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Il discorso di Biden; la lettera di Conte

Con una lunga lettera a Repubblica il presidente del Consiglio risponde oggi ad un’inchiesta pubblicata ieri sullo stesso giornale e intitolata “Il naufragio. Perché la seconda ondata della pandemia Covid ha travolto l’Italia”.

Con la sua lettera, il presidente Conte cerca di replicare puntigliosamente alle accuse mosse al governo di aver abdicato ai propri doveri sprecando il tempo concesso dalla pausa estiva dell’epidemia.

Lasciamo all’opinione pubblica la valutazione se il premier sia riuscito o meno nell’intento. Ma ci preme rilevare una questione diversa che consideriamo cruciale. Noi crediamo che sia compito della stampa di un Paese democratico sottolineare le insufficienze e le lacune dell’azione di governo. Allo stesso tempo è ovvio che il governo motivi e cerchi di giustificare il proprio operato.

C’è tuttavia un territorio che – se ne occupino o meno i media - un governo non può cessare di presidiare: la visione del futuro che ci attende quando la crisi – anche una crisi terribile come quella in corso - sarà finita e il modo di rendere, se possibile, più vicino quel futuro.

Abbiamo tutti negli occhi le immagini del discorso pronunciato da Biden. Come scrive Federico Rampini, Covid e Recessione ne occupano il 90 per cento e per il 90 per cento consumeranno il capitale politico del neoeletto presidente americano. Non usciamo dalla crisi se non sconfiggiamo la pandemia. Ma non ci può essere un prima e un dopo. Così ha detto Biden.

Tra la situazione di Conte e quella di Biden c’è però una differenza di fondo. Il neoeletto Presidente Usa vorrebbe poter cominciare da subito ad indicare ai propri concittadini i tempi e i modi con cui pensa di risollevare il proprio Paese ed agire di conseguenza. Ma non lo può fare. Non solo perché ha davanti il tradizionale periodo di transizione previsto dalla Costituzione americana tra la elezione di un Presidente e la sua effettiva entrata in carica in gennaio. Ma perché ha davanti l’ostacolo formidabile del Presidente uscente, barricato alla Casa Bianca e intenzionato a contestare con ogni mezzo legale il risultato delle elezioni e di conseguenza ad inficiare ogni tentativo di Biden di far partire le politiche che ha in animo di realizzare.

Cosa impedisce, invece, al presidente Conte di guardare avanti e così facendo di consentire a tutto il Paese di farlo con lui? Gli Stati generali del Movimento Cinquestelle che si concluderanno entro il mese? Ma sarebbe questa una giustificazione valida di fronte alle incertezze e alle paure crescenti di un Paese alle prese con una crisi difficilissima?

Alla fine del 1943 Roosevelt, Churchill e Stalin si incontrarono a Teheran. La guerra era lungi dall’essere conclusa, sia in Europa che nel Pacifico. Eppure fu in quella occasione che si misero le basi per la ripartenza del mondo dopo la vittoria sul nazifascismo. Che l’epidemia stia provocando uno sconvolgimento simile a una guerra, ormai viene detto da molti. Alle classi dirigenti si chiede, in situazioni di crisi epocali, di gestire il presente, ma anche di saper indicare un futuro. Una visione del futuro da programmare oggi, sia perché nulla si improvvisa e sia perché la prospettiva di un domani migliore è il vero antidoto per le persone costrette a vivere di incertezze, restrizioni e depressione.

Fin qui il governo si è limitato ad indebitare il Paese utilizzando l’allentamento dei criteri di Maastricht. Era necessario ed è stato fatto. Il Next Generation Eu sarà disponibile solo dal prossimo anno e sarà anch’esso in parte nuovo debito, pur se concesso a condizioni favorevoli. Qual è il futuro possibile? Perché il governo non ne parla più e non dice al Paese quali sono i suoi intenti?

Non vorremmo dover concludere che questo silenzio derivi da assenza di progetti, procedure, strumenti. È indispensabile che esecutivo e maggioranza assumano con urgenza un’iniziativa politica che cancelli questa preoccupazione. In caso contrario il governo perderebbe non il 90 ma il 100 per cento del proprio capitale politico. E il Paese andrebbe incontro ad un inevitabile default con la crisi irreversibile dalla finanza pubblica.

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