Black Lives Matter

Lettera da Washington


BLM, questa sigla appare ormai dovunque nella vita degli americani: giornali, graffiti murali, media di ogni genere, cartelloni in testa a dimostrazioni pubbliche un po’ dovunque, ma immancabili in luoghi dove il sangue è stato di nuovo versato, di recente. Come ormai abbiamo imparato tutti, vuol dire “Black Lives Matter”, ed è un richiamo disperato e amaro alla comune qualità di umani che unisce gli abitatori di questo e di tutti gli altri paesi.

Il richiamo è drammatico proprio perché è ovvio, e non dovrebbe venire in mente a nessuno, nemmeno a La Palisse, che sia necessario enunciarlo. Eppure milioni di americani sentono di doversi riunire sotto queste scritte; ancor più sconcertante, altri, forse milioni anch’essi, si infuriano per ciò che appare loro una gratuita offesa alla nazione e alle forze dell’ordine. L’ovvia dichiarazione che “le vite di colore sono importanti” è oggi una delle affermazioni più aspramente divisive degli Stati Uniti.

Una rapida occhiata ai dati conferma ciò che la gente sospetta: il tasso di omicidi è molto elevato nel paese rispetto al resto del mondo industrializzato, circa sette volte di più per unità di popolazione gli omicidi volontari, dieci volte contando quelli involontari. Circa il 40% di queste vittime appartiene alla comunità afroamericana (che non va oltre il 13% della popolazione), una proporzione superata solo dai nativi amerindi. Questi i morti; l’immagine speculare è che con il 5% della popolazione mondiale, gli Stati Uniti tengono sottochiave il 25% della popolazione carceraria del pianeta, più di 2 milioni, che sono decuplicati negli ultimi cinquant’anni. Tra questi carcerati si trova circa il 2,5 % di tutti gli afroamericani - e solo lo 0,5 % dei bianchi.

È dunque la razza il fattore discriminante, che determina sia la possibilità di sopravvivere, che quella di sfuggire a un destino carcerario? Gli studi respingono l’ipotesi di una correlazione diretta, e puntano invece su un collegamento molto stretto con lo strato economico/sociale di appartenenza. Non c’è di che essere sorpresi. In sostanza, questi studi suggeriscono che non si va in prigione per il colore della pelle, ma soprattutto perché si proviene da un ambiente di miseria. Ciò dovrebbe indurre a riflessioni su come rimediare a questo determinismo, per progredire verso una società meno criminosa. Se è vero che combattendo la miseria si può combattere la criminalità, educazione, economia, strutture della società sono terreni dove le nazioni possono agire positivamente. Nelle democrazie, la politica dovrebbe trovare una missione a vantaggio della comunità dei cittadini.

Per ora, vige delitto e castigo, si dirà, ma anche questo è solo un punto di partenza. Davvero crediamo che particolari gruppi di popolazione, in America o altrove, siano inesorabilmente afflitti da una innata propensione al crimine, a differenza di altri, e in termini così drastici? O non si tratta di un caso macroscopico di emarginazione, più facile da ignorare che da risolvere?

La giuria del tribunale a Minneapolis ha emesso dopo una breve concertazione un verdetto unanime sul più recente e clamoroso caso di omicidio a danno di un cittadino afroamericano, George Floyd. Un agente della polizia cittadina è stato dichiarato colpevole dei tre reati di cui era imputato, sostanzialmente costituenti un caso di omicidio preterintenzionale. Floyd, come è noto, morì per asfissia durante l'arresto, al termine di 9 minuti di strangolamento da parte di un agente, nonostante fosse immobilizzato e non presentasse minaccia per nessuno. Il tutto filmato dagli onnipresenti telefonini.

La nazione stava col fiato sospeso, in attesa del verdetto, e non solo la comunità di colore: la brutalità delle forze dell’ordine è una preoccupazione trasversale, anche se sofferta in massima misura proprio dalla comunità di colore. Il sollievo perciò è stato immediato in tutto il paese. Si vedrà in seguito quanto sarà severa la sentenza, che nel sistema americano viene frequentemente emanata in un secondo tempo.

Ma intanto l’episodio induce a riflessioni d’insieme sul ruolo delle forze dell’ordine. La violenza endemica delle città è una vecchia storia, e così questo è un paese dove la convivenza tra cittadini e polizia ha, diciamo, alti e bassi, ma resta caratterizzata da una interazione piuttosto attiva, che statisticamente si conclude spesso dietro le sbarre o peggio. Limitandosi agli afroamericani, dal gennaio 2020 ad ora, 23 di loro, tutti disarmati quindi in assenza di un conflitto, hanno trovato una morte violenta inflitta da parte delle forze dell’ordine - e ben cinque di loro per asfissia. Floyd non era certo un caso isolato, nemmeno per le particolari circostanze della sua uccisione. Non è questa l’immagine che i cittadini dovunque nel mondo vorrebbero avere dei guardiani dell’ordine: lo conferma tutta una letteratura piena di bonari poliziotti di quartiere, approdata perfino sulle sponde della Sicilia di Camilleri, che stride con questa realtà di sirene spiegate, mezzi blindati e poliziotti che si comportano come un esercito di occupazione.

C’è anche un altro aspetto del rapporto tra cittadino e giustizia, che pure occorrerà affrontare.

Per effetto delle leggi dei rispettivi stati, circa 4.5 milioni cittadini americani, detenuti per reati anche di poco conto, sono ipso iure privati del diritto di voto, in certi stati per la durata della pena, in altri per sempre: colpa di condanne anche pregresse. Quando le elezioni si decidono, come è stato il caso anche di recente, per poche migliaia di voti in pochi distretti critici, il nesso tra censo, razza e incarcerazione supera le barriere delle scienze sociali e approda pesantemente sul tavolo della politica.

Molti cittadini che si sono sentiti a rischio nell’America di Trump ne hanno ricavato la determinazione di abbandonare la rassegnazione e il disfattismo, e hanno aiutato Biden nel novembre scorso a vincere stati decisivi. Molti di loro percepiscono l’apparato delle forze dell’ordine come uno strumento non di protezione, ma di intimidazione, e vedono nell’attivismo e nella protesta la sola via per rompere l’impasse in cui si trovano, pur coscienti del rischio di alienare così i potenziali alleati estranei al loro gruppo etnico, aggravando la possibilità di una evoluzione violenta.

Ma per il momento, la stragrande maggioranza delle mobilitazioni e manifestazioni popolari si è contenuta nei limiti pacifici dell’espressione dei diritti politici, qualcosa come il 95%, e vi è da sperare che si continui così, senza deviare verso le forme di militanza estrema che abbiamo conosciuto cinquant’anni fa. Ciò fa sperare che, se i politici sapranno incanalarla, la mobilitazione possa generare un impulso così forte da rompere l’algoritmo colore=esclusione=povertà=crimine. Anche quando sarà esaurito l’effetto del processo di Minneapolis, aspettiamoci quindi la continuazione di questa pressione popolare insistente e vigorosa; ma al tempo stesso vi è motivo di sperare che politici e governo federale troveranno il modo di incanalare progressivamente le legittime aspirazioni degli esclusi. Per il governo di Biden è forse la condizione per ripetere il successo del 2020, quindi c’è urgenza.

Il nuovo ministro della Giustizia è un probo giurista di eccellente reputazione, cui i Repubblicani del Senato negarono cinque anni fa la nomina alla Corte Suprema, disposta da Obama. Non è uomo da architettare torbide vendette, ma la sua gestione potrebbe dare una spinta verso una più sobria interpretazione dei poteri della polizia, e verso una autentica uguaglianza dinanzi alla legge. Se così sarà, sarà una tacita soddisfazione per Merrick Garland, che avrà in questo modo trovato il suo ruolo al servizio della Costituzione, al posto di quello che gli fu negato nel 2016. Intanto ha ordinato un’indagine sulla polizia di Minneapolis; ma sarebbe illusorio pensare che si tratti solo del Minnesota. Potrebbe essere il segnale di un cambio di direzione, e sarebbe un passo importante verso una maggiore armonia sociale.


Franklin

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