BJ Blues

Lettera da Londra


A suo tempo, Boris Johnson non fu un cattivo sindaco di Londra. Ed è stato anche piuttosto “liberal” per essere un esponente dei Conservatori. Lo ha fatto con scioltezza, forte della sua strabordante personalità flamboyant, volatile, alquanto disordinata ma spontanea e in fondo accattivante.

Essere Primo Ministro del Regno Unito è ovviamente tutta un’altra storia, “another cup of tea”. È un lavoro massacrante per uno spirito libero come BJ. Significa cercare di gestire un’infinità di problemi, aspettative conflittuali, crisi domestiche ed in varie parti del mondo, attacchi di nemici - ed anche di amici che vogliono sostituirti appena possibile. Avendo un occhio alle sorti del proprio partito alle prossime elezioni (al più tardi il 2 Maggio 2024, a meno che lui stesso non anticipi i tempi). BJ, che alla base è solo un brillante “giornalista d’assalto”, non si aspettava questa valanga di pressioni, di incertezze… e di lavoro. Dalla Scozia a Hong Kong, dalla complicata dinamica post-Brexit alla pandemia, al terrorismo, dal cambiamento climatico, alle difficoltà della City dopo la Brexit. Per non parlare della polemica sul rifacimento dell’arredamento di Downing Street o il sospetto intrigo della BBC contro Diana e Charles, appena affiorato in queste settimane. E per finire, gli emergenti scandali immobiliari che coinvolgono alcuni esponenti dei Tories e gruppi finanziari esteri (ad esempio il caso “Homes of England” e la Malesia). Una babele, ovvero “a can of worms”.

Inoltre, ciò accade dopo che ha dovuto sacrificare Dominic Cummings - il suo abrasivo Rasputin, al tempo stesso cavallo da tiro, “hatchet man”, tagliatore di teste e crudele stratega della sua prima fase. Cummings, che ha recentemente definito BJ “folle e bugiardo” (come se lui stesso fosse esempio di saggia rettitudine), adesso lo sta attaccandolo sulla base della attuale strategia anticovid – argomentando che BJ sta ora perseguendo una strategia “italiana” di aggiustamenti graduali invece di continuare con lockdowns improvvisi, aggressivi, concentrati - come quelli fatti alcuni mesi fa. Secondo alcuni, anche alla luce della temibile variante indiana che attualmente preoccupa molto Londra, lockdowns violenti e radicali sono più efficaci dei continui “trade offs” tra chiusure/aperture/aumento dei contagi e via ricominciando.

Ma è anche sul fronte strettamente economico che BJ viene accusato di “finire come l’Italia”. Londra sta vivendo un certo rimbalzo post COVID, forse temporaneo, che beneficia soprattutto il settore immobiliare e il food & catering. Tuttavia, secondo alcuni autorevoli analisti indipendenti il Regno Unito sta cadendo nella “trappola italiana”, definita come bassa produttività, bassa crescita e mancanza di investimenti privati, debito pubblico crescente, infrastrutture in parte decrepite e così via. Una spirale che in Italia ha significato 20-25 anni di stagnazione.

Infine, BJ si ritrova ora tra le mani l’ambiziosa “Integrated Review” (Integrated Review of Security, Defence, Development and Foreign Policy), il possente tomo strategico che i suoi “Mandarins”, i top civil servants del Paese, hanno appena stilato dopo anni di gestazione – una panoramica sulle sfide che il Regno Unito, “finalmente libero dalla camicia di forza dell’ Unione Europea”, dovrà affrontare nel mondo nei prossimi 10 anni. Un manifesto ed un programma per “Global Britain”, un programma forse troppo impegnativo e in parte velleitario. Basta leggere il discorso che BJ ha fatto in Parlamento qualche settimana fa per capire che gli obbiettivi definiti (sia in capo economico-commerciale che strategico) sono al di là delle capacità di implementazione sue e di un Paese profondamente cambiato dai tempi della Thatcher (più innovativo e multietnico, ma più introflesso sul proprio “particular” e meno omogeneo).

Per citare un solo esempio irrealistico, proiettare la ormai esigua forza navale britannica a 15-20mila km da casa nello scacchiere Indo-Pacifico in supporto degli USA e del “contenimento cinese” inverte spavaldamente, dopo 50 anni, il famoso e sobrio ritiro “a ovest di Suez” deciso dal governo Wilson nel 1967. Mentre sarebbe più logico ed efficace che essa presidiasse lo scacchiere navale artico europeo, più vicino a casa, dove russi e cinesi stanno compiendo avanzamenti costanti per sfruttarne le risorse materiali e strategiche. Taiwan e le isolette contestate nel South China Sea non sono le Falklands. E la Cina non è l’Argentina del 1982. Quanto è difficile essere capo del governo di una ex potenza imperiale!

Due settimane fa, appena concluse le elezioni regionali, BJ si sentiva forte, corroborato dai progressi locali dei Tories (eccetto ovviamente in Scozia) e dal risultato ultra deludente dei Laburisti. Sfrecciava spensierato in bici davanti a casa Pepys, seguito discretamente dai suoi angeli custodi.

Adesso, improvvisamente attaccato su vari fronti anche all’interno della sua maggioranza, si trova un po’ spaesato e sembra chiedersi: che ci faccio qui? Il suo tradizionale discorso programmatico, letto a Westminster alcuni giorni fa dalla Regina, contiene alcune roboanti affermazioni di self confidence – rendendo perplessi i suoi stessi scaltri alleati. E nasconde un malinconico “denial” che le sfide di fronte al Regno Unito siano affrontabili dalla solitaria fuga in avanti di una fragile Global Britain. Vedremo nel 2024. Ma chissà se per quel giorno la sua bici l’avrà già portato lontano da Downing Street.


Samuel Pepys Jr.


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