Il Pub e Westminster

Lettera da Londra


A parte la Corona, inarrivabile nella sua unicità, Il Pub ed il Parlamento di Westminster sono due delle istituzioni su cui maggiormente poggia l’essenza della “Britishness”. La loro funzione, al tempo stesso sacra e profana, è insostituibile nella auto-consapevolezza del Paese. Gli avvenimenti degli ultimi giorni ne sono una prova degna di nota.

Nonostante il crescente timore di una terza ondata legata alla temibile variante “indiana” (che in mancanza di misure “forti” potrebbe diventare la mutazione dominante entro l’inizio di luglio), la ripresa delle attività produttive è in atto. La piena riapertura dei pub inglesi, il 17 maggio (dopo la loro parziale agibilità all’aperto a fine aprile), è stato il vero crinale dell’economia inglese in questa prima metà del 2021. E questo non solo per il contributo materiale che sta dando alla domanda aggregata, con uno shock positivo ed un’improvvisa iniezione di liquidità quasi-keynesiana. Ma anche per l’effetto ricostituente sulle aspettative, sulla psiche britannica, sulla sua fiducia nel futuro e nel mantenimento della propria “way of life”. Un pallido equivalente italiano potrebbe essere la pizzeria, oppure l’“apericena”, ma senza la stessa carica esistenziale e istituzionale - anche perché nel pub generalmente si sta in piedi col bicchiere in mano “in a dignified posture” (almeno inizialmente, prima della seconda pinta di birra).

Il pub è in fondo il vero centro della vita sociale del Paese, fulcro della nobile arte del conversare lietamente e senza impegno, in cui gli inglesi eccellono. Inoltre coinvolge trasversalmente tutte le classi sociali britanniche - e tutti i sessi. Riaprire i pubs significa che il Paese “is bouncing back ”, che ritrova il proprio assetto naturale e riparte alla conquista di nuove mete.

Ciò non sembri banale o provocatorio. Pochi giorni fa la testimonianza dell’ex consigliere e “demiurgo” del Primo Ministro, Dominic Cummigs, di fronte al Select Committee sulla pandemia del Parlamento di Londra, tra le varie rivelazioni ha evidenziato proprio questo punto. Nelle settimane cruciali di febbraio e marzo 2020, il Paese ha registrato il più alto numero di casi e di decessi poiché il governo ha oscillato paurosamente tra le varie opzioni senza riuscire ad avere una strategia coerente, ma ha prevalso la “hybris” di Johnson e di Whitehall (sede degli alti funzionari dello Stato). In un momento particolarmente rivelatore, il governo dopo lunga discussione decise, secondo Cummmings, contro il lockdown perché “chiudere i pubs sarebbe equivalso ad una ammissione di resa e ad un’inaccettabile limitazione dei diritti individuali. Il popolo britannico non poteva essere constrained fino a questo punto”. Limite invalicabile.

Del resto il Primo Ministro ed i suoi consiglieri in quelle settimane pensavano che l’epidemia dovesse essere lasciata correre per raggiungere velocemente l’immunità di gregge e uscire dalla crisi sanitaria più velocemente degli altri Paesi, sopportando “britannicamente” le pesanti e inevitabili perdite. E Boris Johnson, BoJo, se ne andò a sciare per due settimane. Un atteggiamento che ricorda la leggerezza di Churchill, e la disfatta delle sue truppe a Gallipoli, in Turchia, poco più di un secolo fa, che produsse 40mila morti inglesi (più altrettanti alleati).

Poi - a metà aprile 2020 - ben 10 settimane dopo l’allarme mondiale del WHO, di fronte all’imminente collasso del sistema sanitario, (e all’ospedalizzazione intensiva di Johnson e Cummings stessi) fu infine deciso che questa strategia produceva risultati devastanti e che era meglio seguire politiche molto restrittive. Fu invertita decisamente la rotta, con drastici lockdowns. I vaccini hanno fatto il resto.

Ma la testimonianza pubblica per sette ore filate di Cummings, che è stato di fatto il vero Primo Ministro britannico fino al suo siluramento pochi mesi fa, induce anche ad altre riflessioni, più positive. Innanzitutto Cummings si è assunto la piena responsabilità personale (anche se non da solo) degli errori fatti e della iniziale sottovalutazione della pandemia, con una spietata e lucida autocritica. Un esempio di grande maturità e rispetto per il Parlamento.

Secondo, Westminster sta assolvendo il suo ruolo di controllore del potere in modo serio e consapevole. Il dibattito in Commissione è stato un esempio di sobrietà, concretezza, capacità valutativa e rispetto dell’avversario. Nessuna strumentalizzazione è stata fatta delle affermazioni di Cummings da parte dell’opposizione. È prevalso il comune interesse a capire il perché del disastro iniziale, la sua dinamica e le decisioni alla base. Un rituale consolidato, un confronto civile ma penetrante tra professionisti della funzione pubblica. Un esempio di democrazia operante, istruttivo per i parlamenti di molti altri Paesi.

Vedremo nelle prossime settimane se, di fronte alla “variante indiana”, chi ha le leve del governo manterrà una linea responsabile e lungimirante. Questo attiene alla qualità dei singoli e dei gruppi politici e non dell’Istituzione – che anche questa volta sta svolgendo degnamente il suo ruolo, con efficacia ma anche con una rituale sacralità in cui tutti si riconoscono.


Samuel Pepys Jr.


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