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Una scivolosa fase politica

La fibrillazione politica che caratterizza le sorti del governo non accenna a cessare. E nemmeno a calare. Difficile evitare l’impressione che il chiarimento politico da tutti considerato indispensabile non sia neppure iniziato. Nessuno dei temi su cui le forze politiche di maggioranza hanno aperto una riflessione, tra loro e con il governo, ha trovato finora una definizione. Semmai sono state riaffermate le differenze di posizione. Ma questa situazione non può continuare a lungo senza provocare un danno al Paese ed aumentare la frattura con un’opinione pubblica sconcertata che ha ripreso ad allontanarsi dalla politica.

Il piano italiano per il Recovery non è pronto e cambia ogni giorno. La governance che dovrebbe garantirne l’efficacia è tutta da definire. Le modifiche alla struttura del governo – il cosiddetto rimpasto - da vecchia liturgia della prima Repubblica - è tornato ad essere argomento di primo piano nei negoziati in corso, ma non sembra convergere verso una qualche definizione. Il patto di legislatura che dovrebbe caratterizzare i prossimi due anni è oggetto di inviti reciproci all’approfondimento e cioè è solo ai nastri di partenza. Le riforme costituzionali ed elettorali che dovevano accompagnare la riduzione del numero dei parlamentari per rendere quella iniziativa meno incauta sono ferme. La scuola e la sanità sono terreno di rimpalli continui tra Stato e Regioni. Il problema della delega per i Servizi segreti fa da sfondo ad ogni altro argomento.

Cittadini e forze politiche sono concordi nel ritenere che occorrerebbe creare le condizioni per un’azione di governo più forte e risoluta. Lo ha chiesto il Pd che pretende un “colpo d’ala”. Lo ritengono i Cinquestelle. Lo pretende Leu, con particolare attenzione alla sanità. Lo invoca Renzi con forte vis polemica. Lo auspicano soprattutto famiglie ed imprese, preoccupati di ciò che potrà accadere quando il blocco dei licenziamenti finirà e con esso anche la possibilità di continuare la politica a pioggia dei ristori.

Ieri il presidente del Consiglio ha preso l’iniziativa di dichiarare di essere disposto ad aprire le orecchie del governo a tutte le sollecitazioni e a tutti i suggerimenti pervenuti dalla maggioranza, dal Recovery Fund al cosiddetto patto di legislatura, alla composizione dell’esecutivo. È stata una seria assunzione di responsabilità, anche perché Conte deve essersi reso conto che, alla lunga, l’atteggiamento di una persona troppo indaffarata con i problemi del Paese per occuparsi delle beghe fra i partiti non paga. Qualcuno deve avviare un chiarimento ed il presidente del Consiglio, scendendo in campo, ha l’autorità per muovere la situazione.

E, tuttavia, il problema non consiste nel mettere Italia Viva di fronte alla scelta fra aprire la crisi o accettare di rientrare nei ranghi. A leggere le cronache politiche di questi giorni, sembra che tutto il dibattito debba concentrarsi sul dilemma crisi sì, crisi no. Ed in particolare sul rapporto tra Conte e Renzi, visto che Italia Viva è il partito che più degli altri ha drammatizzato la necessità di un cambio di passo. Ma è risolutivo il suo ultimatum?

Il presidente del Consiglio ha dichiarato che il suo compito, a maggior ragione ora che la pandemia non cessa di mordere il Paese, è quello di superare a qualunque costo ed a qualunque prezzo la situazione di stallo che si è realizzata. Occorre – ha detto - andare avanti presto e bene. A partire dall’approvazione del Piano per il Recovery da parte del Consiglio dei ministri in modo da poterlo in fretta presentare al Parlamento e alle parti sociali. Decida Renzi, in altre parole, se aprire o meno la crisi.

Ma cosa succederebbe se Renzi e i suoi ministri, pur insoddisfatti, non lo facessero e si limitassero a non votare o ad astenersi su tutte le decisioni del governo, partecipando con un sì nelle sole occasioni in cui, come gli scostamenti di bilancio, è richiesta in Parlamento la maggioranza assoluta?

Non si aprirebbe la crisi, il governo continuerebbe ad avere una pur risicata “fiducia di minoranza” e resterebbe in sella. Ma sarebbe in sella ad un cavallo sfibrato. L’esatto opposto di quello che tutti dicono di volere e di cui il Paese avrebbe bisogno.

Il Commento Politico guarda ad un’eventualità di tal fatta con tutta la preoccupazione che merita. Se ci si avvierà o meno su una via così rischiosa ed inopportuna dipenderà dagli autentici prezzi che tutti i protagonisti di questa vicenda sono veramente disposti a pagare.

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