Francia e Italia verso un orizzonte europeo condiviso

Lettera da Parigi


Riforme di grande portata sociale e istituzionale, lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo, contenimento dell’immigrazione, prevenzione e repressione delle violenze in genere, soprattutto a tutela delle donne e dei minori, piano di rilancio economico, gestione del dopo-emergenza sanitaria, tutela dell’ambiente, nuove tecnologie e proseguimento serrato dell’informatizzazione. Sembrerebbe una elencazione alla rinfusa delle principali priorità dell’agenda che il Governo Draghi ha di fronte a sé per i prossimi mesi (o meglio, anni) e sulla quale si gioca l’avvenire dell’Italia e la stessa sua collocazione nello scacchiere internazionale ed in seno all’UE.

Eppure, analizzata da una prospettiva transalpina, tale enumerazione di vecchie e nuove sfide si attaglia perfettamente alla lista delle principali tematiche che anche la Francia va cominciando a sistematizzare per collocarle all’ordine del giorno dell’azione dell’Esecutivo, del Legislativo e del Giudiziario; e che costituisce nel contempo l’essenza del programma di Governo del dopo-Covid e delle piattaforme elettorali che si confronteranno sino al maggio 2022.

Al di là delle ovvie distinzioni di fondo e di metodo, il punto principale che le accomuna rimane la prospettiva del condiviso traguardo europeo. Un orizzonte nel quale si stagliano, in positivo, gli innegabili avanzamenti compiuti a Bruxelles in materia di sostegno alle economie dei Paesi membri, con obiettivi prioritari come l’ambiente o le nuove tecnologie, e di coordinamento sanitario nel corso della pandemia. Permane, in negativo, l’affanno che ancora caratterizza i tentativi di piegare davvero l’euro-scetticismo e la diffidenza delle rispettive opinioni pubbliche verso la costruzione europea, le sue fondamenta ed il suo avvenire.

Prevale in Francia, malgrado tutto, una narrazione di segno prevalentemente critico nei confronti di Bruxelles, anche se siamo ben lontani dal dilagante sovranismo e dai toni iconoclastici usati nel quinquennio precedente, che l’operazione di “auto-banalizzazione” della Le Pen ha contribuito ad attenuare.

A partire dall’autunno prossimo, del resto, nulla sarà più come prima: a cominciare dalle elezioni in Germania, al successivo rinnovo del mandato presidenziale in Italia con le incognite che si aprono per la conclusione dell’attuale legislatura; sino alla sera del giorno X (presumibilmente nella prima quindicina del maggio 2022) in cui su tutti gli schermi apparirà progressivamente (e con invidiabile puntualità) il volto del nuovo inquilino dell’Eliseo, secondo una messa in scena grafica ormai divenuta una consolidata tradizione mediatica francese.

Parigi ha, nei giorni scorsi, cominciato a elaborare il suo “lutto” dell’intesa con Berlino, quale si era, sia pur con alterne vicende, sviluppata e consolidata fra la Cancelliera e quattro Presidenti francesi. Traspariva chiaramente dai volti dei protagonisti e dalle voci dei commentatori dell’ultimo Vertice bilaterale franco-tedesco, sotto forma di Consiglio dei Ministri congiunto, una commozione venata di preoccupazione e gravida di interrogativi. Anche se il proverbiale pragmatismo di entrambi i principali protagonisti e l’elencazione minuziosa dei tanti risultati raggiunti dal “couple franco-allemand” sembravano intesi a confermare la vitalità e le prospettive della collaborazione fra Parigi e Berlino, chiunque ne siano i futuri gestori.

Le ragioni di una consolidata entità quasi “binaria” alla guida del processo di integrazione europea rimangono tutte ben salde, da quelle storiche a quelle sociali e culturali, con un radicamento oramai profondo nelle menti e nell’animo dei popoli - dai semplici cittadini, fino agli imprenditori e ai politici - di qua e di là dal Reno.

Eppure, siamo lontani dai tempi in cui questo peculiare sodalizio veniva vissuto - e definito - dall’esterno come un “asse” esclusivo ed escludente di altri, come un direttorio a tratti esoso e mortificante di cui si tentava di aggirare la monolitica resilienza attraverso aggiramenti diversivi o limitandosi a denunciarne la protervia.

La Brexit, le complessità di armonizzare in quasi tutti i campi il patrimonio di valori e di principi dei Paesi fondatori con quello delle variegate propaggini (soprattutto orientali) via via aggiuntesi al progetto originario, la stessa evoluzione del quadro politico nello scacchiere internazionale ad Est, ad Ovest ed a Sud, hanno generato le prime grandi innovazioni negli equilibri interni dell’UE.

Certamente, in virtù di una quasi obbligata evoluzione naturale ed ineludibile, ma anche, per dirla “crocianamente”, con il concorso delle idee, e per merito della visione e dei progetti delle donne e degli uomini di Governo: se una di queste protagoniste va conchiudendo il suo lungo periplo europeo, prima ancora che tedesco, l’avvenire della costruzione europea riposa oggi sull’impegno e sulla determinazione di chi ha compreso (con quella capacità di anticipazione che rimane un tratto distintivo indispensabile dello statista) che il binomio franco-tedesco doveva senza indugi allargarsi e ricomprendere più inclusivamente (per semplificare al massimo) l’animo e le istanze mediterranee dell’Europa, “whatever it would take”…

Sono questo spirito e questa visione che animano Emmanuel Macron in questo scorcio del suo mandato e che - ritengo -costituiscano, insieme alla sua determinazione a trasformare profondamente la società francese, le motivazioni del suo impegno, nel definire il programma per l’ultimo anno di Governo e le linee-guida della sua possibile campagna presidenziale.

In Italia, il calendario delle riforme è in un certo senso più stringente di quanto lo sia qui, in quanto strettamente collegato alle tecnicalità e alle condizionalità stabilite dalla Commissione per il finanziamento del PNRR.

Per Macron, la posta in gioco non è tanto assicurarsi la regolarità e la tempistica del versamento della quota-parte dei fondi europei destinati alla Francia, peraltro assai meno rilevante di quella a noi riservata. La sfida è in un certo senso ancora più complessa, poiché si tratta di riuscire a contemperare, nell’arco di meno di dodici mesi, il completamento dell’uscita dall’emergenza sanitaria e la presentazione di un consuntivo quinquennale con un “plan de relance” economico-sociale che gode del gradimento maggioritario della pubblica opinione; mentre risulta lacunosa se non del tutto incompiuta - quanto meno agli occhi di tutte le opposizioni - l’ambiziosa panoplia di riforme di sistema annunciate nel programma del 2017.

Quasi ad anticipare l’attesa della pubblica opinione attorno a credibili affidamenti in materia di ordine pubblico, ormai divenuto un imperativo politico ed uno spazio di diuturno confronto tra maggioranza e opposizione, l’Eliseo, proprio alla vigilia della seconda tappa del “tour” presidenziale, ha proceduto ad alcuni annunci. Dopo un lungo incontro con i vertici del Consiglio Superiore della Magistratura, il Presidente ha in particolare indetto gli Stati Generali della Giustizia, un tavolo aperto alle molteplici tematiche del funzionamento della magistratura che dovrà tracciare uno o più percorsi di revisione e di riforma, a cominciare dal lamentato “lassismo” della giustizia penale sino a concrete misure finanziarie destinate a rafforzare uffici e tribunali in uomini e mezzi.

Il progetto è ambizioso e investe grandi questioni come l’Ambiente, la Scuola o la “Laicità”; in materia di sicurezza, vengono nel caso di specie ad integrare il parallelo processo intrapreso sotto l’egida del Ministero dell’Interno con la tavola di lavoro aperta alla Place Beauvau, sua sede storica.

Numerose ed immediate sono state le obiezioni al preteso carattere strumentale dell’iniziativa; la critica più frequente e forse la più fondata è oggettivamente la vastità del tema affrontato e l’esiguità dei tempi che ci separano dalla fine del quinquennio.

E la frase più frequente cui si fa ricorso per liquidare il velleitarismo strumentale del Presidente è la parafrasi della celebre citazione di Clemenceau: “Quando si vuole seppellire una decisione, si crea una commissione”.

Chi non si limita a liquidare sommariamente questa iniziativa, giudicandola irrealizzabile e quindi puramente demagogica, si avventura ad anticipare che essa costituisca una sorta di enunciazione preliminare, indicativa della piattaforma programmatica che Emmanuel Macron va predisponendo per la sua ricandidatura.

Con altrettanta attenzione si guarda alla sorte della “madre di tutte le riforme”, quella sistemica delle pensioni, ritirata dal Governo a fronte dell’incalzare della pandemia e delle manifestazioni di piazza. È difficile immaginare che nell’imminenza delle elezioni si possa “rispolverarla” nell’arco di pochi mesi. Ma non è neppure possibile espungerla sic et simpliciter dal tavolo delle priorità, pena una nuova ondata di polemiche di segno contrapposto; quelle degli oppositori ad oltranza, che la utilizzerebbero agevolmente per tacciare il Presidente Candidato di scarso ardimento e di incoerenza programmatica; e quelle di molti suoi potenziali elettori, in particolare i conservatori, consapevoli dell’urgenza di correttivi radicali - specie in un periodo di aumento del debito - al fallimentare e macchinoso dispositivo previdenziale in vigore.

È in questa cornice fibrillante che ha avuto inizio la seconda tappa del Tour presidenziale, destinata in origine ad approfondire tematiche come quelle della ripresa del settore turistico ed alberghiero, con una breve parentesi sportiva per il saluto del Presidente alla nazionale di calcio, nel suo ritiro di Clairefontaine.

Su tutto ha avuto poi il sopravvento l’episodio del “ceffone della Drome” attorno al quale continuano a concentrarsi i media, con oramai quasi insostenibile ripetitività, corredata da stucchevoli chiose e commentari. Neppure la sbrigativa conclusione del processo per direttissima dell’aggressore è valsa a sfumare l’abbaglio dei riflettori interamente centrati, anche stavolta, sulla personalità di Macron, sulla sua ancora notevole quota di popolarità (sorprendentemente cresciuta di vari punti nelle ultime settimane), cui fa però da contraltare una sorta di incondizionata e indomabile acrimonia, quasi un’epidermica insofferenza popolare: quella che aveva marcato l’odio per la persona del Presidente e le violenze sui simboli sacri della Repubblica, perpetrate dai Gilets Jaunes.

Ed è proprio a questi che si è richiamato il manesco Damien Tarel, non mostrandosi pentito del tutto del suo gesto ed anzi sciorinando davanti agli inquirenti e poi al tribunale di Valence un armentario di idee e convinzioni che un acuto commentatore ha definito una “bouillabaisse” ideologica, in altre parole un minestrone dominato da “tic” dell’estrema destra (con persino la lettura di Mein Kampf) ma venato inspiegabilmente di alcune abborracciate reminiscenze storiche di stampo insieme monarchico, negazionista, anarchico o persino… bolscevico. Ha forse ragione Macron a liquidare l’incidente come un fatto isolato ispirato ad un misto di violenza e di stupidità, deprecabile certo, ma non meritevole di essere considerato come indicativo di una diffusa movenza politica.

Resta nondimeno l’allarme suscitato dal gesto, quasi potesse essere prodromico di nuove intemperanze dei Gilet Gialli, a cominciare dalle manifestazioni della sinistra radicale, iniziate a Parigi dal fine settimana appena trascorso.


l’Abate Galiani

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