Inflazione e occupazione record negli Usa di Biden

Lettera da Washington


I dati che si susseguono sui media americani parlano chiaro. I prezzi stanno salendo rapidamente, hanno raggiunto un tasso di crescita che non si vedeva dagli anni ’80 e che è motivo di grande preoccupazione. È celebre, infatti, la battuta attribuita a uno dei consiglieri di Clinton nel 1992, quando, in vista delle elezioni, il team del candidato discuteva animatamente su quale dovesse essere il fulcro della campagna presidenziale, quello intorno al quale tutto doveva dipendere: “È l’economia, scemi!”, se ne uscì James Carville, guadagnandosi così un posto imperituro nella storia politica della nazione.


Quindi, oggi che cominciamo ad avvicinarci pericolosamente alle elezioni congressuali in novembre, la questione è capire se l’economia va bene o male agli occhi degli americani; e la risposta dipende, come sempre, da quale parte della popolazione si prende per campione.

La parola che si sente più di frequente fra la gente è “inflazione”. Quando si sente parlare di “8 ½” qui non si pensa a Fellini, si cita piuttosto il tasso attuale misurato dalle autorità.

È un coltello nella schiena del cittadino medio, la cui pena è accresciuta dal fatto che una delle voci che spiccano maggiormente è il carburante, di cui nessuno può fare a meno. In questo paese dove i trasporti pubblici spesso non sono una opzione, e dove gli abitati sono sparsi e distanti dai centri di lavoro o di acquisto, l’automobile non è la cosa che si compra quando lo stipendio lo permette, ma la cosa che si deve avere per raggiungere il posto di lavoro o un centro di servizi: e il “commute” tra casa e lavoro di solito va alimentato a benzina. E questa è aumentata di circa il 10% nell’insieme del paese.


C’è sicuramente molto da relativizzare nelle cifre allarmate che si ripetono nei notiziari. Ma la benzina a 5 dollari al gallone fa tornare con la memoria agli anni ‘70 e ’80; i generi alimentari hanno avuto un balzo vicino al 14% in un anno; la bolletta della luce è salita del 9%; il diesel, che alimenta la colossale macchina della logistica nazionale - da Amazon alle catene dei supermercati - in un solo mese è salito del 70%. E non abbiamo ancora pienamente scontato le ripercussioni della guerra in Ucraina, che rischiano di mandare per aria i mercati cerealicoli.

Una spiegazione è che la pausa nella pandemia anche se purtroppo probabilmente solo temporanea si è tradotta in un aumento dell’attività, e con l’inizio della buona stagione (“the driving season”, per i professionisti delle raffinerie) ha fatto scattare la domanda dei carburanti - ed ancor più quella degli autoveicoli. I prezzi dell’usato, che oscillano più del nuovo, sono cresciuti addirittura fino del 35% rispetto a un anno fa, quando il mercato era depresso nel pieno della pandemia.


Questo, mentre sta avendo termine una lunga fase di tassi di interesse particolarmente bassi, di cui gli americani si sono giovati per rinegoziare le ipoteche sulla casa: ciò li rende ora più liquidi e più in grado di assorbire i rincari, ma può aver stimolato un po’ troppo vivacemente la domanda. E il tasso di inflazione è una voce massicciamente negativa per il governo, qualunque possano essere i suoi meriti in altre questioni.


Non mancano, tuttavia, le note positive nel panorama americano, e infatti Biden avrà la possibilità di opporre alle critiche anche alcuni, considerevoli successi. Non dimentichiamo che la parola che fa veramente paura è “recessione”, con l’immagine di milioni senza lavoro, che significa senza niente e con poca speranza. Si ricorderà che il ‘piano Biden’ comprendeva anche trilioni aggiuntivi di spesa pubblica, che il Senato gli ha negato: la prospettiva del Presidente era non solo di bilanciare lo squilibrio derivante dalla pandemia, ma anche di lanciare progetti che avrebbero dovuto diffondere benessere attraverso la creazione di infrastrutture e il finanziamento di programmi sociali a beneficio di categorie e regioni marginali.

In mancanza di questo capitolo del programma di governo, quale prova di successo in economia può vantare la Casa Bianca? Ebbene, il segnale che gli americani attendono ansiosamente mese per mese per valutarne lo stato di salute della nazione è il livello di occupazione, e questo risulta essere, al momento, una “success story”. Biden può dirsi soddisfatto per essere riuscito a generare lavoro per (quasi) tutti gli americani e lo dimostrerà citando il tasso ufficiale di disoccupazione che è sceso, questo mese, al 3,6%, nonostante tutti i timori alimentati dalle incertezze della pandemia. Farà notare anche che, per la prima volta da tempo immemorabile, una impresa colossale come Amazon ha dovuto consentire l’ingresso di un sindacato in uno dei suoi mega-impianti, sviluppo che ha scosso l’opinione pubblica e ha certamente rincuorato la sinistra americana. Si tratta però di un risultato controcorrente e non va generalizzato: in una corsa di velocità tra sindacati e robotica, l’automazione, negli Usa, resta ancora la favorita.


Il team del Presidente ha comunque ancora qualche mese prima che gli americani vadano alle urne. Sul lato occupazione può vivere di rendita e limitarsi ad evitare disastri; ma sul lato inflazione non potrà evitare di avere gli occhi della nazione puntati su di lui. Per di più, non ha il controllo di tutte le pedine: il Covid ha rimescolato le carte più di una volta, e non c’è motivo di escludere che lo faccia di nuovo.


Quanto al risvolto politico della pandemia, si avverte qualche timido segno di assestamento tra negazionisti e prudenti cittadini, due terzi degli americani hanno preso tre dosi di vaccino e tutti coloro che erano disposti a usare la mascherina continuano ad usarla, mentre non rinunciano alle occasioni sociali tutti quelli, per esempio, che già non volevano rinunciare allo stadio di football. O anche alla grande cena politica, come si è visto di recente a Washington quando l’annuale cenone della stampa (che dovrebbe dare il buon esempio), cui partecipano tutti i giornalisti, più tutti coloro per cui i giornalisti sono importanti, più tutti coloro per cui sono importanti anche i predetti, si è rivelato un’occasione di supercontagio.


Franklin



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