Il collo di bottiglia di Biden

Lettera da Washington


Il presidente Biden ha gli occhi dell’America puntati su di sé. Il Paese si aspetta che sani lo schiaffo della debacle afghana; risolva la croce dell’immigrazione dopo le sprezzanti crudeltà del suo predecessore (ma senza spalancare le porte a torme di futuri schiavi sotto un altro nome, che affluiscono attirati dal miraggio di lavori anche sottocosto); debelli la pandemia, senza scalfire le libertà dei cittadini e nello stesso tempo affrontando la protesta degli anti-vax e degli apprendisti stregoni con le loro medicine per cavalli. Tutto questo mentre è impegnato a far avanzare il suo gigantesco “piano Marshall” per l’America che dovrebbe condurre il Paese verso una nuova era di espansione e prosperità. Grazie, fra l’altro, al rinnovo delle infrastrutture (che veramente ne hanno bisogno).

Il quesito non è se ne sarà capace, ma se ne avrà l’occasione. Guardando ciò che sta accadendo in Congresso, è lecito avere dubbi. Si combatte in questi giorni una cruciale battaglia e la settimana parlamentare che si sta per aprire sarà decisiva. Il governo di Biden ha elaborato delle strategie e calcolato i preventivi. Ma mentre si parla di finanziare i grandi programmi, l’amministrazione federale sta esaurendo la sua capacità di spesa ordinaria: a fatica, sta passando una autorizzazione di bilancio che permetterà all’amministrazione di funzionare per un paio di mesi, ma il Senato si è rifiutato di andare oltre. In più c’è il “piano Biden” per l’economia, che sia pure spalmato su dieci anni, si misura in trilioni di dollari e impressiona anche gli americani, che pure si trovano nella meravigliosa situazione di poter emettere debito a cuore relativamente leggero, data la posizione del dollaro come moneta di riferimento mondiale.

I programmi tratteggiati dalla squadra di Biden godono della fiducia di una buona maggioranza dei cittadini americani, i quali sperano in una rapida espansione dopo la stagnazione dovuta alla pandemia, ma devono ancora strappare l’approvazione del Congresso. Una parte del programma, sulla quale vi sono meno controversie, è un ordinario piano infrastrutturale (strade, ponti, etc.) e imprese (lavori pubblici, dotazioni, etc.). L’altra parte, quella dei 3,5 trilioni, comprende invece misure di forte impatto innovativo, con incentivi di stampo progressista per interventi sociali - reclamati a gran voce dalla frangia di sinistra del partito - finanziati da una fiscalità più severa nei riguardi dei redditi di capitale. Questi ultimi capitoli dividono oggi lo stesso partito Democratico e determineranno probabilmente il successo o l’insuccesso dell’era di Biden. Perché per il presidente passare alla realizzazione del suo programma, oltre a rilanciare gli Usa, significherebbe dare al suo partito una carta vincente da giocare già l’anno prossimo nelle “mid term” e poi fra tre anni nelle presidenziali. Un Biden che ha vinto la sua battaglia in Parlamento e che lancia il Paese verso l’espansione della spesa pubblica, fiducioso che la ricchezza prodotta sarà sufficiente non solo per ripagare il debito ma anche per accumulare guadagni, potrebbe essere un boccone troppo grosso da addentare perfino per Trump e i suoi accoliti. Non sorprende che i Repubblicani siano sostanzialmente compatti a votare contro e a usare tutti gli strumenti del Congresso, e specialmente del Senato, per fare barriera non solo contro questi progetti, ma contro qualunque cosa Biden proponga. È una tattica che ha funzionato tragicamente bene contro Obama, che ha di fatto governato pienamente solo per i primi due anni, su otto, del suo mandato. Dopo di lui, ha vinto Trump: è evidente che il Grand Old Party (GOP) muoia dalla voglia di ripetere l’esperienza.

E ne ha la possibilità. Trump, per una volta, si è tenuto saggiamente in disparte, senza sprecare munizioni. Nello spazio di tre mesi, Biden ha perso 13 punti percentuali nell’indice di gradimento della Gallup, ed attualmente è a quota 43% favorevoli contro 53% scontenti. I Democratici hanno abbandonato il loro leader? In realtà no; i consensi bruciati sono quelli degli “indipendenti”. Ma non bastano i fedelissimi del partito, né alla destra, né alla sinistra dello spettro politico, per eleggere un Presidente. Sono il cemento, ma per costruire occorrono i mattoni, e questi sono i voti degli indipendenti. Qualche mese fa oltre il 60% di loro sosteneva Biden, ma ora solo il 37% continua a credere in lui: per pensare alla rielezione (o passare il testimone a un compagno di partito) Biden non può fare a meno del loro voto. Gli “indipendenti” storicamente ammontano a un buon 40% degli elettori dei Democratici. Saranno loro a muovere l’ago della bilancia in modo decisivo. Quindi il salasso è significativo e, se non verrà tamponato in tempo, forse anche decisivo.

Questo spiega perché non ci si possa attendere un comportamento “patriottico” dal GOP. È importante che Biden esca da questa settimana parlamentare con successo, per rompere il senso di fatalità che sta cominciando ad aleggiargli intorno e che trapela dalle “columns” degli analisti politici della capitale.

Il Presidente dispone oggi di due “atout”: anzitutto il favore evidente dell’opinione pubblica per il suo programma, gente comune che spera nel rilancio della immensa capacità di fare e costruire dell’America, per trovarvi le opportunità di lavoro e di espansione che segnalerebbero l’inizio di una nuova ondata di ottimismo nella società.

E l’altro ‘asso nella manica’ è la capacità di Nancy Pelosi, alla guida della Camera dei Rappresentanti, di produrre le maggioranze richieste - non risulta, secondo la stampa, che abbia mai perso un voto; purtroppo non risulta nemmeno che faccia miracoli. La maggioranza Democratica alla Camera sulla carta esiste, ma non è compatta: frazionata a sinistra, compressa a destra. Anche se i voti negli USA seguono ordinariamente le linee di partito, necessità politiche locali forniscono eccezioni, e uno Speaker deve ricorrere spesso al proverbiale “pugno d’acciaio nel guanto di velluto”. Descrizione che si addice alla Speaker Pelosi, cui spetta di portare al voto un provvedimento nato dalla pressione dell’ala progressista dei Democratici, ma che deve sopravvivere al vaglio del Senato, di stampo più conservatore. Qui, oltre all’ostilità dei Repubblicani incombe un rischio interno all’area dei Democratici, una spina nel fianco rappresentata da Joe Manchin, un Senatore Democratico della West Virginia, che è terra tumpiana. Il suo, è l’indispensabile cinquantesimo voto Democratico in Senato, necessario per ricorrere al voto del Vice Presidente e rompere la parità a favore del Governo. E Joe Manchin, che è il solo parlamentare Democratico eletto nel suo Stato, si è intestardito a opporsi ai provvedimenti del piano Biden. Oggi, ha nelle sue mani il potere di affondare il mandato del Presidente - e probabilmente anche la consacrazione di altri quattro anni di un Trump che sarebbe a quel punto incontenibile.


Franklin

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