la definizione del piano europeo sta subendo dei ritardi, il governo avrebbe il tempo ora di affrontare problemi politici, certamente ardui, ma che tra qualche mese potrebbero rivelarsi un ostacolo alla prosecuzione della sua azione.

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