Germania al voto

C’è chi sta prevedendo per il partito democristiano tedesco “Unione Democratica Cristiana” (CDU) un destino analogo a quello toccato alla DC italiana, negli anni novanta del secolo scorso. Nel saggio “Crollo di un Potere” (“Machtverfall”), il giornalista Robin Alexander ha analizzato, attraverso una miriade di episodi e di istantanee narrative degli ultimi anni, il lento ma costante declino del partito di Angela Merkel, della sua perdita di contatto diretto e di comunicazione efficace con il tradizionale elettorato democristiano. Secondo questa lettura, la cancelliera, prima donna giunta alla testa di un governo tedesco, nel lunghissimo lasso dei sedici anni trascorsi ai vertici della politica federale avrebbe saputo garantire la permanenza al potere del proprio partito, ma a costo di svuotarne l’identità. Ora, in vista delle elezioni parlamentari del 26 settembre in cui Angela Merkel non si ricandida (anche questo caso unico nella storia politica tedesca postbellica), la CDU cerca disperatamente di enfatizzare presso l’elettorato i propri tratti distintivi e le proprie qualità.

Ancora una volta l’osservatore resta sbalordito per la rapidità dei cambiamenti degli umori pubblici, persino in quella Germania che si vorrebbe tanto solida e costante nelle sue predilezioni politiche. Fino a poche settimane fa l’Unione democristiana sembrava avviata sulla strada della vittoria elettorale, con un candidato di compromesso come è Armin Laschet, governatore del grande Land Nordrhein-Westfalen. Laschet, certo, non è un tipo carismatico, ma aveva saputo presentarsi come continuatore della linea Merkel (con qualche appena accennato spostamento di profilo), convinto europeista, sensibile alla politica della sostenibilità, al contempo con un occhio di riguardo per le esigenze delle industrie tradizionali presenti massicciamente nel suo “Land” che include la grande zona della Ruhr.

Fino a non molto tempo fa, un’innovativa coalizione di governo dopo il 26 settembre tra Unione democristiana e partito dei Verdi sembrava una previsione fin troppo facile. I Verdi, per la prima volta nella propria storia, avevano lanciato un candidato cancelliere, Annalena Baerbock, una verde moderata come è, nel Baden-Württemberg, Wilfried Kretschmann, detto “padre del Land”, che a Stoccarda governa da anni e con grande successo tenendo insieme le propensioni (verdi) per la protezione dell’ambiente con le esigenze (democristiane) di una regione economicamente dipendente dall’industria automobilistica. Baerbock sembrava capace di seguire questa linea a livello nazionale avendo saputo superare, insieme al co-leader del suo partito, il filosofo Robert Habeck, i tradizionali abissi che avevano lacerato il partito tra “realisti” e “fondamentalisti”.

Ma improvvisamente tutto è cambiato: Laschet, che durante la catastrofe delle alluvioni nell’occidente della Germania, non ha fatto una figura da grande statista, è stato identificato come il principale responsabile del declino del suo partito. Indagini demoscopiche confermano che la “base” della CDU avrebbe preferito come candidato cancelliere una figura più esposta, meno posizionata nell’area del compromesso al centro, come per esempio il più conservatore Friedrich März. Annalena Baerbock, a sua volta, si è dovuta difendere contro accuse di plagio relativamente ad un suo recente libro programmatico (il plagio è un’accusa molto grave in Germania), e lo ha fatto in maniera maldestra e per di più senza avere l’incondizionato sostegno del proprio partito.

Nel frattempo la socialdemocrazia, tante volte dichiarata defunta, sta vivendo una rinascita con il suo candidato cancelliere Olaf Scholz, ministro delle finanze dell’attuale governo Merkel, già sindaco della città-stato di Amburgo, ma nel 2019 deluso nel tentativo di farsi eleggere leader dei socialdemocratici, perché considerato troppo “bürgerlich”, troppo moderato, non abbastanza di sinistra. A questo punto Scholz appare la copia di Merkel: non amato dal proprio partito, ma in grado di attirare elettori anche da altre aree politiche ed elettorali. Vista l’ascesa di Scholz, abilmente presentato appunto come una specie di Merkel al maschile, la SPD per il momento non lo attacca e fa pace con un candidato che potrebbe condurlo alla vittoria elettorale.

Intanto la CDU sta cercando di riguadagnare il terreno perduto nelle simpatie dell’elettorato, non solo presentando una possibile squadra di governo composta da personalità nuove e con una adeguata “quota rosa”, ma anche puntando su un aspetto della strategia di Scholz volutamente mai chiarito: sarebbe la socialdemocrazia tedesca disposta a formare una coalizione di governo con la sinistra della “Linke”? Una tale (probabile) coalizione di governo federale rosso-verde-rosso sarebbe qualcosa di radicalmente nuovo a livello nazionale in Germania: Socialdemocratici, Verdi e la Linke capeggiati proprio da un cancelliere, Scholz, in cuor suo molto più anseatico-liberale che socialista, ma disposto a farsi motore di grandi trasformazioni anticapitalistiche attese, contrariamente alla loro fama, sembra, da molti tedeschi.


Christiane Liermann Traniello


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