L'ombra di Trump sulla stagione elettorale

Lettera da Washington


Con le primarie nell’Ohio e alcuni altri appuntamenti elettorali in vari Stati, ha avuto inizio la lunga stagione elettorale che culminerà nelle elezioni di “mezzo termine” il prossimo 8 novembre. Tutti i 435 seggi della Camera e 35 seggi del Senato sono in ballottaggio, e le prospettive sono critiche per la presidenza di Joe Biden che conta su una maggioranza molto marginale nella Camera e una maggioranza ancora più ridotta al Senato, dove i partiti si dividono l’aula 50-50 e il voto dirimente è quello del Vice Presidente.


In astratto, le chances di Biden di mantenere il controllo del Senato potrebbero anche sembrare buone: 21 dei seggi in ballo sono ora tenuti da Repubblicani (GOP) e solo 14 da Democratici, quindi i primi sembrerebbero più vulnerabili: ma non è così. Se si tralasciano i seggi “sicuri”, i sondaggi mostrano che almeno tre dei seggi Democratici sono in bilico, un quarto seggio Democratico potrebbe oscillare e così pure uno dei seggi Repubblicani: gli altri resterebbero nelle mani del partito che le detiene, senza variazioni. Al GOP basterebbe confermare il seggio traballante e vincere uno qualunque dei tre Democratici in bilico per assicurarsi la maggioranza del Senato, che già da sola porrebbe un freno insormontabile a ogni velleità di governare da parte di Biden.


Per quanto concerne la Camera dei Rappresentanti, i Democratici contano attualmente su una maggioranza di nove voti: con lo spostamento di cinque seggi sui 435 seggi in ballottaggio i Repubblicani vincerebbero anche questa camera. Se così accadesse, avrebbe fine anche la presidenza della Camera di Nancy Pelosi, parlamentare della California dal 1987 e per tre volte Speaker della Camera, largamente considerata la donna più potente degli Stati Uniti. Dietro questi schieramenti, e le prime scaramucce, i partiti stanno proponendo le rispettive strategie, che sono del resto molto esplicite.


Da destra, l’ombra di Trump si stende tuttora su una vasta parte dell’elettorato, come è visibile dall’affanno con cui i candidati Repubblicani alle primarie del loro partito si presentano al pubblico, cercando nella maggioranza dei casi di procurarsi l’avallo preventivo dell’ex-Presidente, che coltiva molto abilmente il pubblico dei suoi simpatizzanti - negli intervalli tra i mandati di comparizione dei suoi collaboratori per i fatti del 6 gennaio e per le altre magagne presidenziali che gli sono addebitate. La vittoria alle primarie dell’Ohio di JD Vance, che era stato uno dei suoi oppositori in seno al partito, ma in prossimità delle elezioni ha avuto una improvvisa conversione, illustra il prezzo da pagare per i candidati del GOP: Vance si è destramente affrettato, prima del ballottaggio, ad indossare la casacca trumpiana, gettando ai rovi il suo precedente atteggiamento critico. Parigi vale bene una messa, anche se la chiesa è sconsacrata, e l’officiante lo è ancora di più.


La conclusione è che il GOP sembra dunque legarsi sempre più saldamente a Trump, dimenticando che i suoi vertici ufficiali nel gennaio dell’anno scorso lo avevano accusato di sedizione e lo avevano severamente ripudiato - per un attimo, prima di rimangiarsi la parola dopo aver constatato la continuità del dominio dell’ex-Presidente sulla folla. I leader del GOP porteranno la responsabilità di aver scelto, dopo la breve ebbrezza di onestà del gennaio del 2021, la convenienza politica di poter attingere alla fedeltà cieca di una parte importante dei seguaci, invece di raccogliere l’onere di riportare il partito verso il rispetto degli ideali americani (che voleva anche dire assumersi la responsabilità per il quadriennio passato).

I due leader del Senato e della Camera avevano ben chiaro che Trump aveva infranto la Costituzione il 6 gennaio, e lo hanno detto. Poi sono tornati alla realpolitik; è finita l’adulazione, ma non l’avallo. Il voto per Vance nelle primarie dell’Ohio, uno Stato benpensante e tutt’altro che selvaggio, mostra che il GOP non ritiene di avere i voti per vincere nell’insieme del paese seguendo la retta via della sua tradizionale clientela politica; i voti di Trump, fossero anche una minoranza, sono quindi indispensabili per catapultare i suoi candidati oltre gli avversari. Trump, pertanto, è nella comoda posizione di non doversi nemmeno esporre di persona più di tanto, solo manifestare il suo appoggio - o il suo rifiuto - per i candidati in lizza. In realtà ci si può chiedere se il patto segreto tra Trump e i Repubblicani non sia questo: Trump potrebbe benissimo non avere voglia di tornare a fare il Presidente, ma una bella campagna elettorale dalla quale emergerebbe come il king-maker, colui che mette le redini del paese nelle mani del partito e poi si ritira modestamente, una specie di Cincinnato che insedierebbe centinaia di politici che gli dovranno riconoscenza e fedeltà, potrebbe essere una prospettiva molto più attraente e meno faticosa, lasciando ampio tempo per il golf a Mar a Lago. E avrebbe l’eterna riconoscenza dei McConnell del Senato e McCarty della Camera, di cui avrà comprato l’oblio. Dal canto loro, i vertici del GOP potrebbero avere interesse a carpire il potere, adoperarlo per imprimere il loro marchio sull’America e poi distanziarsi, a cose fatte, da Trump, che - riconosciamolo - è scomodo.


Fantapolitica? Può darsi. Ma al di fuori del campo Repubblicano dovrebbe indurre a urgenti riflessioni. Cosa possono fare i Democratici per arrestare questo scivolamento verso la consacrazione del trumpismo come la dottrina dominante del partito avversario, con la seria possibilità di due anni invivibili per il governo Biden, seguiti dal ritorno a un altro quadriennio di Trump (in persona o per procura)?


La loro posizione non è comoda. Biden non ha governato male, nell’insieme: l’economia regge nonostante il COVID e la lotta contro quest’ultimo procede piuttosto favorevolmente, se si considera come si era partiti. Ma c’è inflazione e gli USA hanno superato il milione di morti per la pandemia. L’inflazione sposta ora il mirino verso una parola peggiore, recessione, e le precauzioni anti-COVID non finiscono mai. Tra i giovani, si fa largo la sensazione di essere entrati in un mondo diverso, dove ogni componente abituale del modo di vita di ciascuno è ormai toccata dalla necessità di rivedere, rinviare o rinunciare a molto di quanto rendeva l’esistenza gradevole o quanto meno migliore. Il loro sguardo verso il futuro non è fiducioso, né ottimista. C’è una pandemia parallela di disturbi psicologici tra i giovani. Difficile prevedere se e come voteranno i nuovi diciottenni.


Su questo sfondo, scoppia la bomba aborto. Mai sottovalutare la bellicosità delle donne americane, lanciate come sono nella conquista di tutti i rimanenti traguardi che loro restano: la Corte Suprema non solo nega oggi un diritto importante, ma strappa una conquista che la donna americana aveva raggiunto dopo decenni di umiliazioni e castighi. Un colpo colossale all’immagine di sé, dopo un secolo di progressi: la vittoria della suffragetta, quella di ‘Rosy the Riveteer’ che fabbricava i bombardieri della guerra mondiale, uno all’ora, e poi una Clinton che perse la Casa Bianca solo per un soffio.


Prima del caso Roe v. Wade che rese l’aborto legale in tutti gli States includendolo nella sfera della Costituzione, si calcolavano circa un milione di aborti l’anno, spesso nella clandestinità e in condizioni medievali. Un decesso su quattro tra donne incinte era imputabile ad aborti clandestini finiti male; il tasso saliva al 50% tra le donne di colore. E questo accadeva mentre esistevano già Stati dove l’aborto era legale. La paura, oggi, è che questa sentenza (quando sarà definitiva) scateni una nuova ondata di restrizioni contro altri diritti oggi riconosciuti in base agli stessi principi giuridici ora ripudiati: matrimonio omosessuale, transizione di genere, etc., sono oggi accettati ma - alla luce di questa sentenza - in pericolo. Un rimedio potrebbe essere una legislazione adottata su scala nazionale, che riprendesse le stesse regole riconosciute sinora: ma occorre una maggioranza parlamentare salda per poterlo fare. E non c’è. Resterebbe l’incerto rimedio della legislazione dei singoli Stati, che produrrebbe un’America a macchie di leopardo.


Però tra i diritti improvvisamente vulnerabili non c’è quello del voto femminile. Il 19mo emendamento della Costituzione ha riconosciuto un secolo fa questo diritto alle donne americane, le quali da allora votano più degli uomini, circa un 3 o 4% in più (il 10% in più per le donne di colore!); e votano in maggioranza Democratico. Considerando che circa il 60% degli americani, senza distinzione, pensa comunque che l’aborto dovrebbe essere legale in tutti o almeno la maggioranza dei casi, è facile prevedere che il partito di Biden farà di tutto per mettere l’argomento al centro della campagna e portare ai seggi ogni donna disponibile: se già oggi l’elettorato femminile è potente, tra pochi mesi potrebbe essere potente, scatenato e decisivo, potenzialmente restituendo il Congresso al Presidente.


Franklin


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