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L’illusione del decisionismo

  • 13 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Abbiamo scritto ieri che l’esito del referendum apriva una fase difficilissima per la presidente del Consiglio. Abbiamo l’impressione che la prima ad esserne consapevole sia la stessa on. Meloni, che deve avere ritenuto necessario dare il senso di una rapidità di decisione, come a voler chiudere tutte le questioni emerse prima e durante la campagna referendaria per una specie di nuovo avvio di cui la proposta di legge elettorale sarebbe il piatto forte. Interpretiamo così le tre prese di posizione di ieri nei confronti del sottosegretario alla Giustizia Delamastro, della capo di gabinetto Bartolozzi e della ministra del Turismo Santanché. La presidente del Consiglio deve aver pensato che non si sarebbe potuta aprire una nuova fase del governo senza togliere dal tavolo quei tre problemi. Notiamo, però, che la fretta in qualche caso può essere prova di vitalità e reattività, in altri casi può essere cattiva consigliera. Non commentiamo lo scontro con la ministra del Turismo che avrà gli sviluppi che si vedranno e non commentiamo la decisione del sottosegretario Delmastro di dimettersi. Il problema, infatti, riguarda soprattutto il capo di gabinetto del ministro Giustizia, Giusi Bartolozzi, perché risulta molto difficile separare le decisioni prese sul capo di gabinetto senza prendere in considerazione la posizione del ministro il cui capo di gabinetto è il principale collaboratore. Non ci ha sorpreso apprendere dalla lettura dei giornali che il ministro Nordio, che aveva escluso le dimissioni della dott.ssa Bartolozzi, abbia manifestato ieri l’intenzione di dimettersi dal suo incarico. Il problema non è costituito dalla responsabilità per l’esito del referendum, che il ministro si sarebbe assunta in una dichiarazione televisiva, ma ha una natura diversa e riguarda il tema più generale della responsabilità politica dei ministri. In un sistema ben ordinato il ministro è responsabile di tutto ciò che avviene nel suo dicastero, tanto più se addirittura si parla del suo capo di gabinetto. Come può dunque esservi un comportamento di un capo di gabinetto passibile di censura politica che non coinvolga il ministro? I casi non possono che essere due: o quel capo di gabinetto parlava per conto del ministro, oppure bisogna supporre che abbia parlato in contrasto e nella inconsapevolezza del ministro. Nel primo caso la censura sul capo di gabinetto non può che estendersi alla censura sul ministro; nell’altro caso per salvare il ministro bisognerebbe consideralo incapace di controllare ciò che fanno i suoi collaboratori più stretti. Non sappiamo se sia più grave la prima o la seconda accusa, ma certo è difficile pensare che possa mantenere la responsabilità di un incarico della delicatezza e dell’importanza del ministero della Giustizia una persona che non è in grado di sapere cosa pensa, cosa dice e cosa fa il suo capo di gabinetto. La sfiducia del capo del governo nei confronti di un alto funzionario della Giustizia non può non estendersi al titolare dell’incarico, a meno di sostenere che questo abbia subito una subornazione, cioè che sia stato per così dire aggirato, ingannato, cioè abbia dimostrato una sostanziale inadeguatezza all’incarico che ricopre. Noi non siamo stati mai favorevoli alle mozioni individuali di sfiducia che le opposizioni in genere presentano su singoli ministri. Pensiamo che i ministri facciano capo ai presidenti del Consiglio che rappresentano l’unità del governo. Ma in questo caso il problema si pone; probabilmente se lo è posto ieri il ministro Nordio e non conosciamo con quali argomenti l’on. Meloni lo abbia fatto desistere dal suo proposito di dimissioni. E tuttavia, le dimissioni chieste e imposte dalla presidente del Consiglio alla dott.ssa Bartolozzi compromettono la posizione politica del ministro. La decisione di ieri della premier può forse essere conclusiva per il sottosegretario Delmastro e, quando arriverà a termine, anche per la ministra Santanché, ma da oggi esiste il problema di un ministro della Giustizia gravemente leso nella sua autorevolezza.  


25 marzo 2026

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