Agende elettorali in Francia, fra programmi e bisbigli

Lettera da Parigi


Pur occupando già da qualche giorno i titoli di testa su tutti i media, la campagna elettorale in Francia – ad ormai un mese dal voto per le Regionali – sembra liberarsi solo pian piano della camicia di forza delle polemiche e degli attacchi incrociati per lasciar finalmente trasparire alcune tematiche di sostanza nell’agenda delle forze politiche.

In quest’era di semplificazioni e accelerazione dell’informazione, la lente deformante che altera le priorità ingigantisce la “percezione” della pubblica opinione alla quale la politica è chiamata ad assicurare convincenti risposte.

In cima alla classifica, continua a campeggiare il deterioramento dell’ordine pubblico, con sullo sfondo il diffuso malessere delle classi meno abbienti e l’elenco di fatti di cronaca su cui si concentra demagogicamente Marine Le Pen.

Placatesi oramai, almeno in parte, le schermaglie attorno alla presentazione (e alla composizione) delle liste elettorali – con le lacerazioni che hanno implicato a sinistra ma soprattutto in seno alla destra classica – da parte governativa ci si volge a contrattaccare l’acrimonioso “cahier de doléances” che ingombra il boccascena della campagna. E questo sia sul fronte delle presunte inadempienze nei confronti delle Forze dell’Ordine che sulle responsabilità di lassismo e di malfunzionamento della giustizia penale.

Si impegnano su questo versante due dei più ascoltati collaboratori governativi della cerchia ristretta attorno al Presidente (qui indicata sinteticamente come la “Macronie”): il Ministro dell’Interno Gerald Darmanin, proveniente dalle file golliste, e il Guardasigilli Dupont-Moretti, celeberrimo principe del Foro, che non ha mai fatto mistero delle sue simpatie per la sinistra moderata. In coerenza con la sua qualità di self made man, la modesta estrazione sociale e le umili condizioni del padre operaio metalmeccanico e della madre, figlia di emigrati italiani: ne ha voluto conservare il cognome per l’amore che porta al nostro Paese, di cui ha preso la seconda cittadinanza.

Darmanin, in questa circostanza, ha avuto il compito più agevole, inserendosi nella scia delle prime, forti rivendicazioni, fatte proprie dallo stesso Capo dello Stato in recenti dichiarazioni pubbliche: Macron aveva ricordato con fierezza sin dai primi di maggio (in una intervista al Figaro) l’attuazione di un articolato programma di rafforzamento degli effettivi delle Forze dell’Ordine, insieme ad indicazioni circostanziate su precisi progetti di ulteriori reclutamenti (diecimila in totale entro l’anno in corso), di più avanzate formazioni specialistiche e di forniture e ammodernamenti di strutture e di mezzi.

Darmanin ha quindi potuto riproporre, nel difendere l’operato del Governo, un quadro nell’insieme relativamente convincente. Egli infatti non ha esitato a ricordare alla pubblica opinione che gli ultimi “tagli” in uomini e risorse alle Forze dell’Ordine risalivano a precedenti amministrazioni conservatrici, come quella del suo mentore Nicholas Sarkozy, senza venir automaticamente tacciato di parzialità personale e di preconcetta ostilità politica (è all’ex Presidente, con una parentesi governativa precedente proprio come Ministro dell’Interno, che il giovane responsabile del medesimo Dicastero riconduce buona parte della sua storia politica e dei successi sinora conseguiti).

È da registrare, del resto, che al di là dei pubblici proclami e delle strumentalizzazioni, le dichiarazioni formali dei sindacati di polizia, molto presenti su tutti i media, sembrano ispirate a minor virulenza nei confronti del Governo e non rivestono quella natura ostile alla personalità dell’attuale inquilino della Place Beauvau (il Viminale parigino) che pure aveva dovuto subire più di un suo predecessore.

Più complessa l’opera di “copertura” delle falle del dispositivo penale, affidato al più celebre avvocato difensore di Francia, Dupont-Moretti, divenuto Ministro della Giustizia. Respingere le argomentazioni spesso demagogiche che si moltiplicano per “demonizzare” sentenze valutate troppo blande e le scarcerazioni anticipate o i regimi di semi-libertà, ma nel contempo realizzare almeno alcune delle riforme reclamate a gran voce dalla pubblica opinione, è il non facile compito del Guardasigilli. Lo persegue con tenacia e con costanti apparizioni in Parlamento e sui media che gli attirano per ora i fulmini di tutta l’opposizione, ma soprattutto del Rassemblement National. Sono diventate virali alcune raffigurazioni che ritraggono il Ministro con ingrandimenti strumentali di un cronometro di grande marca e preziosi gemelli ai polsini mentre fa campagna per le Regionali contro i “lepenisti”, intese ad irridere le sue idee progressiste in contrasto con la sua ostentata agiatezza; o, ancor peggio, le calunniose accuse di interferenza diretta nell’inasprimento dell’inchiesta giudiziaria contro Marine Le Pen per l’uso fraudolento dei fondi resi disponibili dal Parlamento Europeo nel 2017 per retribuire i suoi assistenti a Strasburgo, fra i quali il suo autista personale-guardia del corpo nella vita di tutti i giorni.

Dupont-Moretti non se ne dà certamente per vinto e dilaga in pubbliche apparizioni, forte del suo parlar schietto e della sua veemenza oratoria che gli permettono di “bucare” letteralmente i teleschermi.

Questa dicotomia della priorità securitaria – giustizia più performante e polizia meglio attrezzata e più protetta – è culminata il 19 maggio, giorno della festeggiata riapertura dei locali all’aperto e dei luoghi della cultura e dello spettacolo, in una manifestazione pubblica organizzata da tutti i sindacati di Polizia a Parigi di fronte all’Assemblea Nazionale. Chiamando così in primo luogo in causa lo stesso potere legislativo: è in corso infatti il dibattito parlamentare in vista dell’approvazione del disegno di legge di riforma della giustizia penale, di iniziativa del Guardasigilli e significativamente “battezzato” “Sulla fiducia nella magistratura”. Persino al di là delle esigenze elettorali, si è trattato, per il gran numero delle presenze in piazza e per risonanza mediatica, di un ennesimo segnale d’allarme per il Presidente e il suo Governo. E se, confermando di poter contare su una discreta popolarità presso le forze di polizia, il Ministro dell’Interno ha deciso di presenziarvi nel pubblico, la sua scelta ha suscitato prima e dopo l’evento una miriade di critiche e di polemiche, ironicamente polarizzate sull’inedito assoluto costituito da un Governo che manifesta contro sé stesso…

In effetti, la manifestazione ha risparmiato aperte invettive al Ministro dell’Interno, mentre frequenti sono stati i vibranti vituperi all’indirizzo del Guardasigilli, che aveva preferito astenersi dal partecipare. Si è aperta così un’altra difficoltà per il Governo, quella di mostrare, e non solo cosmeticamente, che non esistono divergenze fra i due principali pilastri chiamati a presidiare l’ordine pubblico.

È probabile quindi che attorno ai prossimi appuntamenti sul tema (che prevedono ulteriori consultazioni con i sindacati di polizia, nel quadro del “Beauvau de la Sécurité”, una sorta di dialogo aperto iniziato in febbraio scorso al Ministero dell’Interno) si siano intrattenuti il presidente Macron e il suo Primo Ministro, fattisi ostentatamente ritrarre all’aperto, all’atto di sorseggiare un espresso, per celebrare all’unisono con la popolazione il primo giorno di riapertura “post-pandemica”. E che per primo sia l’esecutivo a doversi far carico dell’urgenza di investire il Parlamento di una serie di provvedimenti, reclamati tanto dalle Forze dell’Ordine che dalla Magistratura, per correggere o colmare lacune legislative non rinviabili, diventa un tema oltre che di buon Governo anche di persuasione dell’elettorato. Modificare in senso restrittivo la riforma del “pacchetto” previsto per superare il dispositivo esistente in tema di delinquenza minorile, evitare, con il ricorso a più chiari paletti normativi, le scarcerazioni facili nei casi di reati minori, dare l’avvio all’ampliamento, in capienza e efficienza, degli istituti di pena più volte promesso, costituiscono un imperativo difficilmente eludibile.

Più rilassato appare paradossalmente, in questa fase, il Ministro dell’Economia. Anche Bruno Le Maire si è affacciato di buon mattino nelle case dei francesi, ripreso dalle telecamere a un tavolino all’aperto mentre sfogliava i quotidiani: evidentemente incoraggiato dai dati nell’insieme positivi sulla crescita indicativa dei primi mesi dell’anno in corso e dalle non poche voci che si levano dagli ambienti imprenditoriali e finanziari a sostegno della politica messa in atto da Bercy (il grande complesso di edifici che ospita tutti gli attori del suo mega-ministero) a fronte dello tsunami economico-sociale del Covid. Voci che si sono levate, con grande sollievo del Governo, anche dalle categorie più colpite (come i gestori dei bar e ristoranti) a fronte dell’innegabile consistenza del pacchetto di aiuti predisposto dall’Esecutivo, dell’efficacia e tempestività della loro effettiva distribuzione agli interessati, degli affidamenti di un “allentamento” solo progressivo ed accompagnato da specifiche garanzie di molte delle misure in vigore in materia di sostegni alle imprese ed all’occupazione. In questi settori il richiamo ai dati reali e le rassicurazioni elargite con autorevole serenità dal “trio” Macron-Castex-Le Maire, valgono a travalicare la percezione catastrofista alimentata dalle ansiogene rappresentazioni dei media e sembrano anticipare uno dei “pezzi forti” della strategia elettorale della maggioranza e del Presidente, alla vigilia dell’ulteriore segnale positivo che dovrebbe provenire a breve da Bruxelles.

La campagna è quindi aperta, anche se la campanella di inizio ufficiale suonerà solo dalla fine di maggio. Lo scenario si affolla di vecchi e nuovi protagonisti, con una mobilitazione di “En Marche” in un certo senso in attesa, in tutte le principali Regioni, ma evidentemente per prime le due (Paca e Hauts de France) in cui il rischio di una affermazione del Rassemblement National è più concreto. I Ministri iscritti in liste specifiche della “République en Marche” sono ormai tredici e contano non pochi “pezzi da novanta” come i già citati Darmanin e Dupont-Moretti, che corrono insieme nel Nord, antagonisti tanto della Le Pen che dell’ex gollista Bertrand, attuale Presidente di Regione ed aspirante alla candidatura alla Presidenziale per il suo Partito d’origine e per una ipotetica federazione della destra moderata.

È una vera sfida per il giovane e fragile partito di Macron, che affronta l’impopolarità connaturata con le responsabilità assunte a fronte delle molteplici, gravi crisi a ripetizione che hanno costellato il suo percorso sin dal secondo anno di mandato. Vi è chi vi legge un segno di temerarietà, chi si interroga sulle ripercussioni che potrà avere sulle successive mosse del Presidente una amara (e non improbabile) delusione in giugno; e cominciano persino tra le quinte ad affiorare, secondo una vecchia tradizione francese, i primi bisbigli circa eventuali rimpasti di Governo o di un cambio – sarebbe il terzo – di Primo Ministro nella prospettiva dell’elezione cruciale.


l’Abate Galiani


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