I tempi della ricostruzione

Mentre tutta l’Italia, dribblato il tema della Superlega calcistica, si attarda a dividersi tra i numeri 22 e 23 relativi all’orario di riapertura dei ristoranti, gli osservatori internazionali sembrano più attenti ad altri numeri, 22 e 26: quelli, cioè, relativi al periodo 2022 - 2026, entro il quale il Paese dovrà dimostrare di essere in grado di riprendere la via di una crescita stabile e duratura.

Due autorevoli organi di stampa come il New York Times e l’Economist hanno di recente analizzato la situazione italiana con accenti diversi ma che tutto sommato devono essere letti in modo complementare: il NYT ha preferito sottolineare positivamente la formazione del governo Draghi considerando il suo avvento come un sicuro segno di rinascita; l’Economist, titolando il suo servizio “L’illusione Draghi”, ha preferito ricordare come nessuno, nemmeno Mario Draghi, è in possesso di una bacchetta magica.

I due reports tracciano due linee che si incontrano in un punto, in parte interrogativo: Mario Draghi è una risorsa indiscutibile ed un uomo che riscuote la fiducia in tutti gli ambienti: ma per quanto tempo guiderà il Paese?

A nessuno sfugge infatti che le lacune della classe politica italiana, le stesse che hanno portato alla nascita dell’attuale governo, sono lungi dall’essere colmate.

Nel centro-destra come nell’altro campo.

Matteo Salvini è entrato in una maggioranza di profilo euro-atlantico, ma i cappellini col nome di Trump e le foto con Orban non sono cimeli riposti in soffitta.

Sull’altro versante, la perseveranza con cui il Pd attende un segnale chiaro da parte di Giuseppe Conte in ordine alla ineludibile rifondazione dei Cinquestelle appare simile a quella dei personaggi della famosa piece di Samuel Beckett.

Dunque rimettere in carreggiata l’Italia è sfida ardua e dai tempi non brevi per la quale le due potenziali coalizioni di destra e di centro-sinistra non sono (per lo meno per ora) attrezzate.

Occorre puntare su massicci investimenti, ma per farlo è necessario ridare linfa ai soggetti, per lo più pubblici, che fin qui ne hanno sempre rallentato, come oggi si dice, “la messa a terra”. Riformare il titolo V, velocizzare i processi civili, rendere la pubblica amministrazione efficiente e moderna, introdurre una riforma fiscale che riduca l’evasione con ciò alleggerendo l’onere che grava sui contribuenti onesti, rivedere il codice degli appalti, operare la più generale transizione verso un modello produttivo al passo con le nuove tecnologie ed insieme ecosostenibile, non sono traguardi irraggiungibili ma pretendono di essere perseguiti da un governo autorevole e con molti anni a disposizione.

Anche perché le pur corpose risorse che l’Europa ha deciso di metterci a disposizione sono del tutto insufficienti per svegliare l’Italia dal suo torpore e ad esse devono potersi aggiungere quelle provenienti dal risparmio privato interno ed internazionale. Questo risparmio non si trasformerà in investimenti nel nostro Paese se non in presenza di un quadro politico nel quale avere fiducia.

Nei prossimi giorni il governo presenterà il Piano italiano per il Recovery su cui pesano, ci sembra a una prima lettura, i ritardi e i veri e propri errori di impostazione commessi dal governo Conte. Mentre il progetto richiede di essere migliorato, il dibattito politico interno sembra andare in tutt’altra direzione e rivendicare solo il fatto che l’utilizzazione delle risorse europee non debba penalizzare questo o quel territorio o questo o quel partito.

Noi non abbiamo dubbi sul fatto che il Piano italiano, dopo i successivi aggiustamenti che interverranno in seguito al negoziato con Bruxelles previsto nei mesi di maggio e di giugno, venga approvato.

Pensiamo, tuttavia, che il punto cruciale sia un altro. A giugno Biden verrà in Europa prima per incontrare i membri del G7 in Gran Bretagna e poi i partners europei insieme alla Presidente Von der Leyen. È prevedibile pensare che i nostri alleati americani ed europei vogliano capire cosa accadrà in Italia. Ci diranno, come il NYT, che di Draghi si fidano e, come l’Economist, che non si fidano di un Paese che non dia a Draghi il tempo necessario a rendere permanente questa fiducia.

È bene che le forze politiche italiane sollevino il capo dalla loro campagna elettorale permanente e si rendano conto che gli interessi del Paese non si tutelano continuando a coltivare una hybris che non corrisponde alla realtà.


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