top of page

Una crisi pericolosa e drammatica

  • 33 minuti fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Un’alleanza, politica o militare, non implica un uguale peso decisionale fra i partecipanti, né una piena coincidenza degli obiettivi che ciascuno di loro le assegna. Non comporta neppure un’identica valutazione degli esiti cui dà luogo: quello che per uno degli alleati può essere un risultato pienamente soddisfacente, per l’altro può essere solo un esito parzialmente positivo, se non addirittura negativo. Conviene partire da queste premesse per cercare di orientarsi per una prima valutazione di quello che è successo sabato scorso con l’attacco israelo-americano all’Iran e tutto quello che ne è seguito e ne può seguire.

Alcune cose sono chiare nell’alleanza fra Israele e Stati Uniti nella guerra all’Iran; altre meritano una riflessione approfondita e comunque bisognerà attendere lo svolgimento dei fatti per tirare le somme. La decisione di far partire l’attacco è stata  ovviamente degli Stati Uniti. Israele non avrebbe avuto da solo i mezzi per condurre un attacco di questa portata, né la forza di limitare i danni di una  prevedibile controffensiva dell’Iran. Probabilmente gli Stati Uniti avrebbero avuto la forza di agire da soli, ma certamente non la conoscenza che solo Israele poteva fornire del terreno e degli avversari. L’alleanza è stata quindi cruciale.

Ma sono identici gi obiettivi dei due Paesi? Difficile dire esattamente quali siano gli obiettivi americani. Essi non risultano affatto chiari, pure dopo avere ascoltato varie dichiarazioni di Trump, la conferenza stampa del ministro della guerra e infine le parole del Segretario di Stato, Rubio. L’obiettivo degli americani è l’abbattimento del regime degli ayatollah e la sua sostituzione con un regime con cui l’America può collaborare? Oppure è  semplicemente la eliminazione di una potenziale minaccia atomica verso gli Stati Uniti da parte dell’Iran? 

Non essendo chiara la risposta a questi interrogativi, diventa difficile capire da che cosa dipenda la continuazione o la fine della guerra. Il conflitto si fermerà solo con il crollo  del regime iraniano o potrà arrestarsi con l’apertura di una trattativa diplomatica con la nuova leadership iraniana che si è insediata o che si insidierà nei prossimi giorni? O sarà invece conclusa, come già avvenuto con la guerra dei 12 giorni, da una dichiarazione unilaterale  americana che l’azione bellica ha raggiunto i suoi risultati e possono quindi cessare le operazioni militari?

Molto diversa è la situazione per Israele. Domenica scorsa il premier Netanyahu ha dichiarato con assoluta chiarezza che egli perseguiva da quaranta anni l’obiettivo di una guerra totale all’Iran. Non ha aggiunto - ma era ed è evidente - che Israele non era e non è  in condizioni di fare la guerra da sola. In altre parole, l’obiettivo era spingere  gli Stati Uniti a farla. L’accenno ai quaranta anni indica che in passato nessun presidente americano, né repubblicano, né democratico, si era lasciato trascinare in questa avventura. L’abilità di Netanyahu è stata quella di indurre il Presidente che l’America ha commesso la follia di eleggere e di rieleggere, a imbarcarsi in un’avventura di cui non è neppure in grado di indicare con chiarezza gli scopi e i risultati auspicati.

L’obiettivo di Netanyahu è ovviamente il crollo del regime degli ayatollah e la nascita di un governo con cui Israele possa convivere. Tuttavia, Netanyahu può accontentarsi anche di molto meno di questo. L’indebolimento del regime è già un grosso aiuto per Israele, la riduzione degli arsenali dell’Iran anche. Ma il fattore più importante è il coinvolgimento degli Stati Uniti. È già un enorme risultato che la guerra la facciano gli Stati Uniti. In realtà Netanyahu ha già vinto, quali che siano gli sviluppi politici e militari della situazione.

È stata annichilita la leadership iraniana, è stata molto ridotta la sua forza militare, anche in prospettiva, e soprattutto è stata legittimata dagli americani  l’azione militare preventiva. Significa, per Israele, campo più libero in Libano, a Gaza in Cisgiordania.

Per Israele, Paese di fatto costantemente in guerra, i morti sono parte della vita quotidiana, non hanno riflessi elettorali evidenti. Resta da vedere se sia così anche per gli Stati Uniti e se veramente un Presidente che mentre sta parlando della grave crisi in atto si distrae e passa ad attribuirsi il merito della scelta del colore delle tende della nuova sala da ballo della Casa Bianca, sia in grado di reggere un conflitto che nella possibile escalation comporterà inevitabilmente la perdita di molte vite americane.

Infine l’Europa. Oggi sui giornali si legge della fragilità, dell’incertezza delle contraddizioni dell’Europa. Noi non siamo d’accordo. Che deve dire o fare oggi l’Europa, se non assistere all’avventura americana, sperando che non porti alla catastrofe mondiale o che si risolva in una drammatica umiliazione degli Stati Uniti, esito che, ugualmente, non sarebbe nel nostro interesse? L’Europa fa bene a non prendere apertamente le distanze dall’attacco americano, ma anche a far capire di non essere d’accordo con la violazione del diritto internazionale che è alla base delle vicende di questi giorni. Qualche singolo Paese europeo, come la Spagna, può, se lo ritiene, essere più esplicito, ma il riserbo e la prudenza delle istituzioni comunitarie sono espressione di saggezza e vanno apprezzate, non condannate.

Quanto all’Italia, non si può parlare né di prudenza, né di mediazione: semplicemente si registra il silenzio di un governo che non riesce più a orientarsi neppure nelle sue contraddizioni.


Giorgio La Malfa


3 marzo 2026

Commenti


bottom of page