Il testa a testa fra Macron e Le Pen

Lettera da Parigi


Fra soli sette giorni, l’oscuramento della pausa di riflessione alla vigilia del secondo – e decisivo – turno elettorale calerà sul crescente fragore che sovrasta da domenica scorsa la scena politica e mediatica francese.


Raramente, nella pluridecennale storia della Quinta Repubblica, i pronostici, pur in una fase così avanzata della campagna, si erano rivelati tanto precari ed incerti; raramente la scelta definitiva degli elettori era andata cristallizzandosi su alternative fra loro tanto diametralmente contrastanti, sia sul piano ideologico sia su quello di due contrapposti progetti politici, economici e sociali (“societari”, si preferisce dire qui); mai come stavolta l’ordinata dialettica, sostanzialmente “bipolare”, se non strettamente bipartitica, postulata dallo stesso meccanismo dello scrutinio maggioritario a doppio turno voluto da de Gaulle, risulta turbato e induce una parte consistente dei francesi alla confusione, quando non alla disaffezione rispetto alla partecipazione attiva alla democrazia rappresentativa ed allo stesso ordinato e proficuo rinnovamento delle istituzioni, a cominciare dalla magistratura suprema.


Il vero e proprio terremoto politico innescato da Macron nel 2016 - sedimentatosi nell’arco dello scorso quinquennio - lascia impietosamente intravedere il campo di macerie della politica tradizionale, con la sostanziale scomparsa degli schieramenti preesistenti e della loro organizzazione partitica. Ne sono eclatante conferma l’umiliazione subìta rispettivamente dalle due candidate del Partito socialista e dei Neo-gollisti, l’ulteriore parcellizzazione del movimento ecologista e la forte radicalizzazione degli estremi, in particolare a destra, ma non solo.

Su questo disastrato terreno (che sconcerta non poco l’elettorato, da quello giovanile a quello maturo, dai ceti privilegiati fino a quelli popolari del “nuovo proletariato”) si staglia oramai una realtà tripolare emblematicamente consacrata nel risultato stesso del primo turno (poco più del 23% e del 21%, a fronte del quasi 28% andato al Presidente uscente ed al centro riformista, europeo e anti-populista); quello cioè destinato – nell’accezione e nell’ispirazione della Costituzione gollista – ad effettuare la critica selezione preferenziale dell’offerta politica esistente per poi procedere, in base a due sole figure di riferimento, ad eliminarne una ed a privilegiare l’altra. “Au deuxième tour, on élimine…”.


Il terzo uomo del primo turno, il tribuno populista di sinistra Jean Luc Mélenchon, se ha sfiorato il successo della qualificazione (gli sono mancati solo pochissimi punti percentuali), ha nondimeno segnato un bersaglio di non poco conto, trasformando il coacervo variegato dei suoi sostenitori in un vero e proprio terzo polo, etichettato come Unione popolare e coalizione quantomeno simbolica del popolo della attuale sinistra. Uno schieramento forse effimero e certamente embrionale, ma che oggi pesa come un macigno per l’esito del ballottaggio cui peraltro non partecipa, ma che in parte “arbitra” in funzione quasi di “king maker” con la sua rilevante riserva di voti. E, ancor più, condiziona il futuro del Paese verso le elezioni legislative del prossimo giugno e l’instaurazione dei nuovi equilibri politici parlamentari, ma anche dell’ordine e della pace sociale: non a caso si guarda già da più parti, in una prospettiva di breve-medio termine, a quello che viene qui comunemente definito il ”quarto turno”, la sfida cioè delle piazze e la contestazione popolare una volta terminato il ciclo elettorale, anch’essa oramai in parte affrancata dai meccanismi tradizionali dei corpi intermedi e della mediazione sindacale.

In questa inedita cornice dell’ “uno contro uno” pesa, ancor più che in passato e con modalità diverse, l’impegno a conquistare non già porzioni di territorio dell’avversario, ma a battersi per prevalere su quello del “terzo incomodo” caratterizzato da un orientamento genericamente di sinistra, ma nel quale albergano forti componenti verdi o violentemente protestatarie, accomunate dallo spirito di rivalsa sulla “aborrita” figura di Emmanuel Macron. “Né con Macron, né con Le Pen”, scandiscono gli slogans dei “mélanchonisti” delusi che tendono ad allontanare una scelta per loro impraticabile per rifugiarsi nell’astensione o la scheda bianca. E questo, malgrado il monito, stavolta più vigoroso che in passato – ma privo di qualsiasi intonazione favorevole all’incumbent – levatosi dal tribuno populista contro la tentazione di aprire la strada all’avventura nazional-sovranista di Marine Le Pen. Oramai escluso da una terza avventura presidenziale, anche per l’età avanzata, Mélenchon intende riservarsi un ruolo di arbitro e di possibile protagonista nella futura ricostituzione politica del “day after” facendo leva sul suo confermato carisma, sull’astuzia manovriera, sulla consolidata esperienza di una lunga pratica della sinistra, parlamentare e… di popolo. Non può prescindere dall'unire la sua voce al coro del fronte anti-Le Pen, ma tiene le carte parzialmente coperte per non pregiudicare la sua strategia per il futuro e per tentare di incassare il massimo da entrambi i contendenti, in particolare sul piano di possibili concessioni a istanze riformatrici delle istituzioni, verso più avanzate modalità di “democrazia diretta”, dall’introduzione del proporzionale sino al ricorso più esteso alla consultazione referendaria.


Semplificando all’estremo, e limitandosi a rilevare l’improvvisa radicalizzazione del duello, con il ricorso nei due campi a virulenti scambi verbali dei due principals e dei loro luogotenenti, potrebbe concludersi che la decisione finale scaturirà da un sostanziale, doppio referendum fra coloro che vogliono a tutti i costi “far fuori” Macron e coloro che intendono comunque scongiurare il salto nel buio di una avventura nazional-sovranista, tanto per la tenuta dell’architettura socio-economica del Paese che per la posizione ed il ruolo della Francia in Europa e nel mondo.


Allarmato dalla dinamica di inattesa risalita della rivale, Emmanuel Macron ha deciso di accantonare l’Olimpo del Presidente in carica e gli allori di un primo verdetto relativamente favorevole e, senza por tempo in mezzo, scendere direttamente in campo con una miriade di iniziative sul terreno e sui media. Tutte miranti al duplice obiettivo di attirare a sé interi comparti di indecisi (soprattutto fra gli ambientalisti ed i giovani) e di screditare il progetto dell’avversaria svelandone con crudezza il carattere prevalentemente demagogico. Un primo, più che impercettibile risultato sembra averlo conseguito se, come traspare sempre più chiaramente, il cosiddetto fronte repubblicano contro l’avventura sovranista, pare gradualmente ricomporsi ed allargarsi tanto sulla scena politica (con il dichiarato sostegno dell’ex Presidente Sarkozy a destra e, a sinistra, di figure come quelle di Jospin o Delanohé), che nella società civile e nell’intellighenzia. Quanto al carisma presidenziale, Macron, mettendosi a volte a rischio fino al confronto fisico diretto con i cittadini (e non pochi adirati contestatori) nei comizi e sulle piazze con un impegno che rasenta la temerarietà, riprende i colori e la credibilità del giovane leader pressoché sconosciuto di cinque anni orsono.

Marine Le Pen – a fronte anche dei primi rilevamenti di intenzioni di voto consolidate in misura superiore alla media e che danno al rivale un margine costante di almeno cinque punti, in una forchetta che va fino ai dieci – sembra dal canto suo più disorientata anche se non meno determinata.


La tattica della banalizzazione è oramai giunta al capolinea; l’insperato scudo indiretto garantitole da Zemmour sulle questioni più divisive e controverse (dall’immigrazione all’ordine pubblico) è venuto meno, soprattutto perché lo ha lei stessa escluso da qualsiasi sodalizio futuro; e, per difendere le tesi su cui riposa il programma, occorre ormai difendersi con le unghie e coi denti. Dal tenero vibrare delle fusa dei gatti (comparsi da co-protagonisti della sua vita privata e del suo processo di umanizzazione) è costretta a tornare al ruggito del leone, con qualche prima scivolata mediatica, come il violento allontanamento da una sua conferenza stampa ad opera del servizio d’ordine del Partito di una contestatrice che mostrava la sua immagine insieme a Putin.


Ma l’appuntamento cruciale rimane quello di mercoledì prossimo, data oramai convenuta anche nei particolari e nelle modalità, del dibattito faccia a faccia tra i due protagonisti. Un evento atteso dalla pubblica opinione da cui si aspetta un affollamento inedito di audience.


Se è vero che l’influenza concreta del confronto televisivo sulle intenzioni di voto (per lo più già consolidate) non viene considerata come particolarmente decisiva in tempi normali, stavolta tutti si attendono che colpisca più del solito la coscienza e l’intelligenza dei francesi, alla vigilia di una scelta davvero epocale per loro stessi e per noi europei.


Ve ne riferirò quindi nella prossima lettera ancora una volta focalizzata sulla campagna che oramai si conclude, nell’auspicio che all’indomani del 24 aprile possa regnare, per gli interessi comuni del nostro grande vicino, del futuro dell’Europa e della resilienza stessa dei nostri sistemi democratici, un clima meno febbrile e più sereno e costruttivo.


l’Abate Galiani

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