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La destra e il Quirinale. A proposito di un’intervista a Dario Franceschini

  • 1 giorno fa
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Le gravi notizie sulla guerra in Medio Oriente hanno fatto passare in seconda linea le vicende politiche interne, sia il dibattito sul referendum per la separazione delle carriere dei magistrati, sia le questioni relative alla nuova legge elettorale presentata in tutta fretta dalla destra a metà della scorsa settimana. In particolare, è passata in silenzio un’interessante intervista a Dario Franceschini - qui allegata in calce - pubblicata lunedì 2 marzo dalla Repubblica e intitolata “Meloni vuole Colle e pieni poteri”.

Sono anch’io da tempo convinto che la conquista del Quirinale, non da parte di un esponente del centrodestra qualunque, bensì del leader di Fratelli d’Italia, sia il vero obiettivo del partito dell’on. Meloni, e che tutte le mosse in materia di riforme costituzionali, insieme alla nuova legge elettorale, siano state pensate e programmate con questo preciso scopo. Lo avevo sostenuto nell’intervento conclusivo della manifestazione di Officina Repubblicana il 24 gennaio scorso al cinema Farnese a Roma, e ne ho trovato riscontro nell’attenta analisi di Dario Franceschini. Vorrei qui aggiungere alcune ulteriori considerazioni che rafforzano questa interpretazione.

La mia riflessione parte dalla considerazione che la destra ha sempre avuto nella sua ideologia e nei suoi programmi la riforma in senso presidenziale della Costituzione. A conferma, ci sono le parole testuali dell’on. Meloni nel suo discorso della fiducia dell’ottobre 2022: “[Questa] è la ragione per la quale siamo fermamente convinti del fatto che l’Italia abbia bisogno di una riforma costituzionale in senso presidenziale che garantisca stabilità e restituisca centralità alla sovranità popolare. Una riforma che consenta all’Italia di passare da una “democrazia interloquente” ad una “democrazia decidente” ... Vogliamo confrontarci su questo con tutte le forze politiche presenti in Parlamento … Ma sia chiaro che non rinunceremo a riformare l’Italia di fronte ad opposizioni pregiudiziali. In quel caso, ci muoveremo secondo il mandato che ci è stato conferito su questo tema dagli italiani. Dare all’Italia un sistema istituzionale (la sottolineatura è mia) nel quale chi vince governa per cinque anni e alla fine viene giudicato dagli elettori per quello che è riuscito a fare”.

Erano parole assai impegnative. Ma allora, come mai di questo fermo e ambizioso programma, a un passo dalla fine della legislatura, non c’è nulla? Non può essere certo dovuto a una debolezza della maggioranza, perché anzi essa si è dimostrata capace di approvare rapidissimamente una riforma costituzionale della giustizia che cancella ben sette articoli della Carta fondamentale. Dunque deve esservi una spiegazione politica.

Come interpretare, infatti, il venir meno del solenne impegno della Meloni? Una défaillance della Presidente del Consiglio? Una crisi della sua maggioranza? Una strenue opposizione del centrosinistra? O semplicemente, già nel dire o subito dopo aver detto quelle parole così nette, si profilava una strada diversa, sicuramente più avventurosa, ma che avrebbe risolto radicalmente il problema senza nemmeno passare per il rischio del giudizio della Corte Costituzionale e l’esito di un eventuale referendum?

Quando, dopo pochi mesi, si è capito che il dossier riforma presidenziale veniva trasformato in quella ridicola idea dell’elezione del premier che suscitava le perplessità perfino del presidente del Senato La Russa e del senatore Marcello Pera, è apparso chiaro che la strada che si intendeva intraprendere era un’altra. E cioè che l’obiettivo non era riformare il sistema costituzionale, ma usare il sistema stesso per stravolgerlo fino in fondo: procedendo prima con il varo di una legge elettorale intesa a favorire in modo smaccato la destra e poi portando il capo del partito al vertice delle istituzioni, operando una torsione verso il presidenzialismo di fatto e cancellando la funzione di garanzia del Capo dello Stato prevista dai costituenti. Questa è la vergogna cui stiamo assistendo. La cosiddetta riforma costituzionale della giustizia è il primo passo del medesimo disegno: è stato scelto un tema che sulla carta aveva un sostegno larghissimo fra gli elettori per utilizzare la possibile vittoria sul referendum come traino per le successive elezioni. Mentre la modifica della legge elettorale è il modo in cui cercare di garantirsi una vittoria tale da poter procedere alla trasformazione degli attuali equilibri costituzionali. È un disegno sostanzialmente eversivo. L’opinione pubblica, anche l’opinione moderata che ha guardato con qualche simpatia all’apparente moderazione dell’on. Meloni, deve comprendere tutto questo e reagire. Il sondaggio pubblicato oggi dal Corriere della Sera, che indica per la prima volta una concreta possibilità di una consistente vittoria del NO, può significare che effettivamente l’opinione pubblica italiana comincia a comprendere il disegno della destra e ne prende le distanze.


Giorgio La Malfa

5 marzo 2026


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