A che prezzo Boris Johnson “apre” il Paese

Lettera da Londra


Dal 19 luglio il governo di Sua Maestà ha concesso ai cittadini la libertà (quasi) totale di vivere secondo i propri intendimenti (via le mascherine e il social distancing), con minime restrizioni.

In realtà non sono ancora ben chiari i confini di questa apertura: le dichiarazioni e i comportamenti di alcuni ministri sono sembrati molto contraddittori, a partire dall’autoisolamento del Ministro della Sanità (Javid), del Cancelliere dello Scacchiere (Sunak) e dello stesso Boris Johnson, da qualche giorno volontariamente reclusi a causa della positività di Javid.

Ma anche altri, significativi aspetti dimostrano la precarietà dei piani e delle strategie della squadra di governo. In particolare tre.

Primo: il paese sta attraversando settimane di forti disagi soprattutto per l’interruzione dei servizi – dalla raccolta dei rifiuti alla logistica, ai trasporti ferroviari, ai servizi sanitari. L’opposizione afferma che “il sistema sta crollando” sotto il peso delle politiche contraddittorie del governo. Di fatto, da un lato si proclama il ritorno alla normalità, dall’altro i casi positivi sono ancora circa 40mila al giorno (in crescita) e i necessari isolamenti dei positivi e dei loro contatti compromettono molti settori cruciali, già indeboliti dalla Brexit. L’industria della logistica alimentare, in particolare, denuncia forti difficoltà ad approvvigionare i supermercati. Molti scaffali sono vuoti in quella che è stata la Metropoli dell’Abbondanza. Due importanti linee della metropolitana londinese (Hammersmith e City) sono state chiuse nel weekend scorso a causa di molto personale in isolamento. Solo due esempi su molti.

Secondo: la situazione Covid vede adesso molte persone sotto i 40 anni (e anche sotto i 30) ospedalizzate e addirittura in terapia intensiva. La proporzione di casi tra i 16 e i 24 anni è sei volte quella tra i 50 e i 69. Il Covid in Inghilterra è ora una questione di contagi giovanili. Se da una parte ciò riduce, per ovvi motivi, la potenziale mortalità, dall’altra ha un costo economico significativo perché colpisce persone nel pieno della loro attività produttiva o formativa. Anche se non ospedalizzate, esse devono isolarsi e interrompere le loro attività, e questo rimanda al punto precedente e lo complica.

Terzo: è adesso sempre più chiaro che i Tories di fronte alla pandemia sono profondamente divisi e incapaci di arrivare ad una sintesi politica, nonostante una maggioranza di 80 seggi ed una opposizione in stato comatoso. Da un lato Johnson e l’ala “sociale” del partito, che propongono seppur timidamente di aumentare il deficit pubblico per evitare il collasso del sistema sanitario e delle principali infrastrutture logistiche. Dall’altro, i custodi dell’ortodossia anti statalista (tra cui il Cancelliere dello Scacchiere) che si ribellano alla visione pragmatica del Primo Ministro. Essi pretendono di tagliare le tasse ed i servizi e lasciare che gli animal spirits del mercato plasmino il suo nuovo equilibrio, a prescindere dai costi sociali. Due visioni inconciliabili che entro settembre si scontreranno apertamente. Quella che fu una formidabile macchina da guerra elettorale sta producendo un gigantesco ingorgo decisionale - con una paralisi sempre più evidente a cui gli elettori conservatori non erano preparati. Nonostante gli annunci ufficiali, grande scoramento è evidente nel ventre del Paese.

In conclusione, il Regno Unito sta vivendo un’estate molto difficile. Oltre all’attesa diminuzione dei flussi commerciali con l’Europa, il Covid, nelle sue varianti, sta imponendo un prezzo altissimo su tutto il sistema logistico e commerciale. E il fatto che ora colpisca molto di più i giovani allevia sì il carico sul sistema sanitario, ma mostra l’incoerenza di un governo diviso e incerto, che da una parte dichiara di “aprire il paese”, ma dall’altra deve affrontare gli alti costi economici di un “liberi tutti” fortemente ideologico, non adeguatamente programmato e senz’altro prematuro.


Samuel Pepys Jr.


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