Chi perde diventa anche antipatico
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Non sarà l’opposizione a chiedere le dimissioni dell’on. Meloni. Lo ha detto con chiarezza questa mattina l’on. Schlein in un’intervista su Repubblica. Del resto, l’unico modo per farlo sarebbe presentare in Parlamento una mozione di sfiducia che avrebbe solo l’effetto di rianimare un centrodestra tramortito dall’esito del referendum.
Diverso invece è fare osservare che un presidente del Consiglio che si getta a capofitto in una battaglia referendaria, subisce una così ampia sconfitta e riceve una smentita così netta dagli elettori, non è la persona più adatta a guidare il paese in un momento così difficile. È una osservazione legittima e politicamente incisiva. La sinistra ha diritto di formularla, sapendo che la destra non ha modo di contestare queste affermazioni.
Il problema per l’on. Meloni non viene dall’opposizione. Viene, o meglio verrà fin dalle prossime ore, dalla sua maggioranza. Non emergerà una contestazione esplicita, almeno non subito, ma nei conciliaboli riservati comincerà a circolare il dubbio se sia saggio per il centrodestra arrivare alle elezioni e farsi guidare nella campagna elettorale da una persona che ha subìto uno smacco di questa portata, da un leader che ha mostrato scarso buon senso nell’impegnarsi in una battaglia che appariva già persa, o peggio ancora che si è impegnata, ha chiesto il sostegno ed ha ricevuto un bel No.
Saranno i deputati e i senatori di maggioranza che vedranno in pericolo la loro rielezione nelle prossime elezioni politiche, a interrogarsi se non sarebbe meglio trovare qualche altro che li guidi al voto. Ci ha colpito che ieri l’on. Tajani abbia detto che l’attuale centrodestra andrà unito alle prossime elezioni, ma si sia ben guardato dal dire chi ne sarà il capo. In Lombardia c’è un detto popolare che recita: “Chi perde soldi diventa anche antipatico”. Vale per i soldi e vale in genere per tutte le battaglie. Ma a chi diventa antipatico colui o colei che perde? Non agli avversari che già lo contrastavano. Evidentemente agli amici che non si fidano più. Questo sarà il problema dell’on Meloni. Se difenderà Delmastro e Bartolozzi, qualcuno dei suoi dirà che forse sarebbe meglio liberarsi delle mele marce per non danneggiare le mele sane. Ma se li manderà via, qualche altro dei suoi osserverà che ora non ha più la forza di irridere alla sinistra come aveva fatto fino a ieri.
Se dirà che vuole portare avanti la riforma del premierato, molti dei suoi si chiederanno se non le è bastata la batosta di ieri. Ma se la lascerà cadere, altri diranno che evidentemente la sconfitta del referendum l’ha paralizzata. Lo stesso vale per la legge elettorale che con arroganza è stata presentata nel corso della campagna referendaria, nella convinzione che la vittoria del Sì avrebbe favorito anche il passaggio della legge elettorale. Ma più di tutti, Trump. Meloni ha pagato la vicinanza a Trump esibita nei mesi scorsi. Che farà ora? Prenderà le distanze, dando l’impressione di essere nel panico?
Insomma, da domani sarà tutto un fiorire di dubbi, di critiche mai avanzate prima, di perplessità sulla guida della premier nelle ormai imminenti elezioni. La sinistra non ha che da attendere che la strada di Giorgia Meloni si mostri, come da oggi è, impervia. E nel frattempo preparare il programma, rafforzare lo schieramento e consolidare il consenso raccolto fra gli italiani nel voto di domenica e lunedì.
24 marzo 2026