Fratture scomposte a destra

Il Commento Politico aveva scritto qualche settimana fa che la separazione avvenuta all’atto della formazione del governo Draghi fra le tre componenti della destra costituiva un fatto politico di cui si sarebbero misurate le conseguenze nel corso del tempo. Poteva sembrare al momento una divergenza tattica - e come tale, infatti, era stata presentata dai tre partiti - ma con il passare del tempo essa si sarebbe rivelata come una frattura insanabile.

Stando all’opposizione Fratelli d’Italia avrebbe potuto raccogliere consensi, ma evidentemente sarebbero stati consensi sottratti ai propri ex-alleati, soprattutto alla Lega. Avrebbe potuto addirittura sorpassare la Lega, come infatti potrebbe ancora avvenire, almeno secondo i sondaggi più recenti. Ma poteva tutto questo restare senza conseguenze?

Avevamo ricordato il precedente della rottura tra comunisti e socialisti all’atto della formazione del centro-sinistra all’inizio degli anni ‘60. Il PCI, rimasto all’opposizione, aveva potuto lucrare tutti i vantaggi connessi con la libertà di movimento di cui dispone un partito che non ha i vincoli di governo delle forze della maggioranza. Ma ovviamente, imboccata la strada del governo, il PSI rifiutò definitivamente la prospettiva di un esecutivo insieme con il PCI, limitando le proprie alleanze con questo partito alle amministrazioni regionali e locali.

Le vicende della destra italiana seguono lo stesso copione. Ieri è stato nominato il Consiglio di Amministrazione della RAI. I due partiti della destra che fanno parte della maggioranza di governo hanno lasciato fuori dal Consiglio della RAI i Fratelli d’Italia, fra gli strilli e le proteste di questi ultimi. Ma mentre per il Comitato di controllo sui Servizi segreti è previsto che la presidenza vada a un esponente delle opposizioni, le imprese pubbliche fanno capo all’esecutivo e dunque se i loro Consigli di Amministrazione sono oggetto di designazioni partitiche (il che non sarebbe in sé obbligatorio), è giusto che la spartizione avvenga fra i partiti della maggioranza.

La rottura a destra è inevitabile e sarà tanto più profonda quanto più a lungo durerà il governo Draghi. E questa è un’ulteriore ragione politica, accanto a quelle sostanziali di cui abbiamo scritto molte volte, per mantenere nel tempo questa coalizione. Per aiutare questa separazione, che è nell’interesse della collocazione internazionale di un Paese che non può passare come se niente fosse da un’alleanza con la presidente Von der Leyen e le forze che la sostengono, a una alleanza con Marine Le Pen, Viktor Orban e così via, sarebbe utile favorire la divaricazione in atto delle forze della destra. Forse converrebbe sollecitare l’evoluzione “europea” della Lega prospettando la possibilità di un'alleanza più durevole nel caso in cui Salvini scegliesse finalmente fra Le Pen e Giorgetti e fra Putin e Biden.

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