Biden, the state of the Nation

Lettera da Washington


Il 28 aprile Joe Biden si è rivolto al Congresso a Camere riunite con il suo primo discorso sullo Stato dell’Unione. Si tratta di un passaggio obbligato della democrazia americana che permette al Presidente insediato da poco di annunciare i grandi progetti della sua amministrazione. Negli anni successivi è poi l’occasione per riferire dei progetti realizzati e delle sfide da vincere. Di solito è un’occasione celebrativa, un vero show seguito da una replica critica da parte di un personaggio minore del partito di opposizione.

Col suo discorso, Biden ha chiuso il ciclo della programmazione strategica, completando l’affresco delle priorità governative per il resto del mandato, illustrando l’ultimo “pacchetto” di misure e di politiche destinate a riorientare i fondamentali problemi, non risolvendo i quali i progressi possono solo essere limitati ed effimeri. È un proclama di riforma, che completa la trilogia annunciata.

Biden ha annunciato interventi per 1,8 trilioni di spesa per finanziare il progresso della “infrastruttura umana” della nazione, elencando obiettivi nel campo dell’educazione (università gratuita negli atenei statali), sanità (estensione della riforma sanitaria di Obama), lavoro (salari minimi, riconoscimento ai sindacati), e altri provvedimenti che vanno a completare il mosaico. Provvedimenti che dovrebbero avere un effetto profondo sulla società, e quindi anche sulla politica, dell’America del prossimo futuro.

Questo programma di lavoro si aggiunge ed integra, dunque, gli altri tasselli via via annunciati dalla Casa Bianca nelle scorse settimane, delineando un’opera gigantesca. Su un prodotto interno lordo di oltre 21 trilioni di dollari, Biden intende impegnare risorse per poco meno di un terzo del PIL: 1,9 trilioni per il pacchetto di stimoli economici anti-Covid; 2,3 trilioni per il piano infrastrutture e 1,8 trilioni per le famiglie.

Il programma di emergenza di Obama nel 2009 fu solo di circa 800 miliardi di dollari. Il vero modello è il “New Deal” di Roosevelt, che arrivò a suo tempo ad assorbire fino al 40% del PIL di allora (ma spalmato su un lungo periodo), e lasciò un’impronta profonda sulla nazione. Ne sono prova le immagini dell’America degli anni ’30 documentate da grandi fotografi come Dorothea Lange e Russell Lee, paragonate con l’America degli anni ’40. È chiaro che Biden si propone qualcosa con un impatto analogo. Niente ordinaria amministrazione. Biden ha fretta di fare, sapendo che i tempi di realizzazione sono lunghi e che la situazione parlamentare non è rassicurante per il futuro. Quindi niente scaglionamento: tutto e subito, sapendo che quanto sarà possibile fare subito sarà comunque tutto.

Con la scarsa maggioranza di cui dispone, il Presidente dovrà infatti affrontare anzitutto l’ostacolo del Senato, dove solo il ricorso a procedure parlamentari creative offrirà possibilità di successo. Non sarà facile, perché ora Biden dovrà mobilitare le risorse necessarie a finanziare il suo grandioso programma. La spesa sarà scaglionata nel tempo, ma come abbiamo visto sarà titanica, e si scontrerà con una granitica opposizione repubblicana. Per giunta, la capacità contributiva degli americani, con molti di loro in crisi per le conseguenze della pandemia, non è al massimo e certo Biden non vorrà porre il fardello sulle spalle dei più deboli, ma cercare di attingere dalle tasche dei super-ricchi.

A Washington si aggira un fantasma, ed è quello di Reagan. Fu durante la sua presidenza che prevalse la cosiddetta “trickle down economy”, fondata sulla credenza - popolare a Chicago - che, abbassando le tasse ai ricchi, questi impiegherebbero la loro crescente ricchezza in investimenti e spesa, generando così impiego e benessere anche per la classe media che, a sua volta pagando più tasse, colmerebbe il mancato introito per le esenzioni fiscali concesse ai ricchi. Una tesi che negli anni si è rivelata degna di Pinocchio, poiché è proprio da allora che il reddito della classe media (il 72% degli americani, dato che negli Stati Uniti la classe media include la classe operaia) ha cominciato a ristagnare, mentre il reddito delle fasce più facoltose è continuato a crescere rapidamente: da allora, ogni aumento del benessere americano è stato soprattutto assorbito dalle classi apicali.

La ricchezza totale dei 650 più ricchi miliardari americani, secondo Forbes, ammonta ora a circa 4 trilioni di dollari, ed è cresciuta di un trilione durante la pandemia. È il doppio del totale della ricchezza detenuta dai 165 milioni di americani situati al livello inferiore della scala sociale. Il coefficiente Gini, che misura la disuguaglianza economica in un paese, negli USA è andato peggiorando costantemente dopo gli anni ’70, e una maggiore pressione fiscale non potrà non tenerne conto. Non ci sarà da sorprendersi perciò se il fisco si rivolgerà con particolare attenzione ai redditi alti (Biden dice oltre i 400,000$ annuali), dove si trovano comunque risorse sinora poco sfruttate, ma può essere anche l’inizio di una convinta politica di riduzione delle disuguaglianze.

Il progetto di Biden può avere una portata epocale: il successo a suo tempo del “New Deal” scosse il sistema politico americano al punto che per avvicendare Roosevelt alla Casa Bianca fu necessario attendere il suo decesso, e si dovette anche emendare la Costituzione per limitare a due i mandati consentiti ai presidenti successivi. Se Biden, alla guida del partito democratico, riuscirà a raccogliere successi in questo suo disegno di riforma profonda, per il partito repubblicano potrebbero aprirsi anni duri. Intanto, però, è facile prevedere che proprio per questo i Repubblicani punteranno a rastrellare fin d’ora finanziamenti dal mondo dell’economia, con la promessa di ridurre Biden all’impotenza come già avvenne con Obama.


Franklin

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