Dream team

Oggi è il giorno del giuramento di Mario Draghi e dei suoi ministri sulla Costituzione e nelle mani del Presidente della Repubblica. Da oggi il nuovo governo sarà nel pieno esercizio delle sue funzioni ed entro dieci giorni si presenterà alle Camere per ottenerne una fiducia che appare largamente scontata.

È una giornata nel complesso serena perché, accanto alla soddisfazione dei ministri e delle forze politiche che hanno dichiarato di sostenere il governo, è del tutto evidente che una stragrande maggioranza dell’opinione pubblica guarda con favore la soluzione raggiunta.

Eppure, fin dalla lettura di ieri della lista dei ministri da parte di Draghi, è difficile non notare una qualche soddisfazione in agrodolce. Come se, dopo le molte pene che questa legislatura ha regalato al Paese, molti si aspettassero di ascoltare l’annuncio di un dream team tale da sbaragliare ogni avversario.

Non ci sentiamo di condividere questa sensazione. Il governo Draghi (Mattarella) è una svolta che sarebbe stata difficile immaginare nel Parlamento scaturito dalle elezioni politiche del 2018. Il rischio che l’Italia ha corso è stato quello di finire drammaticamente ai margini dell’Europa e contemporaneamente di precipitare verso una crisi della finanza pubblica. Ovviamente il Paese non è uscito dalle sue obiettive condizioni di debolezza e di difficoltà, ma le premesse per un’evoluzione positiva ci sono tutte.

Questo del resto è il compito che il Capo dello Stato ha dato a Draghi e questo è stato l’inequivocabile senso delle scarne parole pronunciate dal presidente del Consiglio al momento di ricevere l’incarico: vincere la pandemia, completare la campagna vaccinale, offrire risposte ai problemi quotidiani dei cittadini, rilanciare il Paese avendo a disposizione le risorse che ci mette a disposizione l’Unione europea, con uno sguardo attento al futuro delle nuove generazioni e al rafforzamento della coesione sociale. Ciò va fatto - ha aggiunto Draghi - con grande rispetto del Parlamento e basandosi sul dialogo con le forze sociali.

Il nuovo governo risponde pienamente a questi obiettivi. Esso è sorretto da un ampio spettro di forze parlamentari. È, inoltre, vero che nessuna di esse può considerarsi sconfitta dopo gli impervi passaggi di queste settimane. Anzi, ciascuna di esse può considerarsi per almeno alcuni aspetti vincitrice. La maggioranza dei Cinquestelle determinatasi con la convergenza tra Grillo, Di Maio e Fico, è presente nel governo con lo stesso Di Maio, Patuanelli , D’Incà e Dadone; la maggioranza che sostiene Zingaretti nel Pd è presente con Orlando, Franceschini e Guerini; Renzi, Calenda e Bonino sono lieti di avere un governo guidato dalla personalità da essi auspicata da mesi; Forza Italia è tornata nel governo ed è al centro del gioco politico; la Lega inizia un cammino difficile per scrollarsi di dosso le accuse di antieuropeismo.

L’ onorevole Meloni appare abbastanza soddisfatta perché avrà il monopolio, anche mediatico, dell’opposizione, ma sarà costretta a una qualche cautela per non compromettere il ricostituirsi della alleanza con gli altri due tronconi del centrodestra.

Delle tre questioni al centro delle dichiarazioni di Mattarella e di Draghi, due, la sanità e il lavoro, sono emergenze che riguardano l’oggi. L’intelligenza della soluzione nella formazione del governo è di avere affidato l’una e l’altra a coppie di ministri che provengono dai due schieramenti di destra e di sinistra, costringendoli a una collaborazione che potrà essere fruttuosa.

Sul piano sanitario e vaccinale, il ministro della Salute, Roberto Speranza, è affiancato da Maria Stella Gelmini, di Forza Italia, al ministero degli Affari regionali e autonomie. Poiché le amministrazioni regionali sono in maggioranza in mano al centrodestra, ciò imporrà rapporti più agevoli fra centro e periferia.

Sul piano sociale, un terreno che desta grandi preoccupazioni per la prossima fine del blocco dei licenziamenti e per la possibile crisi di molte aziende medio-piccole, è stata creata un’analoga coppia di ministri. Orlando, del Pd, al Lavoro e Giorgetti, della Lega, allo Sviluppo economico dovranno individuare, insieme, la risposta alle tante crisi aziendali che già esistono e a quelle che si profilano all’orizzonte.

La terza grande questione, la migliore utilizzazione del Recovery Fund, riguarda invece il futuro del Paese. Qui Mario Draghi ha riservato a sé stesso e a una squadra di ministri che non fa capo ai partiti politici, ma risponde e collabora direttamente con lui, l’intero dossier: scuola, università, innovazione digitale, transizione ecologica, infrastrutture rispondono direttamente al premier, come anche, ovviamente, le Finanze e i rapporti con l’Europa.

Nei mesi scorsi, acquisita la straordinaria novità europea del Recovery, la grande preoccupazione del Commento Politico è stata che il governo non sprecasse l’occasione delle risorse europee e che la lotta fra i partiti investisse e condizionasse la qualità delle scelte. Per questo abbiamo molto insistito sulla necessità di sottrarre il Recovery Fund alla normale dialettica dei partiti e sull’opportunità che esso fosse affidato a mani in grado di costituire una garanzia per l’Europa e per il futuro dell’Italia. Questo è quello che è avvenuto con la creazione di una squadra, non condizionata politicamente, che fa capo al presidente del Consiglio. Ma c’è di più.

L’avvento di Mario Draghi consente di immaginare un disegno più ambizioso, che non si limiti a preservare la qualità del Recovery Fund ma punti a un forte rilancio complessivo della crescita italiana, che nelle previsioni della Commissione europea rimane ancora la più bassa di tutta l’eurozona. Per realizzare questo obiettivo si tratta di combinare l’impiego migliore delle risorse europee con la capacità di sollecitare l’afflusso verso gli investimenti del risparmio interno ed internazionale, in modo da fondare su una duplice spinta la ripresa dell’economia italiana.

Mario Draghi è nelle condizioni personali e politiche per trasformare il Recovery in un ben più ampio volano che attiri straordinarie risorse aggiuntive che da tempo aspettano di essere trasformate in investimenti.

Questo deve essere l’ambizioso traguardo del nuovo governo, cui va l’augurio di buon lavoro del Commento Politico.


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