Il ritorno di Sarah Palin, la nostalgia di Obama

Lettera da Washington


In America, chi non ricorda Sarah Palin, ex Governatore dell’Alaska, scelta a sorpresa da John McCain, candidato Repubblicano alle presidenziali del 2008, come suo futuro Vice Presidente?

Palin apparve subito al pubblico americano come un personaggio uscito dai fumetti degli anni ’60 (qualcuno ricorda ancora Lil’ Abner e il mitico villaggio di Dogpatch?), giovane, vigorosamente ineducata, piena di vitalità e di grinta - un perfetto bilanciamento alla figura di McCain, il meglio dell’America tradizionale, eroe di guerra, avanti negli anni e circondato dal rispetto di tutti ma non necessariamente dall’entusiasmo degli elettori dell’America rurale, perplessi ma difficilmente sedotti da Obama, un bramino progressista, un Afro-Americano urbano e intellettuale. Gli strateghi del partito imposero a McCain questa scelta, convinti che le alternative (come il rispettato ex-Governatore dello Utah, Mitt Romney) non avrebbero portato altri voti oltre a quelli che McCain già raccoglieva per conto suo. Non era una decisone campata in aria: la Palin aveva un passato di sindaco della sua città in Alaska, poi eletta governatore dello Stato, dove godeva di molta popolarità - frutto anche della sua prorompente personalità.


Nella campagna politica del 2008, chi aveva espresso sorpresa per questo abbinamento di McCain rimase sbigottito dal seguito che la Palin rapidamente raccolse. I suoi comizi attiravano più pubblico, e spesso più stampa, di quelli del veterano McCain; ed erano certamente più coloriti. Mentre la candidata, sotto i riflettori dei media, si svelava incolta e poco conforme all’idea comune di un Vice Presidente dell’Unione, alla folla sempre più incantata dei suoi seguaci offriva uno specchio in cui si riconoscevano, e la convalida di ciò che essi stessi sentivano. Sono i pregi e difetti delle comunità di questa nazione che è un mezzo continente, dove milioni di americani vivono e lavorano duramente, lontani dalle luci della città, con scarse possibilità di accesso ad una educazione di livello, presto travolti dall’urgenza di lavorare per contribuire alla famiglia; a molti pareva che solo la vita militare potesse talvolta presentare una rispettabile via d’uscita. La Palin, che andava a caccia grossa nelle foreste del suo Stato e sapeva squartare un cervo abbattuto, incarnava perfettamente queste comunità, di cui le più tipiche popolano le montagne dell’Appalachia ma che sono comuni dovunque, asserragliate nel senso di estraneità nutrito nei riguardi dell’altra America.

La sconfitta di McCain e il rientro in Alaska sembrò segnare la fine della sua carriera politica.


Ma ecco che, quattordici anni dopo, Sarah Palin si ripresenta alle primarie per elezioni suppletive nel prossimo agosto per l’unico seggio dell’Alaska al Congresso, in sostituzione del Congressman Young, il più anziano del Congresso, deceduto dopo 49 anni di servizio (e considerevole autorità, in un organo in cui l’anzianità comporta rango). In campo troverà molti altri concorrenti, ma la sua notorietà dovrebbe giovarle.


Perché questo interesse per una oscura elezione alla periferia dell’Unione?


La risposta sta proprio nella personalità fuori norma di Sarah Palin. Sono trascorsi quattordici anni e il filone politico eccitato dalla sua partecipazione alla campagna di McCain, inizialmente un ruscello, dopo quella rivelazione non si è più fermato ed è ora un torrente in piena, sul quale naviga inarrestabile l’ex Presidente Trump, che l’ha fatto suo. È una ironia della storia politica americana che la scelta di questa iconoclastica figura, conosciuta solo nelle nevi e foreste del lontano nord, abbia rivelato la via per attivare un elettorato rassegnato alla passività, ma convinto dei propri valori e offeso dall’insistenza dell’America colta e cittadina nell’ignorarli o deriderli. Questo popolo della Palin, e ora di Trump, si sente emarginato dalla sostituzione dei loro valori con valori estranei, sospetti di contraddizione alla storia e cultura americana così come nutrita e celebrata con molto auto-compiacimento nella tradizione popolare. Trump - difficile immaginare un background più diverso dalla Palin - ha colto il potenziale di questo movimento di rigetto della civiltà urbana e sofisticata che è ora l’America, e con sorpresa degli esperti lo ha cavalcato alla vittoria nel 2016. Potrà averne bisogno se si ripresenterà nel 2024 -- oppure potrà averne bisogno il suo partito. In ogni caso, la sua discesa su Washington verso il suo probabile futuro seggio al Congresso, con l’accessibilità ai media e la conseguente visibilità su scala nazionale, potrà gettare petrolio sul fuoco della politica americana – fumo negli occhi dei Democratici, stretti a quadrato in difesa della loro Presidenza, affidata a Biden.


E qui non posso fare a meno di registrare uno sviluppo quasi simmetrico: alla ricomparsa di Palin risponde una inaspettata visita di Obama, che finora è stato un molto discreto ex-Presidente, attento a non inquinare il dibattito politico e a non apparire solo per gettare ombra sul suo successore. Ricordiamo che Joe Biden era il suo Vice Presidente, e si presume una solida alleanza anche oltre i rapporti personali che hanno sviluppato nel doppio mandato alla Casa Bianca.


E appunto alla Casa Bianca Barack Obama ha fatto ritorno - senza valigia - ed è stato naturalmente accolto con molta voracità dai media accreditati. Non sembrava che vi fosse nessun particolare motivo per trovarsi a Washington quel giorno e fare visita alla vecchia dimora, magari un pizzico di nostalgia… Biden e Obama si sono dunque scambiati frasi opportune e bene educate davanti alle telecamere – la cui spontaneità poteva apparire forzata, dati i tele-prompter in azione che denunciavano la presenza di testi preparati, ma tali sono i segni della vita politica a quei livelli.

Ma quando è stato il turno di Obama, a rispondere alle frasi di circostanza del suo successore, c’è stato un piccolo imprevisto prodigio, e milioni di americani per un attimo si sono riportati ad anni diversi, con più speranze e meno ansietà, ed hanno rivissuto la sensazione di allora, di aver aperto le porte di un’era più giusta, più positiva, più ottimista… dimenticando come questo sogno sia stato rapidamente eroso dagli eventi. Ciascuno quindi ha ascoltato, sospirato, e infine spento il televisore e passato ad altro.


Ma questa fiammata, che ciascuno poteva pensare fosse solo un privato momento, in pochi minuti è invece rimbalzata sui media, dove si sono moltiplicati i commenti nostalgici. Insomma, è apparsa l’inaspettata rivelazione che gli americani pensano ancora ad Obama come simbolo e ispirazione, un metro contro cui misurare quanto ha da offrirci oggi la politica della nazione, e trovarla manchevole.

Non aspettiamoci per ora granché da questi sussulti subliminali rivolti ai sentimenti, epidermici o profondi che siano, degli ormai prossimi votanti; ma hanno entrambi il valore di appello, sventolare una bandiera, per vedere chi accorre.


Franklin



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