A un passo dalla candidatura di Macron

Lettera da Parigi


I primi, palpabili fremiti di una evoluzione - se non ancora di un rasserenamento - nel panorama internazionale, tanto alla frontiera ucraina quanto nel Sahel, sembrano preludere ad un imminente epilogo del suspense che avvolge ancora l’annuncio ufficiale di ricandidatura del Presidente Macron.

Pur nel perdurante silenzio dell’Eliseo, i commentatori e i media lo considerano oramai solo una questione di giorni e lo collocano temporalmente fra la conclusione, quest’oggi, del Vertice Europa-Africa a Bruxelles e l’apertura, la prossima settimana, del tradizionale Salone dell’Agricoltura, grande kermesse annuale ed attesissima passerella nazionale cui si affacciano tutti i protagonisti della vita politica francese.


E, se il ruolo di protagonista ritagliatosi da Macron sul piano europeo gli suggerisce di capitalizzare ancora sulla sua alta funzione super partes e sulla legittima rivendicazione dell’azione quantomeno assertiva da lui svolta sullo scacchiere internazionale, un’ulteriore tergiversazione sembra davvero incompatibile con l’attesa che nutre il Paese per la sua discesa in campo. Tanto più di fronte al “rito” (squisitamente franco-francese) della visita agli agricoltori che, al di là delle sue connotazioni a tratti folkloristiche, impegna i leaders politici alla Porte de Versailles per lunghe ore di contatti e di scambi diretti nei colorati stands degli allevatori di bovini o delle manifatture casearie e vinicole, con gli espositori e le associazioni di categoria, sotto il fuoco delle telecamere e il vero e proprio assedio dei giornalisti.

Vi è chi addirittura si spinge ad ipotizzare che l’annuncio potrebbe aver luogo proprio in quella sede, quasi a voler stemperare, fuori dal protocollo e nel quadro di un evento “nazional- popolare”, volutamente ispirato alle radici stesse della ruralità e dell’antiretorica, la stessa rigida formalità della notizia, per farne semplicemente la scontata conferma di una evidenza, in una raffigurazione di serena e costruttiva continuità.

Qualunque sia la modalità prescelta - e Macron, fin dal 2016 ha abituato la pubblica opinione a farsi sorprendere da scelte mediatiche innovative - il Presidente candidato sa bene che non potrà sottrarsi, in quella sede o in una occasione non più differibile, a tracciare il profilo organico del suo programma elettorale e quindi, come si dice qui, del progetto che intende incarnare per il futuro della Francia nei prossimi cinque anni.

Sinora, occorre riconoscerlo, è riuscito a “volare alto”, rispetto allo spettacolo nell’insieme desolante della rissosa e tossica contrapposizione di quasi tutti gli altri schieramenti politici, a destra come a sinistra, e all’altrettanta deludente performance dei vari leaders, vecchi e nuovi, che si affollano nell’anticamera della massima magistratura dello Stato francese.

E, in questo distacco, ha anche sapientemente coltivato quell’immagine di maturata esperienza, di statura, di carisma e di spessore personale, che lo stesso sistema istituzionale della Quinta Repubblica postula - alla stregua della presentazione programmatica - come requisito indispensabile per la scelta dell’elettorato. Siamo ben lontani, tuttavia, dai modelli di riconduzione “quasi tacita” di un “padre nobile” della Nazione, come fu da ultimo per Mitterrand.

Il candidato Macron si appresta ad affrontare l’onda d’urto accumulatasi nei confronti del Presidente Macron, in un trasversale e spesso livoroso cahier de doléances nel quale si affiancano, alla rinfusa, alcune precise contestazioni di fondo, ma anche le tante ostilità della vecchia politica, le nostalgiche rivendicazioni del passato, la visione “declinista” identitaria e nazionalista: in una parola, la consegna del “tutti contro uno” di stampo sovranista e populista che sembra la cifra dominante in una pre-campagna dai più giudicata fra le peggiori del dopo-guerra, per rissosità e sterile inconcludenza. Ed a fronte dello spettacolo davvero poco edificante messo in scena dalla classe politica, con il suo corredo di mirabolanti quanto improbabili promesse ed impegni, si va accrescendo nella frastornata visione dei francesi, lo stuolo dei contestatori e degli indifferenti, in un pericoloso meccanismo di disaffezione e di sfiducia che ormai sembra mettere in discussione la stessa potenziale tenuta della democrazia rappresentativa, quale concepita a fondamento delle attuali istituzioni.

E se questo argomento è cavalcato spregiudicatamente da molti dei contendenti, a destra come a sinistra, non sfugge certamente a Macron la vitale importanza di darvi un qualche riscontro, non solo nell’intento di recuperare scettici ed indecisi, ma anche di completare, con iniziative concrete nel campo delle riforme istituzionali, quel disegno di ampia ed articolata ristrutturazione repubblicana dello Stato e della società che costituì il fulcro della sua iniziativa nel 2017 e che, non solo a detta dei suoi detrattori, è rimasta ampiamente incompiuta. E questo quantomeno in relazione all’irrisolto dilemma della promessa di una quota, anche minima, di proporzionale e del rafforzamento del ruolo del Parlamento.

Dalle poche indiscrezioni che filtrano con il “misurino” dagli ambienti della “macronìa” e dei suoi alleati, se un capitolo istituzionale non potrà mancare al programma di un Macron II, esso dovrà anche scongiurare la tentazione di venir semplicemente ricalcato sulla rivendicazione del consuntivo del quinquennio trascorso, pur con il suo corredo di indiscutibili “attivi”, quali i positivi risultati raggiunti in materia di ripresa e di crescita economica, di assorbimento della disoccupazione, di rilancio degli investimenti, di conduzione della crisi sanitaria.

Molti ballons d’essai sono stati già abilmente lanciati dal Presidente in persona e dai suoi in queste ultime settimane: primo fra tutti il colpo segnato in campo energetico - magistrale se non altro sul piano tattico - con l’annuncio della nota iniziativa di lungo respiro per il nucleare e per le fonti rinnovabili. Altri traspaiono da indiscrezioni su misure innovative nel campo della scuola e dell’educazione, dell’inflazione e del caro-vita, non meno che, nel campo allargato alla visione europea, all’assunzione di responsabilità per approcci nuovi alla questione del debito pubblico e del patto di stabilità – in alcuni casi con riferimenti anche espliciti all’intesa maturata con il Presidente Draghi – e a quella di una aggiornata impostazione del processo di rinnovamento dell’integrazione europea, con l’allargamento del ricorso al “multilateralismo” ragionevole e pragmatico, ovunque possibile.

Non a caso, prima ancora di articolare in via sistematica la sua visione per una “nuova Europa”, l’Eliseo ha segnato qualche punto a suo favore (e degli auspicati progressi in materia di cooperazione europea per la difesa e la sicurezza) sia sul fronte della crisi ucraina - in cui ha fatto emergere, assieme ai suoi partners più prossimi quali Olaf Scholz e Mario Draghi, più la coesione che le divisioni del vecchio Continente nei confronti di Mosca, in chiave dissuasiva - sia riconducendo in un quadro visibile di costruttiva collaborazione intereuropea la strategia di disimpegno francese dal Mali e l’illustrazione di una sorta di nuova “dottrina” per la guerra al terrorismo nel Sahel ed in generale nel Continente Africano; in aperto contrasto con i loschi coinvolgimenti delle milizie mercenarie dell’Organizzazione Wagner (di matrice comunque russa, anche se non ufficialmente sostenute dal Cremlino) che potrebbero ripetere ora in Mali le dubbie e sciagurate imprese del passato in Libia o in Mozambico.

Ma è in patria che si impone a Macron il passaggio più complesso: quello fra il “regnare” ed il “persuadere”, forte dell’esperienza maturata ma anche vulnerabile per gli errori e le omissioni che gli vengono attribuiti.

Lo zoccolo duro dei suoi sostenitori è solido e non è andato erodendosi nel tempo, secondo tutti i sondaggisti che si basano per ora sulle intenzioni di voto dichiarate in suo favore. Gli stessi opinionisti concordano nel valutare che sin dai primi rilevamenti successivi all’annuncio – che tradizionalmente segnano un lieve calo iniziale dei consensi – la sua comprovata capacità di pugnace competitore risulterà confermata in termini di adesioni degli attuali ma anche dei nuovi potenziali alleati. Molti dei quali, in casa neo-gollista così come fra i socialdemocratici, sembrano aspettare il segnale del “via” alla campagna vera e propria (e le sue precipue connotazioni sostanziali) per uscire allo scoperto e per spianare al giovane Presidente la strada alla riconferma o, di contro, ostacolarne l’aspirazione a continuare a guidare la Francia.


l’Abate Galiani

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