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Grandi manovre a destra

  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

 

Abbiamo letto sui giornali che nel vertice fra la presidente del Consiglio e i suoi due vice si sarebbe parlato dell’ipotesi di una anticipazione delle elezioni politiche rispetto alla loro naturale scadenza del 2027. Questi discorsi indicano il panico in cui la destra è stata gettata dalla sconfitta referendaria, ma rivelano anche una conoscenza molto approssimativa dei nostri meccanismi costituzionali. 

Cominciamo da questo secondo punto. La domanda è: come pensa la destra di ottenere lo scioglimento anticipato delle Camere, qualora sia questa l’opzione prescelta? La Costituzione italiana considera lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate come l’esito di una impossibilità di individuare un governo che goda della fiducia delle Camere. Nel momento in cui la presidente del Consiglio salisse al Quirinale per dimettersi, è molto probabile che il Presidente della Repubblica le chiederebbe di portare la crisi in Parlamento per accertare se il governo goda o meno della fiducia. Se i partiti dell’attuale coalizione votassero la fiducia, non vi sarebbe la crisi; se uno o più di essi votasse invece la sfiducia, il governo cadrebbe, forse il Presidente potrebbe affidare un incarico per esplorare altre possibilità di maggioranza e, in caso ciò risultasse impossibile, si potrebbe arrivare allo scioglimento delle Camere. Ma come potrebbero presentarsi insieme alle elezioni, dei partiti che si fossero divisi sul voto di fiducia al governo? Sarebbe un imbroglio talmente evidente da compromettere la loro campagna elettorale, ancor più di quanto sia già compromessa in questo momento per l’esito del referendum e per tutto il resto.

D'altronde, dopo avere detto e ripetuto per settimane che il risultato del referendum non avrebbe comportato le dimissioni del governo, lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate avrebbero un effetto catastrofico per la destra e segnerebbero una vittoria per il centrosinistra. In questo senso le elezioni sarebbero auspicabili, perché anticiperebbero il ritorno dell’on. Meloni all’opposizione. Ma questo non avverrà. La sconfitta della destra ci sarà, ma è rimandata al momento delle elezioni ordinarie.

In sostanza, non esiste per una coalizione che voglia presentarsi unita nelle successive elezioni la via dello scioglimento anticipato. Il governo dovrà andare avanti, bon gré mal gré. Pensiamo, peraltro, che la paura di perdere spingerà la destra a rinunziare a questi fieri propositi e a sperare, invano, in un colpo di fortuna che restituisca loro la speranza di vincere. Non sarà così perché, come si vede già da questi primi giorni, il cammino del governo nei prossimi mesi sarà irto di difficoltà: i partiti della coalizione si sentiranno nella necessità di accentuare in vista delle elezioni il proprio profilo programmatico, non di rado in conflitto con quello degli altri – si pensi ad esempio all’autonomia cara alla Lega che Forza Italia e Fratelli d’Italia vedono come il fumo negli occhi. Insomma, per la Meloni ogni giorno segnerà una perdita di consensi, fino all’esito conclusivo che sarà, anche in questa secondi ipotesi, la sconfitta elettorale. La differenza è che una sconfitta dopo un anno di agonia danneggerebbe in maniera forse irreversibile la figura della premier. Per questo si capisce che la presidente del Consiglio preferirebbe una sconfitta immediata, piuttosto che una lenta agonia.

C’è una terza ipotesi che comincerà a farsi strada fin da subito: scaricare sulla Meloni la responsabilità della disfatta referendaria e chiedersi se per la coalizione non sarebbe possibile ottenere un risultato migliore con un diverso presidente del Consiglio È ovvio che la guida del governo dovrebbe restare ai Fratelli d’Italia, per il maggior peso elettorale e parlamentare di cui dispongono: si tratterebbe di individuare un altro esponente dello stesso partito. Qualche tempo prima del referendum noi avevamo scritto che uno degli attuali ministri aveva preso posizioni di politica estera relativamente diverse da quelle dell’on. Meloni, aveva espresso un netto giudizio sull’illegalità della guerra all’Iran ed aveva tenuto correttamente informati i leader delle opposizioni dell’evolversi della situazione in Medio Oriente, e che questo lo rendeva un possibile presidente del Consiglio alternativo a Meloni, qualora la posizione della premier fosse divenuta insostenibile. Oggi, quel ministro, che è l'on Crosetto, ha rilasciato un’intervista a un quotidiano romano che, contrariamente alla posizione attribuita ai vertici della coalizione, esclude le elezioni anticipate. L'intervista si chiude con un appello di Crosetto a favore dell’on. Meloni. Lasciamo ai lettori le conclusioni.


30 marzo 2026

 

1 commento


e.martelloni
4 giorni fa

L'alternativa alla Meloni, sarà una cosa naturale.A mio giudizio, In democrazia la precarietà è obbligo. Spadolini affermava che bisogna avere sempre le valige pronte.

Il problema è che il " Campo largo" è una jattura ancora peggiore.

Conte è un filo moscovita, un uomo che dovrebbe rendere conto di alto tradimento della Patria.

Una sinistra che non si è presentata a Kyiv ha limiti. Avere un governo filo palestinese, filo Iran, con frange sguaiate e dogmatiche, non darà all'Italia positive condizioni democratiche, né economiche.

Crossetto da galantuomo sosterrà la Meloni, che almeno è andata a Kyiv sebbene amica di Trump.

l'Europa, però, non può aspettare.

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