Al via il nuovo governo di Elisabeth Borne

Lettera da Parigi


Emmanuel Macron è riuscito ancora una volta a mettere a segno un colpo a sorpresa, con l’inatteso annuncio che il nuovo Governo sarà costituito questo pomeriggio e che il primo Consiglio dei Ministri del suo secondo mandato presidenziale avrà luogo lunedì 24 maggio.

Il comunicato dell’Eliseo è stato diffuso alle prime ore di questa mattina ed ha certamente sconvolto i palinsesti di tutte le reti di informazione continua, indotte sino a ieri sera a preconizzare, anche in base alle dichiarazioni ancora “attendiste” del Presidente e della Prima Ministra designata, che la composizione del nuovo Gabinetto avrebbe richiesto ancora qualche tempo e non sarebbe intervenuta se non la settimana prossima.


Una Francia stordita dall’insolita ondata di calore e l’insieme dei media e degli opinionisti che facevano a gara – dopo anni di cupezza e di negativismo – ad inanellare, pur sullo sfondo della tragedia ucraina, cronache più leggere e gioiose (dall’apertura del Festival di Cannes all’imminente ed attesissimo appuntamento tennistico del Roland Garros) sono nuovamente assorbiti dalla politica attiva e focalizzati sulla “parola” dell’Eliseo.

Presumibilmente nelle prime ore pomeridiane, secondo il rito consolidato, il riconfermato Segretario Generale della Presidenza ( l’ “enarca” Alexis Kohler, sodale indefettibile del Presidente, tanto da venir definito come il suo “gemello”) leggerà solennemente la lista dei Ministri e porrà finalmente un termine alla ridda di voci e di speculazioni circolanti fin dalla rielezione di Macron, quasi un mese addietro.


Molti sono gli interrogativi di cui si attende risposta, dalle possibili riconferme alle new entries, dall’allargamento alle nuove compagini che hanno raggiunto la maggioranza presidenziale fino alla struttura stessa del Governo, in ossequio agli affidamenti forniti dal Presidente per una radicale innovazione della gestione della politica ambientale e di una sua articolata pianificazione. Sono incerte persino le sorti di alcuni Ministri che scadenze imminenti, come le elezioni legislative di giugno e la perdurante crisi in Ucraina, suggerirebbero di mantenere tanto all’Interno come agli Esteri o alla Difesa. È inoltre al vaglio delle critiche in agguato, tanto nelle opposizioni che fra i commentatori, l’impegno di varare un Gabinetto ristretto ad un numero limitato di portafogli ed all’insegna della parità di genere.


Quel che appare più scontato è di ravvisare in ogni caso nel nuovo Esecutivo una sorta di “Governo a termine” che dovrà comunque conoscere un “tagliando” se non una radicale revisione, conforme al risultato delle Legislative ed alla incognita della conferma (o meno) della maggioranza presidenziale e dei nuovi assetti ed equilibri in Parlamento all’indomani del secondo turno del 12 giugno. Un Governo quindi, al tempo stesso, immediatamente operativo per le emergenze (da quella diplomatico-militare, ai temi prioritari del potere d’acquisto e dell’ambiente), ma pronto ad affrontare in armonia (se non all’unisono) la campagna elettorale ed a tentare di consolidare una compagine parlamentare atta a consentirne la futura azione, alla guida di una Prima Ministra che, nella tradizione francese della Quinta Repubblica, è principale responsabile e leader della coerenza e della compattezza della maggioranza presidenziale.


Per parafrasare ancora una volta la celebre “boutade” del Generale, davvero “un vaste programme”… tale da far tremare le vene dei polsi. La cancellazione dei vecchi partiti, la debolezza dei corpi intermedi, la ricomposizione della scena politica in tre grandi blocchi di centro, di destra e di sinistra (entrambe, questi ultimi, all’insegna del radicalismo e per lo più del populismo più manifesto) spiegano i tempi lunghi che hanno preceduto l’annuncio odierno (e la meditata riflessione necessaria al tentativo di ricomprendere tutte le componenti rappresentative del complessivo sostegno parlamentare all’azione del Presidente, al di fuori dei semplificati schematismi dell’alternanza fra destra e sinistra).


Molte delle composizioni e delle alleanze dovranno inoltre giocarsi a bocce ferme, alla luce del responso delle urne, in un sistema politico in cui la dialettica parlamentare è ridotta all’osso e la tradizione del compromesso e della trattativa è stata finora sprezzantemente liquidata in termini negativi in ossequio assoluto alla governabilità e definita, con eguale asprezza, “combinazione” all’italiana…

La partita che ha inizio questo pomeriggio è quindi il primo atto di un secondo mandato di Macron effettivamente nuovo, non soltanto per il progetto di fondo che il candidato alla rielezione si è chiaramente prefisso, ma anche per sostanziare quel metodo radicalmente innovativo cui – senza sinora precisarne i contorni – egli si è ripetutamente ripromesso di far ricorso per il futuro.


Da temerario rottamatore di un quadro politico in deliquescenza a partire dal 2017, Macron deve oggi trasformarsi in sottile tessitore, per ricomporre una trama di insieme che sappia reagire alle spinte centrifughe convergenti dei populismi contrapposti di destra e di sinistra e, al tempo stesso, guidare il Paese in una congiuntura di medio-lungo periodo che si annuncia particolarmente procellosa.


In questa seconda fase della sua avventura politica, il Presidente è riuscito ad assicurarsi allargati consensi tanto del mondo socialdemocratico, deluso dal patto leonino di unità imposto alla gauche da Mélenchon, quanto da quello conservatore moderato (è di oggi la “notizia – bomba” della defezione pro-Macron del capogruppo dei Républicains all’Assemblea, l’influente Damien Habad; vedremo se sarà ricompensato fin da subito da un ambito “maroquin” ministeriale…).


A riprova di una meditata e più riflessiva strategia politica di medio termine, il Presidente si è scelto, senza ricercare a tutti i costi quegli effetti a sorpresa che i media si attendevano, una compagna di strada che risponde di fatto a molti degli obiettivi e dei requisiti postulati dalla esigenza congiunta di dinamiche ed efficaci iniziative e, al tempo stesso, di paziente ricucitura sociale. Una donna a Matignon (la seconda dopo l’effimera esperienza di Edith Cresson sotto Mitterrand), appartenente per sensibilità ed esperienze ad un’area genericamente progressista, diplomata del celebre Polytéchnique, rivale scientifica sotto il leggendario simbolo X dell’Ena, riconosciuta ed apprezzata manager di Stato, tre volte ministra nel precedente quinquennio (trasporti, ambiente e lavoro), interlocutrice coriacea ma apprezzata dalla controparte sindacale, in particolare nella riuscita riforma delle ferrovie, Elisabeth Borne risponde perfettamente ai tre requisiti (oltre a quello di genere) preannunciati in campagna elettorale da Macron: coinvolgimento ambientale, apertura sociale, capacità in materia imprenditoriale e produttiva. Alle critiche per un suo presunto rigore tecnocratico, ha subito dato alcuni primi riscontri, soffermandosi nei primi interventi pubblici, con raffrenato pudore, sulla sua complessa vicenda familiare (in particolare lo choc negli anni settanta del suicidio del padre, di modeste origini yiddish, sopravvissuto ad Auschwitz e partigiano) e la tenace conquista di traguardi di parità di genere in tutte le tappe del suo percorso pubblico. Così Borne si è conquistata in questi giorni crescenti consensi mediatici e popolari. Questo anche con lo sguardo rivolto alla campagna elettorale e alla sua candidatura – mantenuta anche dopo la nomina – ad un seggio nel natio Calvados mirante a compensare con la possibile elezione la sua precedente carenza di esperienza politica diretta e rappresentativa sul terreno.


Ad horas… la nuova squadra e, con essa, le regole di ingaggio per la battaglia dell’esecutivo sul terreno della quotidianità e, al tempo stesso, della conquista dei seggi. Ancora una volta è in gioco (e l’esito non è del tutto scontato) l’affermazione del campo della ragione e dell’avanzamento della nuova Europa, sulle recriminazioni e le rivendicazioni dell’anti-macronismo ad oltranza; cavalcato stavolta più che da una Marine Le Pen in fase confusionale, un po’ come un pugile suonato, da un sempre battagliero Jean Luc Mélenchon, che infiamma con le sue sguaiate ed incessanti guasconate, l’eterogeneo popolo di una sinistra più di lotta che di governo.


l’Abate Galiani

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